Il secondo articolo della stagione autunnale di Missione Poesia è dedicato a Paola Loreto e al suo libro Miei lari (Marcos Y Marcos, 2024). Chi ha già letto le precedenti opere dell’autrice non può non riconoscerne la voce, la continuità stilistica e di contenuto che, in questo testo, sono amplificati dalla ulteriore complessità di un racconto poetico che affonda le radici nel dolore e nella mancanza.
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Paola Loreto è nata a Bergamo e insegna Letteratura americana all’Università degli studi di Milano. Ha pubblicato case | spogliamenti (Aragno 2016), In quota (Interlinea 2012), La memoria del corpo (Crocetti 2007), Addio al decoro (LietoColle 2006), L’acero rosso (Crocetti 2002), le plaquette Spiazzi dell’acqua e Ascesa (pulcinoelefante 2008 e 2018), e Avola (Volo) (Il ragazzo innocuo 2018), le sillogi Conoscenza della neve («Poesia», gennaio 2012) e Transiti (Almanacco dello Specchio Mondadori 2009), oltre a una silloge di poesie sulla montagna (premio Benedetto Croce 2003) e numerosi testi in rivista e in volumi collettanei. La sua poesia è stata tradotta in inglese, spagnolo, portoghese e polacco. Una plaquette è stata pubblicata negli Stati Uniti a cura di Lawrence Venuti (houses | stripped, Toad Press 2018). Miei lari è l’ultima raccolta di poesia (Marcos Y Marcos, 2024)

Conosco Paola Loreto da sempre attraverso la sua poesia. Lo scorso anno ho avuto modo di incontrarla grazie all’inserimento del suo ultimo libro, Miei lari (di cui parleremo in questo articolo) nella cinquina finalista del Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini, per il quale sono in giuria. Mi piace molto Paola, è una persona semplice e schietta, donna di montagna e di sostanza, donna delle scalate infinite e non solo sulle pareti rocciose delle Orobio o delle Dolomiti. La sua poesia è solida e emozionante, ricca di legami forti con i valori che contano nella vita.
Lieta dunque di ospitarla a Bologna, nella nostra rassegna Un thè con la poesia, il 14 ottobre prossimo.
Miei lari
La poesia sa attraversare ogni esperienza, sa farsi essa stessa esperienza, specie nel dolore, nella mancanza, nella memoria. Ed è il dolore per la perdita di una persona cara, il vuoto che si forma intorno ad essa e a noi, a creare quella consapevolezza di una risposta che non ci sarà più modo di avere. Pensando alla raccolta Requiem si comprende, ad esempio, come Rilke abbia paragonato la morte a una disciplina che dovremmo imparare ad esercitare, per conoscere ciò che resta negli angoli più bui dell’esperienza: abitare la morte, riviverla non più come un modo per fuggire, ma come un’apertura per guardare meglio la realtà, potrebbe essere il suo messaggio da ascoltare. Ma molti altri poeti hanno dato conto della dimensione dell’indicibile, dopo perdite di persone care, o ancora dell’insofferenza verso la vita: Ungaretti per primo, devastato dal dolore per la morte del figlio di nove anni e del fratello, ne Il dolore; Montale nel testo Spesso il male di vivere ho incontrato, in Ossi di seppia, dove celebra il dolore universale dell’esistenza in un continuum con la natura; Emily Dickinson che indaga la perdita paragonandola a un peso invisibile in testi come, ad esempio, A un cuore a pezzi… potremmo continuare a lungo, naturalmente, ma bastino queste citazioni per capire quanto sia ampio e di grande spessore il tema in questione.

Si inserisce in questo filone la poesia di Paola Loreto che in questo libro, Miei lari, apre (e forse chiude, ma non saprei dirlo con precisione) un racconto circolare, fatto di legami soprattutto familiari, un racconto che descrive l’impeccabile psicologia di quello che succede dopo un lutto, anche a distanza di tempo, dove: inizialmente il cuore e la mente entrano in uno stato di freddo torpore, per proteggersi dallo shock emotivo, per poi maturare col passare del tempo quel dolore che non abbandonerà più chi lo prova, ma si trasformerà in fitte continue di ricordi e pensieri capaci di unire, in questo caso, chi scrive alla persona amata e persa.
Ci addentriamo così, nelle quattro sezioni del libro: Arcadia (prologo), Elegiaca, Album, Corrispondenze (epilogo), più una poesia finale Ara (congedo) con l’animo di chi sa che non sarà una lettura facile da affrontare perché molto di quello che vi trova è condiviso, è già stato vissuto almeno in parte, o rappresenta un’esperienza talmente forte che si vorrebbe tralasciare di conoscere. Ma non si può. I testi vanno letti fino in fondo, vanno metabolizzati e amati, nel rispetto non solo del vissuto dell’autrice ma anche della sua bravura letteraria. E così è stato.
Della prima sezione mi ha colpito la levità del canto, l’attaccamento alla terra e il desiderio di addentrarsi nell’erba alta, quella doverosa illusione di una casa che resterà per sempre così e che è solo ciò che si desidera, la malinconia della fine dell’estate… di più ancora l’arrendersi alla vita, tipico della giovinezza: C’era una dolcezza, la sera, all’imbrunire./Un arrendersi all’abbraccio del buio/un lasciarsi andare. Nessun sospetto/che significasse la fine./Tutto era attesa/rilascio cominciamento./O forse la fine era dolce,/come una ricompensa.
La seconda sezione, intensa e dolorosa – ma senza alcuna retorica – è dedicata alla sorella dell’autrice, Marina Loreto e (cito dalla nota di fine libro): “assassinata la sera del 23 settembre del 1993. Gli autori (e le ragioni) del delitto non sono mai stati individuati.” Qui, a parte la gravità dell’accadimento che, ovviamente, sottende ai testi, la poesia riesce ad addentrarsi nei meandri della storia per colmarne le lacune, per farsi di volta in volta, emozione, parola intima, verità mancata, divulgazione…le immagini sono quasi sacre: Pensa a farti carico/della tua pena non/regalarla agli altri./Vivi come se non c’è/ma c’è e è così reale. […]; gli oggetti diventano icona di ricordi: Adesso i tuoi vestiti/son diventati miei davvero./Li ho buttati quasi tutti/e ho temuto i meno matti. […] Per fortuna/ci sei stata, vistosa,/a tacchi a spillo e minigonna/che intonavano anelli/alle orecchie e labbra rosse; la memoria tende a scolorire, ma resta salda nell’affetto che non muore, nella figura che soccorre: Ho scordato com’è/avere una sorella./Pensa al nome/ai suoi suoni./(So-rel-la.)/Ci saresti/anche adesso/che non so cosa fare/con quelli che amo/e non riesco a salvare […].
Nella terza sezione, in analogia con un album di fotografie, vengono descritte con meticolosa precisione alcune foto di ritratti di famiglia, o di singole persone: per ognuna di queste il ricordo del momento in cui è stata scattata, gli aneddoti ad essa legati, si incrociano con il presente contestualizzato, che ne rafforza il valore, che crea radici profonde nella vita familiare e nel vissuto dei protagonisti (principalmente i genitori e la sorella dell’autrice, oltre a lei stessa). Ecco che incontriamo la madre, bellissima: Non puoi essere più bella di me/a cinquantasei anni e due figlie/(e una passione bipolare)./Sei così decorosa/pudica e piena di grazia; il padre e il suo primo lavoro importante: […] Qui credi che avrai una vita/ buona, con bambini e una moglie/ felice. Hai appena avuto il posto/agli altiforni, alla Pirelli,/e ti credi fortunato/perché non devi più/dormire di nascosto nel tram.[…]; ancora la sorella Marina: Non c’è nessuno però/della nostra minuscola famiglia/che fosse aperto al mondo/come mari./La prima foto/che abbiamo/di lei/la mostra tutta fuori, rosa/impudica e burrosa […]; e lei stessa, l’autrice: E questa sono io./Eternamente insufficiente/a riempire un costumino/acquistato in previsione/di grandi imprese. […] Non c’è foto che non tenda a costruire una solida memoria di una famiglia falciata dal dolore, ma che ha vissuto prima di questo e anche in questo e con questo, come spesso la vita ci impone.
L’ultima sezione è una sorta di dialogo proprio con i lari, con coloro che non ci sono più: tornano ancora i componenti della famiglia, tra ricordi, rimproveri, rimpianti, malinconie. Colpisce uno dei testi finali scritto alla madre, un desiderio che diventa supplica, quasi preghiera: Fammi morire/ come te/ anche se io non avrò/ una figlia/ che mi tiene la mano/ nell’ora più dolce./Mia madre/fammi morire/come te/nella tua mansueta/indistinzione.
Una voce davvero esemplare questa di Paola Loreto che torna con questo libro a perseguire il cammino iniziato dalle sue precedenti opere, intensificandone la complessità. Ritmo incalzante e parole nitide, caratterizzano la sua cifra stilistica, e ne fanno una delle poetesse più apprezzate del panorama contemporaneo.
Alcuni testi da: Miei lari
Finché ci sono le rondini
è estate, il cuore sta
da qualche parte
poggia su questi
picchi guizzanti
incastonati nel vuoto
che stride a strapiombo.
È un grido fuori e dentro.
Sono arrivate
le consanguinee.
*
C’era una dolcezza, la sera, all’imbrunire.
Un arrendersi all’abbraccio del buio
un lasciarsi andare. Nessun sospetto
che significasse la fine.
Tutto era attesa
rilascio cominciamento.
O forse la fine era dolce,
come una ricompensa.
***
Foto 8
Qui sembro ancora nel tuo grembo.
Il profilo delinea una figura sola:
una giovane donna (segantiniana)
compostamente assisa su una sedia
di legno, la schiena appoggiata
allo schienale, la testa reclinata
e quasi unita a quella di una neonata,
una palla omogenea e ovale
abbandonata sul tuo seno (benedetto),
ignara. Sei appena uscita dall’ospedale
perché fan difetto al tuo solito,
pudico decoro le ciabatte.
D’altronde le copre
quasi interamente un vestito
che giurerei hai fatto tu, a quadri
e alla moda. Sei stata giovane,
anche se ai figli non sembra mai.
Supplisci con tutti i tuoi (pochi) ori
che una zingara ti ha poi rubato.
In primo piano il bracciale pesante
a catena della nonna, il ricordo di un’assenza
improvvisa, brutale e piena di conseguenze.
Ma qui chiudi il cerchio tra madre e figlia.
Qui non hai altro da desiderare.
Sei al tuo posto. Non devi pensare.
Tutto è stato compiuto.
Il mondo si regge sul pilastro
di un dito mignolo che è l’arto
più minuto del quadro,
disteso a indicare la via.
Dormo tranquilla.
Tutto deve venire.
***
cara Mari,
è il giorno dei morti
e tu ormai, di fatto, potresti
considerarti tale
visto che non sei più tornata
e neanche riapparsa
da qualche parte
nota, nota ad altri, o ignota
non ti ho più pensata
si direbbe in un certo senso
inaccurato
perché ti ho pensata, a volte,
(quante!)
ma non sufficientemente
non abbastanza per dire
di essere stata
con te
di avere continuato
a stare con te
ti ho lasciata
andare dove sei
voluta (o dovuta?)
finire, si potrebbe dire,
oppure
che ti ho rimossa,
come si dice,
dalla mia coscienza
non per sopravvivere
(si sopravvive meglio con i morti)
ma per stoltezza di vita:
perché anch’io ho cominciato
a morire
e in modo molto meno
significativo
cara Mari
sarebbe ora
cominciassi a pensarmi
un po’ tu
(a tenermi un po’ in vita)
per lo meno il necessario
a farmi bene
finire
*
Adesso non c’è più nessuno
qui e siete tutti insieme
forse. (Non è mai stato così
incerto dove e come.) E se
si così giusto che i morti
non smettano mai
di morire.
Bologna, ottobre 2026
Cinzia Demi
P.S.:
“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani di Parigi. Altri contributi e autori qui: https://altritaliani.net/category/libri-e-letteratura/missione-poesia/





































