Lettera da Torino n°8. (Più di) 7 domande a Chiara Marletto.

Procedono le nostre “Lettere da Torino » a cura di Eraldo Mussa ❤️.
Arriviamo alla ottava puntata e alla lettera alfabetica E come Expat.

Con un’intervista a una professoressa di fisica all’Università di Oxford.
Ma, vi chiederete, che c’entra con Torino ? Lo scoprirete con curiosità in questa intervista intrigante e illuminante, in cui parleremo di Torino e non di Fisica con lei !

Questa nuova “lettera” parte da una intuizione.
Che per capire una città ci si debba allontanare.
Che la si debba guardare da lontano con la giusta distanza, sapendo che sarà lei a svelarsi con il suo vero DNA.
Sarà che dopo esserti immerso in una realtà altra, tu possa capire meglio il luogo da dove vieni, le tue radici, e cosa rappresenta davvero per te la tua città di origine?
Che ci sia qualcosa che agisce silenziosamente nel profondo di te, oltre i luoghi comuni? Che ti aiuti a capire ?

Così abbiamo pensato di chiedere a una torinese di talento che vive in UK, cosa è Torino per lei. A una expat, come è di moda dire oggi.

Chiara Marletto. Foto apparsa sul giornale La Repubblica. Link dell’articolo in fondo alla pagina

Chiara Marletto è ricercatrice del dipartimento di Fisica associata all’università di Oxford.
Studia la “Constructor Theory”, la teoria dei costruttori. Macchine ancora più potenti e universali dei computer quantistici, capaci non solo di eseguire calcoli ma di costruire qualsiasi cosa. Il Guardian, qualche anno fa, le ha dedicato una pagina intera. Oggi guida un gruppo di ricerca al Wolfson College e al Dipartimento di Fisica dell’Università di Oxford.

Con lei però non vorremmo parlare di fisica per una volta tanto, almeno per lei, ma di Torino e dei torinesi, e lo vorremmo fare con l’occhio di una torinese che guarda alla sua città e ai suoi abitanti, da lontano. E le sue risposte raccontano Torino più di tanti Instagram e influencer di oggi.
Avevamo anche promesso di colmare l’assenza femminile nella precedente lettera e lo facciamo così : con una intervista che è un manifesto di Torino, per Torino.

Grazie Chiara, nomen omen, è proprio vero che da lontano le cose ci appaiono con una diversa chiarezza. Grazie per questa lettera affettuosa e limpida, scritta su carta rugosa, con inchiostro indelebile.

1- Torino vista da Oxford, com’è?

Più bella di quanto la ricordassi vivendoci. Da lontano se ne percepiscono meglio l’eleganza, la misura e anche un certo understatement che risuona con quello inglese. E la quieta creatività che anima la città come un fiume sotterraneo.

2- Cosa le ha dato Torino e il Politecnico? Siamo stati bravi o ce la raccontiamo?

Bravi, anzi bravissimi!
Torino mi ha dato rigore, concretezza e una cultura del “saper fare”.
Il Politecnico è per me le persone che mi hanno insegnato la fisica e la matematica — indimenticabili; è il luogo dove ho deciso di studiare fisica per professione.
Per me sono stati anni di formazione straordinaria.
Eh sì: Torino tende a raccontarsi meno di quanto dovrebbe. Ma è anche questo parte del suo fascino.

Politecnico di Torino. Foto di Michele D’Ottavio

2- Fantasy dinner : chi invita a cena di torinesi di ieri o di oggi?

Se parliamo di persone legate a Torino, direi: Primo Levi, Rita Levi Montalcini e Tullio Regge — parleremmo di scienza e di lettere, e di come l’immaginazione sia alla base di tutto.
Mi piacerebbe avere anche Cavour e Garibaldi — sapere cosa ne pensano dei nostri tempi.
E poi alcune mie professoresse del liceo e delle medie, le cui voci mi mancano molto.

4- Cosa porterebbe da Oxford a Torino, e viceversa?

Da Oxford porterei la naturalezza con cui università, ricerca e città convivono e si contaminano; l’apertura verso il pensiero libero e fuori dagli schemi.
A Oxford porterei da Torino la capacità di trasformare le idee in cose: progettare, costruire, produrre.
E la cioccolata calda come la facciamo noi!

5- Quali valori identitari riconosce a Torino?

Rigore, discrezione, competenza, immaginazione.
E una certa allergia all’esibizione nella quale mi riconosco.
È una città che preferisce fare bene le cose piuttosto che dire di saperle fare.

6- Come racconta Torino agli inglesi?

Come una città molto europea, elegante, ricca di cultura e tecnologia, e sorprendentemente poco conosciuta.
Una città industriale che è anche una città di scienza, cinema, architettura e grandi idee.
Lo sapevate che la quantum information è stata discussa dai suoi padri fondatori a Villa Gualino, che allora ospitava la fondazione ISI di Mario Rasetti?

7-Da “costruttori di automobili” a… cosa? Come posizionerebbe Torino nel dopo Fiat?

Non cercherei di sostituire l’automobile con “la prossima automobile”.
Il patrimonio vero di Torino non era la Fiat: era (ed è) la capacità di concentrare conoscenza, ingegneria, ricerca e manifattura attorno a problemi difficili.
Ripartirei da lì: tecnologie quantistiche, spazio, robotica, nuovi materiali, energia.
Bisogna tornare a essere costruttori, ma di possibilità.

8- Il suo luogo del cuore a Torino?

Il Parco della Maddalena e il Parco Ruffini (luoghi delle passeggiate con mio papà); il museo di Scienze Naturali, il Museo Egizio e Palazzo Reale (che visitavo spesso con mia mamma); la piscina della Sisport FIAT in via Guala, dove ho incontrato il mio amore per il nuoto; le mie scuole: la scuola elementare “Santorre di Santarosa”, la scuola media “L. B. Alberti”, e il liceo Cavour — luoghi dove mi sono «rimescolata e conosciuta» (come avrebbe detto Ungaretti).
La scuola italiana è un patrimonio inestimabile.

9- Qualcosa le manca?

Le montagne all’orizzonte.
A Torino sono quasi una presenza, non semplicemente un paesaggio.
E poi tante altre cose (ma non basta questo spazio per enumerarle).

10- Il sapore della sua infanzia torinese qual è?

Tutti i sapori della cucina di casa, che mia madre e mio padre hanno messo a punto insieme negli anni, con grande affetto e dedizione: gli zucchini cotti in padella con aglio e menta; il risotto ai funghi; i tajarin con il burro e la salvia; i torcetti e la crostata di mia mamma; la merenda con pesche e amaretto o il pane tostato con olio, sale e basilico; la marmellata con le prugne “ramasin” raccolte dietro la nostra casa in Monferrato; la cioccolata calda fatta da mio papà con la polvere di cacao e il miele; le nocciole tostate nella nostra stufa a legna.

A tavola ci siamo raccontati tante storie: quindi anche e soprattutto il sapore dell’immaginazione e dell’umorismo, che riempiono di meraviglia e allegria questo nostro viaggio sul pianeta terra.

Intervista a cura di Eraldo Mussa

Per approfondire :


LINK INTERNI DELLE PRECEDENTI LETTERE DA TORINO:
Lettera da Torino n°1 – P come Piazza Vittorio Veneto
Lettera da Torino n°2 – F come Fiume Po
Lettera da Torino n°3/1 – M come Mirafiori (Valletta a passeggio per i corridoi)
Lettera da Torino n°3/2 – La Palazzina di Mirafiori (Ricordi di un fornitore e di un ex dipendente)
Lettera da Torino n°3/3 – Heritage Hub e quale futuro per Mirafiori?
Lettera da Torino n°4 – B come Brutalista e A come Antagonista
Lettera da Torino n°5: Flash torinesi
Lettera n°6 – Torino, città verde, una delle più green del mondo
Lettera da Torino n°7 – Torinesi si nasce

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Eraldo Mussa
Torinese, cresciuto in Liguria al confine con la Francia, forse per questo mi sono sempre sentito un “altro italiano”. Laureato in Lettere, giornalista, rallysta e pubblicitario nella vita professionale. “Se unisco i punti della mia vita, le automobili sono state il mio fil rouge.” Contatto: eralmussa(at)gmail.com

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