Nell’articolo Altritaliani, le considerazioni conclusive sull’edizione 2026 del nostro fedele critico di cinema di Venezia Andrea Curcione, e un suo bilancio a caldo di questa Mostra 2026. Per i lettori una guida utile, anzi preziosa, per le prossime visioni al cinema.
Trionfa con il Leono d’oro l’unica donna in Concorso, May el-Toukhy, per il suo film “Woman unknown” (Danimarca, Svezia, Lettonia). Purtroppo, a deludere quest’anno è stato il cinema italiano.
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Adesso che l’edizione numero 83 della Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia si è conclusa con l’assegnazione dei premi della Giuria che ha visto come presidente la regista, attrice, Maggie Gyllenhaal, la regista tunisina Kaouther Ben Hania, il compositore e artista britannico Daniel Blumberg, il docente universitario italiano Francesco Casetti, il regista francese Xavier Giannoli, la regista afgana Shahrbanoo Sadat e il regista hongkonghese Johnnie To, possiamo fare a caldo un bilancio di questa Mostra.

La qualità dei film selezionati sotto la direzione del direttore artistico Alberto Barbera, tranne alcune eccezioni, è stata abbastanza buona. Lo dimostra il fatto che i premi ufficiali assegnati hanno toccato lavori di vari ed eterogenee nazionalità, mentre gli Stati Uniti quest’anno non sono stati preponderanti come in altre edizioni e non ci sono stati loro titoli forti. All’inizio della rassegna la polemica è stata incentrata sul fatto che erano poche le registe donne; è sempre l’accusa sterile rivolta ai selezionatori di privilegiare direzioni maschili, anche se, poi, tra le poche presenti, qualcuna è stata premiata. Si valuta sempre la qualità del contenuto rispetto al genere. Al contrario però, la Giuria ha osservato con attenzione le protagoniste femminili nei film, e questo ha voluto che il Leone d’Oro sia andato a una regista donna, la danese di origini egiziane May el-Toukhy, che ha affrontato nel suo film dal titolo “Woman Unknown” (nel titolo si parla di una donna) una storia di una domestica che nella Danimarca del 1945, nel pieno della caccia alle donne sospettate di aver avuto rapporti con i tedeschi durante l’occupazione, è in procinto di sposarsi con un importante industriale, rimasto vedovo, di Copenaghen. Lei è prigioniera di un segreto che dovrà evitare di essere scoperto. Un film con una atmosfera greve, fatta di silenzi, di tensione e inquietudine, resa dall’ottima fotografia e con una brava interprete, l’esordiente Mathilde Arcel che ha ricevuto la coppa Volpi come miglior attrice; questo grazie ad una speciale deroga del regolamento che ha permesso alla Giuria di premiarla grazie al voto unanime di tutti i suoi membri.

Di ragazze è anche l’argomento dell’ottimo film di Cédric Kahn “15/18 – a place to heal” dove si descrive l’ambiente di un reparto psichiatrico per adolescenti dai quindici ai diciotto anni di un ospedale pubblico francese. I ragazzi convivono insieme con i medici e con le loro fragilità, i loro traumi e, soprattutto le loro incomprensioni con i genitori, spesso la causa dei loro problemi. Ad una delle interpreti del film, Melou Khebizi, nel ruolo di una delle ragazzine più esuberanti, è andato il premio Marcello Mastroianni come giovane attrice emergente. A questo film potrebbe essere accostato “Eu contez (I matter)” della regista Alina Şerban, ambientato in un orfanotrofio in Romania, incentrato sulla storia di Rebeca (Denisa Farcaș) una giovane rom, che rischia di dover lasciare l’orfanotrofio ricco di ragazzini soli e abbandonati a causa di ferree leggi burocratiche, e la sua aspirazione a diplomarsi in una scuola di recitazione. Sospesa tra speranza e minaccia, è costretta a confrontarsi con la propria identità e a imparare a cavarsela da sola. Il film ha ottenuto il premio Venezia Spotlight-Armani beauty, dato dagli Spettatori.
Anche nella sezione Orizzonti presieduta dalla regista, francese Valérie Donzelli il premio per la miglior interpretazione femminile è andato a Laleh Marzaban, protagonista del film iraniano “Moragheb (Falling House)” diretto da Mohsen Gharaei. L’attrice interpreta la figlia di una guardia carceraria che in segreto sta per lasciare l’Iran per diventare modella. Tensioni familiari e problemi sociali sono al centro della trama. Il premio alla migliore regia è andato a Jacqueline Lentzou per “A day in the Life of Joe: Chapter Phaedra” film di produzione greca, dove si racconta l’amicizia tra due ragazzine con i loro sogni e le loro aspirazioni. C’è anche una parte di regia femminile nel lavoro belga diretto a quattro mani “Diane in The Loop” di Ann Sirot e Raphael Balboni premiato come miglior film; il rapporto di una figlia che scopre di essere il frutto di una violenza subita da sua madre e il suo desiderio di vendetta. Un tema duro e attuale che i registi hanno voluto sottolineare ricevendo il premio e dedicandolo a tutte le donne vittime di abusi. Sempre in Orizzonti è stato premiato il film “La maison du Vent” del regista africano Auguste Bernard Kouemo Yanghu sia con il Premio Venezia opera prima (Luigi De Laurentiis) sia con il Premio Speciale della Giuria. Racconta la storia di una donna anziana (Josette Kwamya, la madre del regista) che è rimasta da sola in Camerun mentre i suoi figli sono partiti tutti per l’Occidente. Si descrive la malinconia e la speranza di quei genitori che rimangono da soli nella propria terra e sperano che un giorno i propri figli facciano ritorno a casa. Il regista ha rivolto un’affettuosa dedica a sua madre che è scomparsa poco dopo il termine delle riprese del film.
Ritornando alla competizione ufficiale di Venezia 83 il Leone d’Argento è andato a “Possible Love” diretto, co-sceneggiato e prodotto dal coreano Lee Chang-dong, già regista di “Burning-L’amore brucia”. Una storia che racconta la classe operaia delle fabbriche che lottano per la chiusura e la vendita delle loro strutture a gruppi stranieri. Il regista si incentra su una coppia sposata che lavora in una di queste fabbriche coreane in fase di dismissione, che viene avvicinata da una giovane regista, sposata con un uomo facoltoso, che intende realizzare un documentario sulla loro vita e la loro esperienza in fabbrica. Tra le due coppie avverrà una vicinanza e una sorta di amicizia che suggerirebbe un’apparente vicinanza tra classi sociali, ma non sarà così. Buon film, storia semplice, un po’ lungo, ma girato con mano lieve su un tema importante.
Il Leone d’Argento per la miglior Regia è andato a “DAU” co-prodotto, co-scritto e diretto da Il’ja Chržanovskij. Ispirato alle vite dei fisici sovietici che svilupparono la bomba atomica, il film segue il brillante scienziato Lev Davidovič Landau, detto Dau, lungo quattro decenni della sua vita nell’Unione Sovietica, dal 1928 al 1968 e i suoi sforzi per assecondare il repressivo regime comunista nello sforzo bellico. L’opera è monumentale e ha richiesto migliaia di comparse e strutture immense per ricreare i laboratori di fisica e gli alloggi degli scienziati, oltre ad alcuni scorci di Pietroburgo e di Mosca dell’epoca. Ad interpretare Landau è stato chiamato il musicista e direttore d’orchestra Teodor Currentzis che entra perfettamente nel ruolo del genio e della sregolatezza. Il film, imponente, che dura tre ore e un quarto, ha una prima parte molto valida, mentre nella seconda finisce per perdersi. Al film in alcuni ruoli hanno partecipato anche diversi veri fisici, tra cui l’italiano Carlo Rovelli.
La Coppa Volpi alla migliore interpretazione maschile è andata (e non ci sono mai stati dubbi) a John Malkovich per la sua straordinaria parte nel film commedia di “Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh. Qui interpreta un anziano agente della CIA, con mille segreti e mille esperienze alle spalle che, alla vigilia del colpo di Stato in Cile del 1973, va a trascorrere una breve vacanza sull’isola di Pasqua insieme ad un altro agente più giovane (Sam Rockwell). Sarà il momento di confessioni e di racconti che però rischieranno di compromettere la stessa Agenzia, il colpo di Stato e lo stesso loro superiore in grado (Steve Buscemi). Un film dall’ottima regia e dalla valida sceneggiatura sorretta da un istrionico Malkovich in una parte tagliata su misura per lui.

Il premio per la Migliore Sceneggiatura è andato al francese “Un Bon Petit Soldat” scritto dal regista Stéphane Brizé insieme a Coralie Amédéo, Olivier Gorce. Ambientato ai giorni nostri in una importante società di assicurazioni diretta da un cinico manager (Vincent Lindon), qui entra a far parte come responsabile delle risorse umane la quarantatreenne Carla Moretti (la straordinaria Alba Rohrwacher) che ha il compito di conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla direzione. Inoltre, nel tempo che le resta deve seguire negli studi suo figlio, un ragazzino che vive con il padre dal quale è separata. I ritmi di lavoro sono pressanti e stressanti, e si ripercuotono sul figlio fino a quando, venuta a conoscenza di una situazione di mobbing decisamente oltre misura realizzato nei confronti di una dipendente, Carla si troverà a porsi delle domande.

Il film di Brizé, che già si era occupato in sue precedenti opere del tema del lavoro, qui ci fa entrare nello spietato mondo della competizione, dell’ipocrisia, del raggiungimento degli obiettivi manageriali, dove prevale la catena di comando maschile e la disumanizzazione. Un film importante con la nostra Rohrwacher molto brava nell’esprimere le proprie incertezze in questa dura realtà.
Per ultimo il meritato Premio Speciale della Giuria è andato al documentario “Naza” dei registi Yuval Abraham, Rachel Szor del collettivo che nel 2025 ha vinto l’Oscar per “No Other Land”. “Naza” è il nome in codice che i servizi segreti israeliani usano per indicare i danni collaterali, ovvero le vittime civili a Gaza dei bombardamenti dell’esercito israeliano per annientare Hamas. Il lavoro, prodotto dal giornale “The Guardian” è frutto di interviste rese da operatori dell’intelligence e membri dell’esercito israeliano che hanno raccontato ai registi sui tetti davanti alla skyline notturna di Tel Aviv fatta di luci e di grattacieli – ovviamente nascosti nell’ombra per non rivelare la loro identità – come le forze di difesa israeliane hanno eliminato la popolazione palestinese di Gaza utilizzando bombardamenti mirati e sistematici su interi quartieri, decimando così uomini, donne, bambini, con il pretesto di eliminare i covi dei terroristi di Hamas, autori della strage e il rapimento di israeliani del 7 ottobre 2023. Un documentario duro per la sua freddezza, dove si parla di operatori che con un pulsante, come in un violento videogame, annientano la vita di innocenti in uno spietato tiro al bersaglio. Questo importante lavoro ha raccolto la commozione e gli applausi (ben 25 minuti) al termine della sua proiezione ufficiale in Sala Grande, mentre in Israele prima ancora di essere visionato è stato ferocemente attaccato dall’establishment. Assolutamente da non perdere.

Purtroppo, a deludere quest’anno è stato il cinema italiano.
Se non fosse per film di Orizzonti “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci, premiato sia per la sceneggiatura scritta dal regista insieme a Tommaso Femfert, sia per il miglio attore, Riccardo Scamarcio nel ruolo drammatico di un genitore con un figlio adolescente disabile, l’Italia sarebbe rimasta a bocca asciutta, così come a Berlino e a Cannes. Delusione su tutti i fronti.
Su cinque film in concorso, l’unico sul quale si poteva avere qualche speranza di un premio era il film di Nanni Moretti “Succederà questa notte”, un film non proprio morettiano, ma una storia d’amore nel tempo con due validi attori, Jasmine Trinca e Louis Garrel. Siamo però convinti che questo suo ultimo lavoro verrà apprezzato nelle sale, anche francesi. “L’estranea” di Paolo Strippoli ha una tensione da film horror, sempre con Jasmine Trinca, madre inquietante, e una Valeria Bruni Tedeschi ironicamente mefistofelica, ma nulla più. “Il fuoco che ti porti dentro” con la regia di Edoardo De Angelis, ambientato a Milano alla Vigilia di Natale con una mamma napoletana in visita al figlio (Valeria Scalera) con tutti i drammi e le esuberanze partenopee e il solito scontro di tradizioni tra nord-sud, film a tratti irritante, non poteva essere compreso da una giuria di respiro internazionale. Il film di Andrea Pallaoro “The Echo Chamber” basato su un testo di Bertolucci, pur avendo un cast di tutto rispetto non colpisce troppo per la trama e l’ambientazione. Tutto si svolge nell’appartamento di un trasgressivo musicista (Luca Marinelli) afflitto da dolori alla schiena, curati dalla sua massaggiatrice (Alicia Vikander), mentre ha in atto la pubblicazione di un disco di una celebre cantante che si era allontanata dalle scene musicali (Susan Sarandon). Dialoghi d’appartamento, una storia d’amore dai risvolti drammatici, ma nessuna emozione diretta al pubblico: un film freddo. Il quinto e ultimo film, “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis, è un ritorno al dramma di “Garage Olimpo”, precedente film del regista del 1999 sulle torture, i desaparecidos, le adozioni illegali e i “voli della morte” durante la feroce dittatura Argentina dal 1976 al 1983. In questo film Adriano Giannini interpreta Mariano Guerra, un sopravvissuto, all’epoca in Argentina come studente di medicina, condotto in quel garage di torture che subirà i soprusi e le violenze anche sessuali, ma verrà protetto da un suo aguzzino. Ai giorni nostri verrà chiamato a testimoniare contro gli autori, ormai anziani, di quei crimini del regime. Un film duro, drammatico, dove il protagonista si interroga sulle sue colpe e sulla sua condizione di sopravvissuto rispetto ad altri che ha aiutato a mandare a morire, ma altrettanto gelido nel trasmettere pathos.
Altrettanto fuori obiettivo le opere fuori concorso di Gianni Amelio (“Nessun dolore”) e di Mario Martone (“Scherzetto”) mentre Giovanni Veronesi scherza, ma non troppo, con i santi in “Dio Ride”, film di chiusura con Pierfrancesco Favino nei panni di un frate del Seicento che ha successo raccontando in modo divertente il Vangelo agli umili.
La selezione per Venezia ha privilegiato la quantità (ben cinque film italiani) rispetto alla qualità e non ha portato bene. Forse è un problema proprio del cinema italiano. Mentre il cinema internazionale ci parla di temi attuali come il lavoro, il cambiamento della società, i suoi conflitti e le sue paure, noi restiamo concentrati su problemi intimisti da camera-cucina, rivalità campanilistiche e umorismo spiccio. Speriamo sempre in una svolta e confidiamo nel prossimo anno all’edizione numero 84 della Mostra del Cinema che si svolgerà sempre al Lido di Venezia dall’1 all’11 settembre 2027.
Andrea Curcione
- IL SITO UFFICIALE DELLA BIENNALE CINEMA 2026
- Per approfondire le tematiche dei FILM ITALIANI in gara alla 83. Mostra del cinema di Venezia, vi ricordiamo questo precedente articolo Altritaliani : https://altritaliani.net/83esima-mostra-del-cinema-italiano-gli-italiani-e-il-programma/
PREMI UFFICIALI IN TUTTE LE SEZIONI – 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica/ Biennale Cinema 2026
Mettiamo a vostra disposizione la lista ufficiale della Biennale del Cinema con tutti i film premiati dalle cinque giurie internazionali nel corso della Cerimonia di premiazione sabato 12 settembre. Potete scaricarla qui sul vostro computer :
Premi Ufficiali di Venezia 83




































