Nel decreto sulla scuola appena approvato dal governo della Meloni in Italia, si stabiliscono essenzialmente tre cose: la prima è che in ogni aula scolastica il numero degli stranieri non possa superare il tetto del 30%, la seconda è il divieto alle alunne di indossare veli integrali che nascondono anche parzialmente il viso e la terza è l’obbligo per i genitori degli alunni in questione, che non conoscono la lingua, di frequentare gratuitamente corsi di italiano il tutto per favorirne la loro integrazione.
Con tutta l’antipatia che porto e porgo al governo Meloni, di cui fa parte anche l’antieuropeista e putiniane Lega di Salvini, non posso nascondere il mio gradimento per questo decreto e capisco che la sinistra italiana, naturalmente e irrazionalmente da opposizione si opponga, e sennò che opposizione è, ma in questo caso i toni apocalittici usati: “discriminazione!” “Il governo si accanisce contro i bambini!” “Vergognatevi costringete i genitori a piegarsi al vostro volere!” e altro, mi appaiono eccessivi e frutto di un’ipocrisia politica che è ahimé diventato il tratto dominante e il minimo comune denominatore della cultura del cosiddetto “Campo largo”.
La realtà è che credo il governo abbia tratto esperienza dalla tragica incompiutezza francese e inglese in tema d’integrazione, lì chi si è integrato lo deve solo alla propria ferrea volontà di diventare parte della comunità, per il resto se le divisioni e i conflitti culturali, sociali, etnici e religiose sono in quei paesi così devastanti è proprio per la mancata integrazione. In quei paesi gli immigrati di terza generazione non si sentono fieramente francesi o inglesi. Questi paesi per pigrizia, incapacità, presunzione, e poi per paura, hanno preferito assecondare invece che accompagnare, arrivando al paradosso che oggi a costoro viene concesso molto più che agli stessi indigeni, i quali subiscono spesso i loro modi di essere anche quando sono in aperto contrasto con le leggi e le usanze del luogo, una roba che alimenta un clima esplosivo.

L’immigrato, i suoi figli e i suoi nipoti chiedono e devono essere integrati nella società italiana che è una società appartenente alla cultura occidentale, devono diventare italiani. Perciò occorre che questi parlino italiano, conoscano le leggi e le consuetudini italiane ed europee. Ciò vuol dire che una società come la nostra con la sua Costituzione repubblicana frutto della lotta partigiana per la libertà e che affonda le sue origini nei valori democratici e liberali che vengono dalla tradizione occidentale e illuminista, non può accettare simboli patriarcali e dell’oppressione quali il velo che, non previsto nel Corano, è poi diventato nei secoli un simbolo etico e politico da contrapporre a quei valori morali occidentali ritenuti da quelle società orientali come “diabolici”.
La realtà è che fuori dai denti, l’integrazione imporrebbe che il divieto di portare il velo si estendesse anche al di fuori delle scuole e a tutte le donne, questo per evitare di finire come la Francia dove il velo è un perturbante segno di mancato riconoscimento o peggio di opposizione alla Francia stessa, a cui poi ipocritamente si chiede di integrarsi, un pericoloso humus da cui è fiorito il più feroce fondamentalismo islamico di Europa.
L’obbligo per i genitori degli alunni di studiare gratuitamente l’Italiano è una norma di buon senso. Come ci si pretende di integrarsi se non si vuole nemmeno conoscere la lingua del paese che dovrebbe integrarti? Va da sé che la mancata frequentazione di questi corsi impone una multa fino a mille euro, ma direi di più, quelli che si rifiutano di frequentare i corsi, non vogliono integrarsi e se non fossero esuli politici andrebbero rispediti nei paesi di provenienza.
A me sembra ovvio che chi emigra in Italia debba conformarsi alla civiltà italiana e non fare il furbo sperando di fare quello che gli pare anche contro le leggi e le consuetudini (che hanno valore di legge) del paese ospitante. Così è la Francia che oggi non ha caso si trova a fare i conti, alla imminente elezione presidenziale, con un partito di sinistra filoislamico come La France Insoumise e l’ultradestra della Le Pen. Questo è il risultato di anni di politica in cui non si è voluto vedere la realtà delle cose limitandosi a scaricare migliaia di immigrati nelle periferie lasciandoli fare quello che volevano nelle lore riserve “indiane” sempre più degradate socialmente e moralmente.
Da uomo di sinistra, quale mi considero, chiedo alla sinistra italiana di non ripetere gli abominevoli errori della sinistra francese. La lotta per la liberazione delle donne è storicamente una lotta di sinistra e la storia del femminismo lo dimostra ampiamente, non si può mettere insieme l’opposizione al patriarcato e al contempo ipocritamente e per convenienza elettorale dire che il velo è una libera scelta della donna, perché così non è, essendo frutto proprio di quella cultura patriarcale araba e musulmana che ha impedito per secoli l’emancipazione di quelle donne. Proprio questa ipocrisia, ah quanto odio l’ipocrisia! Ha impedito alle sinistre occidentali, anche a quella francese o italiana di manifestare a favore della liberazione delle donne iraniane, molto più facile e paraculo un bel corteo Pro-Pal.
La sinistra deve decidersi. Non si può rivendicare di essere occidentali e poi volere la morte dell’Occidente.

Lenin diceva che la religione era l’oppio dei popoli e pretendeva di bruciare le chiese in Russia, oggi abbiamo delle sinistre che ritengono prioritario difendere moschee e imam.
La libertà di culto è sacrosanta come anche la libertà di vestirsi come si vuole nel rispetto delle leggi, nessuno impedisce alle donne dell’Africa nera di indossare i loro coloratissimi e bellissimi, lo dico senza ironia, vestiti, ma questi non hanno il tetro e destabilizzante compito dei burka e degli altri veli di origine musulmana, di farsi simbolo antioccidentale.
Per una volta la sinistra prendesse una posizione netta e riconosca che il decreto per la scuola appena licenziato dal governo non è discriminatoria e ha un’effettiva efficacia per il processo di integrazione.
Ci siamo sempre battuti perché fosse riconosciuta la cittadinanza italiana ai tanti bambini nati in Italia da genitori stranieri e perché fosse sanato l’iniquo status di straniero a ragazzi che non solo parlano italiano e spesso il dialetto delle città, ma che sono perfettamente inseriti nella società, è evidente che questo decreto vuole favorire gradualmente proprio l’integrazione. È buona politica quella capace di guardare oltre le meschine convenienze tattiche solo con l’onesta intellettuale si educano i cittadini alla partecipazione.
Veleno






































