In America, la morte in diretta

Nell’Étranger di Camus, il protagonista Meursault, condannato a morte, si avvia verso l’esecuzione sperando che vi siano molti spettatori pronti a lanciare grida di odio.  Ora quel desiderio sarà realizzato in grande scala: a dicembre, salvo imprevisti, negli Stati Uniti un uomo sarà fucilato davanti a una moltitudine di persone collegate in “streaming”, cioè in diretta su Internet. Un esercito di voyeurs della morte.  L’uomo si chiama Nidal Hasan, un maggiore dell’esercito che si era radicalizzato. Nel 2009 uccise 13 persone e ne ferì altre 32 in una base militare in Texas.

Le esecuzioni in pubblico sono prerogativa di pochissimi paesi (secondo Amnesty International, Iran e Arabia Saudita) e dei gruppi fondamentalisti islamici.  Fino a poco tempo fa, una cosa del genere sarebbe stata inimmaginabile in un paese come gli Stati Uniti, in cui (nonostante una per me intollerabile presenza della pena di morte), bene o male vigono ancora democrazia e stato di diritto. Ora forse quel tempo è finito. Lo ha detto il capo del Pentagono, Pete Hegseth: assisteremo al trionfo della morte, alla diffusione planetaria della punizione esemplare del colpevole. E accadrà in quella parte del mondo, l’Occidente, a cui, tra tanti torti, potevamo almeno attribuire un merito: qualche faticosa e imperfetta conquista di civiltà. È come se l’orologio della storia avesse invertito la direzione delle sue lancette. “Gli anni Trenta sono davanti a noi”, è il titolo di una celebre conferenza tenuta, nel 1990, dal filosofo Gérard Granel: forse sono già cominciati.

Al pubblico, ci scommetto, lo spettacolo piacerà parecchio. In tanti diranno che è giusto così. Che quell’uomo deve pagare, visto che le sue vittime non possono più tornare in vita; che è assurdo spendere dei soldi per mantenere in vita, in carcere, il colpevole di un delitto così orribile; e che vedendo la fucilazione, qualche malintenzionato ci penserà due volte prima di fare qualche porcheria. Le solite litanie a favore della pena di morte, che speravamo di dimenticare e invece tornano, instancabili. Tutto questo sarà consacrato ed esaltato in diretta mondiale: sacrificio umano, rituale purificatore, spettacolo di varietà. Assisteremo alla fucilazione mangiando un panino, prendendo un aperitivo; tutti contenti di essere persone perbene che non hanno nulla da temere.

In un meraviglioso libro di Sebastiano Vassalli (La chimera), Antonia, condannata come strega, viene messa su un carretto e avviata al rogo. Vede attorno a sé tanta gente. Famiglie che hanno portato da mangiare per la scampagnata. All’inizio non capisce, si chiede che cosa ci facciano lì. È stordita dalla confusione, dopo tanti mesi passati in una cella, in una solitudine rotta solo dalle visite dei suoi carcerieri che ogni tanto passano a violentarla. Poi capisce che tutti sono lì per lei. Pronti a godersi lo spettacolo delle sue carni che bruciano. Il boia le dice che se non farà storie, se non complicherà il lavoro, lui di nascosto (poiché vietato) le darà una piccola fiala con un liquido che la stordirà un poco. Antonia si fa legare docilmente, e brucia: la sua bocca diventa un piccolo cerchio bianco in mezzo alle fiamme da cui esce un urlo senza voce, e poi più nulla. La gente è contenta dello spettacolo. Il male è stato estirpato, e che soddisfazione danno il fuoco, il supplizio, il tormento quando riguardano gli altri, non noi. Poi tutti tornano a casa.

Voi forse direte: Antonia, povera stella, figlia nostra, era perduta e innocente; denunciata come strega da un compaesano a cui aveva detto di no. Nidal Malik Hasan (per sua stessa ammissione) è colpevole di una strage. Lo so bene. Ma questo, come dicevo, per me in fondo non cambia molto. La barbarie della pena di morte è tale di per sé, e non solo, come del resto è ovvio, se addirittura colpisce un innocente; lo resta anche quando il condannato ha commesso il più odioso dei delitti. La pena di morte che addirittura diventa spettacolo, per far fremere le moderne tricoteuses, è un orrore che si masturba guardandosi allo specchio.

Chi, come me, è affezionato alle conquiste dello stato di diritto, della civiltà giuridica, del garantismo e del rispetto dovuto anche al colpevole (anche al peggiore dei colpevoli), vive tempi difficili. Se le democrazie cominciano ad assomigliare alle dittature, se la pena di morte, invece di sparire, diventa uno spettacolo, rischiamo di trovarci presto senza patria. Senza tetto né legge. O magari, se non facciamo attenzione a proteggerci dal rumore che abbiamo attorno, rischiamo di risvegliarci un giorno stretti a un angolo e sconfitti, simili a coloro che detestavamo. Come quel naufrago descritto da Emil Cioran “che, sbattuto su un’isola e scorgendovi subito un patibolo, invece di esserne atterrito, fu all’opposto rassicurato. Si trovava fra selvaggi, è vero, ma in un luogo in cui regnava l’ordine”.

Maurizio Puppo

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo è editorialista del sito Altritaliani.net di Parigi dal 2013 (Le pillole di Puppo). Nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni.

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