Nel dibattito contemporaneo sulla crisi climatica e sociale, ci si trova spesso ad affrontare un senso di disorientamento derivato da un modello di sviluppo ormai insostenibile. La perdita di contatto con la natura e il progressivo conformismo sociale impediscono all’umanità di trovare risposte efficaci alle sfide del nostro tempo. Attraverso la letteratura, la filosofia e il pensiero critico, questo testo della nostra Carmelina Sicari vuol essere una riflessione sulle “catene” materiali e culturali che ci imprigionano, sollecitando la ricerca di un nuovo modello sociale e politico.
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«Nessun uomo deve essere in catene»: è questo il monito che guida l’agire di Don Chisciotte nell’opera di Miguel de Cervantes. Di fronte alla vista di una lunga fila di galeotti incatenati, il cavaliere errante rimane colpito e decide di liberarli, ignorando gli avvertimenti dello scudiero Sancho Panza, il quale gli ricorda che si tratta di criminali puniti dalla legge.
Al di là del contesto narrativo, la posizione di Don Chisciotte assume un valore simbolico universale: la costruzione di qualsiasi modello sociale e culturale rinnovato deve fondarsi sull’idea imperativa che l’essere umano debba affrancarsi da ogni forma di servitù. Anzi, l’uomo deve prima di tutto essere liberato dagli impedimenti e dalle sovrastrutture che egli stesso ha finito per costruirsi.
L’«uomo-massa» della società contemporanea appare incapace di risolvere le crisi ambientali e sociali innescate dalle sue stesse azioni e decisioni. Nel corso dell’evoluzione, l’umanità aveva fatto fronte alle emergenze grazie alla propria creatività e originalità; oggi, al contrario, l’individuo ha rinunciato alla propria irripetibilità per omologarsi.
La morale dominante si riassume nel principio del «così fan tutti»: un conformismo cieco che porta l’individuo a “farsi pupo”, secondo la celebre metafora di Luigi Pirandello (espressa in particolare da Ciampa ne Il berretto a sonagli). “Farsi pupo” significa rinunciare alla propria autenticità per “indossare una maschera” imposta dalle convenzioni sociali, al solo scopo di essere accettati. Superare e porre fine a questa « pupificazione » è l’unico modo per ritrovare una dimensione autentica e riaprire un dialogo sincero con la natura.
Già nel Settecento, il poeta e librettista Paolo Rolli (1687–1765) esprimeva nella sua poetica il bisogno di rifugiarsi nella dimensione naturale di fronte al dolore, ai problemi e alle perdite dell’esistenza:
«Solitario bosco ombroso, a te viene afflitto cor, per trovar qualche riposo fra i silenzi in quest’orror».
Tuttavia, se in passato la natura rappresentava un rifugio intimo o un tema lirico, oggi la questione si pone su ben altra scala. Nel Novecento, scrittori come Bonaventura Tecchi intessevano nei loro scritti (come in Storie d’alberi e di fiori) un senso di profonda solidarietà ed empatia con il creato. Ma una semplice contemplazione non è più sufficiente per affrontare i problemi odierni.
Per invertire la rotta occorre modificare radicalmente i modelli di sviluppo. Le metropoli sovraffollate e il fenomeno del gigantismo urbano sono diventati incubatori di crisi, violenze ed emarginazione, ma manca purtroppo ancora un dibattito strutturato al riguardo. L’accentramento e l’espansione incontrollata delle città rappresentano le vere “catene” da spezzare per definire un modello di crescita realmente sostenibile e compatibile con la natura.
Tra gli anni Settanta e Ottanta, il dibattito aveva individuato un punto di svolta fondamentale, sintetizzato dal saggio di Fritjof Capra, Il Tao della fisica (1975). Quell’opera cercava una convergenza tra la fisica moderna e le filosofie orientali per proporre una visione olistica della realtà.
Oggi, tuttavia, non si tratta più soltanto di comporre opere teoriche o di accostare discipline diverse, ma di affrontare direttamente gli elementi di criticità, primo fra tutti il cambiamento epocale del clima. La città, nata per rispondere ai bisogni dell’uomo, ha dilatato a tal punto il proprio territorio da entrare essa stessa in una profonda crisi.
La sfida attuale non è dunque soltanto ecologica, ma soprattutto sociale e politica. Liberarsi dalle catene oggi significa rimettere al centro la responsabilità dell’individuo e la capacità di immaginare modelli più umani. Solo superando la rigidità delle “maschere” e ridiscutendo i dogmi dello sviluppo illimitato sarà possibile ricomporre la frattura tra l’uomo, la società e il nostro pianeta.
Carmelina Sicari
(da Reggio di Calabria)
Vedi sotto i riferimenti Letterari e Culturali:
- Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia
- La « pupificazione » e la maschera (Luigi Pirandello, Il berretto a sonagli)
- Paolo Rolli (1687–1765): Poeta e librettista italiano dell’Arcadia, celebre per la grazia delle sue canzonette e componimenti lirici.
- Bonaventura Tecchi, Storie d’alberi e di fiori. Scrittore e germanista italiano (1896–1968). In opere come Storie di alberi e di fiori dimostra una spiccata sensibilità verso la natura.
- Fritjof Capra, Il Tao della fisica (1975): Saggio di riferimento per il pensiero ecologico e sistemico. Il fisico austriaco mette in relazione le scoperte della fisica quantistica e della relatività con i concetti delle filosofie mistiche orientali (Taoismo, Buddismo, Induismo).



































