Baresi è stato un grande italiano, ex difensore del Milan. Per parlare della sua eccezionalità nella storia del calcio italiano e mondiale, è stato quasi sempre descritto come “l’ultimo grande Libero”. È morto venerdì scorso a 66 anni. Lo ricorda per noi Armando Lostaglio.
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Avevo scritto tempo fa che il grande regista tedesco Werner Herzog lo ammirava per l’eleganza, il senso dello spazio e il rispetto umano sul campo e fuori. Capire lo spazio, prevedere il gioco, nel dominio del ruolo. Franco Baresi, il “libero”, figura ormai scomparsa anche dal lessico, quel calciatore un po’ più avanti del portiere.
Personalità incancellabile, come lui Gaetano Scirea e pochi altri.

Buon viaggio, su un nuovo campo, capitano dalle 700 e più partite con la stessa maglia, quella rossonera milanista dipinta sul petto. “Capitano, mio capitano” sussurra Whitman. Eppure le sue lacrime: il suo rigore calciato alle stelle (come pure Baggio) perdendo la Coppa del mondo contro un Brasile (alla portata), danno il senso dell’uomo e la sua appartenenza ad una maglia, della identità che sconfina nell’amore dei tifosi.
Sovviene lo scrittore argentino Osvaldo Soriano, origini italiane, che scriveva del calcio: “lo sport popolare per eccellenza, che non esigeva denaro e si poteva giocare senza null’altro che la pura voglia.”
La voglia di giocare e di stare al gioco, disegnare geometrie sulle traiettorie di un pallone, calciato sul campo verde oppure polveroso.
Amare il calcio che è metafora della vita: gioco di squadra in 11 ma poi è il talento del singolo a fare la differenza, come il gesto atletico, di classe come Franco Baresi.
Del calcio hanno scritto filosofi come Sartre, poeti come Borges e Gatto: il calcio è rituale e religione, appassionava Pasolini che giocava benissimo da ala.
Il regista Werner Herzog, dicevamo, idealizza la bellezza del gioco nelle movenze e l’autorevolezza di Franco Baresi, il Libero come si chiamava un tempo, come lo erano Scirea, Wilson, Cera, Picchi, Castano.
Con il filosofo Edilberto Coutinho sforiamo l’antropologia e la politica: “Il calcio se ben praticato è forza di popolo. I dittatori passano sempre, ma un gol di Garrincha è un momento eterno che non lo dimentica nessuno”. Come lo stupore di Pelé nella finale messicana del ’70 mentre ammira Gigirriva elevarsi di testa e colpire il pallone nel cielo.
In tutto, va l’omaggio ideale di due giovani di Muro Lucano, Juan e Teodoro Farenga che, emigrati in Argentina, 120 anni fa fondarono il Boca Junior, dove giocò il più grande attaccante di sempre: Diego Armando Maradona.
Armando Lostaglio
Foto di Baresi © Maxppp – Horstmüller, site ICI.fr



































