Pippo Pollina (musicista, cantautore e scrittore italiano) lasciò il suo paese all’età di vent’anni, come diceva una canzone dei Dik Dik. Dalla Sicilia, andò a suonare e cantare sulle strade di tanti paesi d’Europa. Da lì è partita una carriera che lo ha visto fare dischi, spettacoli musicali di tema civile, scrivere libri, cantare con Franco Battiato, Nada, Giorgio Conte, gli Inti Illimani, scrivere canzoni assieme a Georges Moustaki. La sua musica appartiene al repertorio della musica colta e popolare; le sue canzoni raccontano pezzi della storia civile del nostro tempo. Oggi vive in Svizzera, ha un legame molto forte con la Germania (dove è popolarissimo), e resta, naturalmente, italiano.
Venerdì 2 ottobre (alle 20.00) Pippo Pollina (accento sulla prima o, mi raccomando) canterà a Parigi, alla sala Les trois Baudets, un luogo importante della cultura musicale e artistica francese (fu teatro degli spettacoli di Georges Brassens, Juliette Greco, Jacques Brel, e lo spazio di predilezione di Boris Vian, l’autore del Déserteur). Ne abbiamo approfittato per porgli alcune domande.
Attorno ai vent’anni, sei partito dalla Sicilia, e hai cominciato a viaggiare, e suonare, in Europa, sulle strade di Ungheria, Germania, Inghilterra, Francia, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera. Sembra il titolo di un libro di Joseph Roth: “fuga senza fine”.
Pippo Pollina. Non si trattava di una fuga: non sono uno che fugge. Sono sempre stato curioso, animato dal desiderio di scoprire il diverso, di investigarlo. È proprio attraverso la scoperta del diverso che si trova quella parte di sé, nascosta, che attendeva di manifestarsi. Avevo il desiderio di crescere, imparare cose che stando nel guscio di casa propria non si possono conoscere. Non dimenticando mai che casa propria rappresenta la radice, il punto di partenza, il bagaglio che ci è stato dato dalla nascita. Continuo a esserlo, curioso, e cerco di approfondire i mondi che ho conosciuto; per me non si tratta di lambire superficialmente qualcosa che rimarrà un ricordo, ma di scavare, capire perché in quel posto si pensa, si vive, si agisce in un certo modo e non in un altro.
Sei partito subito dopo la morte di Pippo Fava, coraggioso giornalista d’inchiesta ammazzato dalla mafia nel 1984. E che tu avevi frequentato.
Non è che lo avessi conosciuto molto; l’avevo visto tre volte, nel 1983. Era una persona entusiasta del proprio mestiere, vitale, affascinato dalla vita, molto contento di coinvolgere le giovani generazioni. Io volevo fare il giornalista di inchiesta, quando ancora quel tipo di mestiere era una novità assoluta. La sua morte è stata lo spunto che mi ha consentito di interpretare la mia vita in modo diverso da quello a cui forse sarei andato incontro. Ma questo accade nella vita di tutti. Ciascuno di noi ha esperienze che fanno cambiare rotta.
Non hai fatto il giornalista d’inchiesta, ma il musicista, l’autore di canzoni.
Mi è sempre piaciuta la musica. Cantare mi faceva stare bene: fisicamente avvertivo il corpo che diventava strumento musicale, e riassumeva in sé il senso di armonia. Quel senso di benessere era la base di partenza. Ma molto presto mi sono reso conto che la musica da sola non mi bastava: avevo bisogno della parola. Quindi la forma che si è rivelata la più congeniale per me è stata quella della canzone.
Che musica ascoltavi, quando hai cominciato?
Ho iniziato con la musica popolare latino-americana, imparando a suonare la chitarra con le canzoni degli inti illimani: cultura popolare della cordigliera delle Ande. Ho fatto una ricerca sui ritmi, gli strumenti, sulla canzone latino americana moderna, politica, quella degli anni Settanta e Ottanta. Da lì sono passato alla musica popolare del sud Italia: la Nuova Compagnia di canto popolare, Eugenio Bennato. E poi, la “canzone d’autore”. Quella che negli anni Settanta, in Italia, ha attraversato la sua stagione d’oro. A me interessava raccontare il mio mondo, e non sarei riuscito a farlo se non attraverso la lingua italiana; in dialetto, siciliano e palermitano, non avevo un vocabolario sufficiente. Ho cercato di privilegiare l’estetica del testo, l’aspetto poetico, che riprendevo dal simbolismo francese, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Mallarmé. Poi ho studiato al conservatorio di Palermo per strutturarmi dal punto di vista teorico e tecnico.
Niente musica di stampo anglosassone.
Quando ero ragazzino ascoltavo i Led Zeppelin. Erano la rock band meno asservita alle logiche commerciali, con una fortissima venatura blues bianca. Ma la musica americana non mi ha mai interessato. Ero anche influenzato politicamente, lo ammetto. Una diffidenza che è aumentata col tempo, non diminuita.
Il tuo repertorio appartiene al filone della musica popolare, e disegna una storia civile: il giorno del falco, con gli Inti Illimani, sul golpe in Cile del 1973; 19 luglio 1992, sull’assassinio di Borsellino; un disco, e uno spettacolo, sulla strage di Ustica.
Parlare di quelle storie faceva parte del mio desiderio di giornalista mancato. Volevo raccontare non solo la mia storia personale, interiore, ma anche il mondo che vedevo, con le sue lacerazioni e contraddizioni: ho cercato di sviluppare un canzoniere che potesse esserne la rappresentazione. Cosa per niente facile, perché io ho cominciato nel periodo del cosiddetto “riflusso”, gli anni Ottanta, in una società che di certi discorsi non ne voleva più sapere. In quel periodo, per essere oggetto di interesse popolare, pareva che ci si dovesse distanziare da quelle barbe e quei capelli che avevano caratterizzato la generazione dei fratelli maggiori. La mia è una generazione di mezzo: quelli come me, più che al proprio tempo, erano rivolti al passato o al futuro che stava per arrivare. Io mi sono rivolto verso le letture dei miei fratelli maggiori, le loro idee, i loro film; tutte cose che di lì a poco sarebbero state considerate robaccia vecchia. Rifiutate persino da quegli stessi fratelli maggiori, che nel frattempo avevano cominciato a confrontarsi con la famiglia, il bisogno di un lavoro stabile, il provare ad arrampicarsi in una società che stava mutando.
È in quel momento che sei andato via dall’Italia, da Palermo ?

Tutte queste trasformazioni mi sono saltate addosso. Dovevo mantenere la mia identità, e per farlo dovevo cambiare cultura. Ho conosciuto una multitudine di italiani, emigrati non per le ragioni che avevano caratterizzato i flussi migratori precedenti, ma per una sorta di esilio volontario. Non riuscivano più a trovare una collocazione identitaria in quello che l’Italia stava diventando. Io ne ero un tipico rappresentante.
Parlavamo della tua canzone sulla morte del magistrato Paolo Borsellino: 19 luglio 1992. Che ricordo hai di quel giorno?
Ero in Sicilia, a Marettimo, un’isola delle Egadi, al largo di Trapani. Abbastanza deserta. Tornando dal mare, vidi una discreta folla radunatasi al centro della piazza, dove c’era una televisione. Tutti guardavano. Ti assicuro che ebbi un presagio, mi dissi: vedrai che hanno fatto fuori Borsellino. Dopo la morte di Falcone si diceva: il prossimo è lui. Il giorno dopo avevo un concerto a Lugano con Tracy Chapman. Del concerto non interessava più niente a nessuno, il clamore era così grande che aveva coinvolto il mondo della Svizzera italiana. Quando fui annunciato, ci fu un boato: sapevano che io ero siciliano, vicino a questi argomenti. Non dovetti neanche cantare, la gente voleva sapere cosa era successo, anche Tracy Chapman. Feci solo due canzoni, per il resto del tempo risposi alle domande della gente.
Hai cantato con Battiato, gli Inti Illlimani, e conosciuto bene Georges Moustaki.
Nel 1995, ero stato invitato a suonare in un festival itinerante, che si chiamava Troubador, nel centro Europa: Graz, Praga, Dresda. Per la Francia c’era proprio Moustaki. Viaggiavamo in autobus. Chiese in italiano, chi di voi è Pippo Pollina? Mi disse che non parlava italiano da tanti anni perché in Italia ormai non lo chiamavano più. Mi chiese di viaggiare accanto a me, per esercitare un po’ la lingua. Così siamo diventati amici.
Avec ma gueule de métèque, de juif errant, de pâtre grec: Moustaki ha sempre portato su di sé questa « faccia da straniero ».
Moustaki ha dovuto, o voluto, cambiare cultura e identità. Era nato a Corfù, si chiamava Giuseppe Mustacchi. Ha adottato il nome Georges in omaggio a Brassens. Quando è arrivato in Francia ha capito che doveva andare al di là della semplice integrazione: infatti cantava in francese, non in greco o in arabo. La Francia, come l’America, o l’Argentina, è stata un paese con una politica, più che di integrazione, di assimilazione; politica anche brutale, per certi versi, a cui l’emigrazione italiana in genere si è resa disponibile. Io all’assimilazione preferisco l’integrazione; aggiungere, piuttosto che cancellare e sostituire. L’assimilazione è qualcosa di coatto e anche di estremamente violento. Porta all’annullamento del passato, e il passato di una persona per me è sacro, non può essere toccato. Moustaki una volta mi ha detto: in realtà, dei grandi cantanti francesi, nessuno lo è davvero, francese. Charles Aznavour era armeno, Jacques Brel belga, Yves Montand italiano, come Serge Reggiani; Edith Piaf era mezza tunisina e mezza italiana. L’unico davvero francese era Georges Brassens, di cui Moustaki aveva adottato il nome. Perché era stato proprio Brassens a fargli scoprire questa espressione artistica.
Nel tuo ultimo disco, “Fra guerra e pace” (jazzhaus artists), una canzone si intitola Free Palestina, un’altra La notte dei cristalli (l’ondata di pogrom antisemiti nella Germania del 1938).
Il mio intendimento era esprimere orrore di fronte a ogni tipo di genocidio. Non importa chi siano le vittime. È importante ricordare quello che è accaduto. Una critica a un governo che adotta una politica militare genocidiaria non può essere tradotta automaticamente in antisemitismo; allora anche il ricordo della notte dei cristalli deve marcare presenza.
Il filosofo Gérard Granel, nel 1990, tenne una conferenza il cui titolo fece scalpore: gli anni Trenta sono davanti a noi. Frase citata recentemente da Giorgio Agamben.
I fatti della storia incidono anche nella nostra vita privata. Quando hai il bastone del testimone consegnato dal nonno, quando c’è ancora una memoria familiare, allora è più facile riconoscere agli orrori del passato un crisma di contemporaneità. Ma quando il ricordo si allontana e non c’è più un collegamento diretto, le cose cambiano: e hai bisogno della tua violenza e del tuo sangue. L’odore del sangue degli altri non ti arriva più.
La canzone Tra i petali del girasole racconta la storia di un soldato ucraino.
Sono stato in tournée in Ucraina nel 2017. Sarei dovuto tornarci nel 2019, per poi andare a cantare anche in Russia. Poche settimane prima mi chiamarono per dirmi che non sarebbe più stato possibile, che noi occidentali non capivamo bene quello che stava succedendo: al confine tra Ucraina e Russia c’erano già degli scontri, delle vittime, e in Europa non se ne parlava molto. Per questo, nel 2022, non fui sorpreso dall’inizio della cosiddetta operazione speciale, per dirla alla Putin. In Ucraina mi dicevano: la guerra non la vogliamo, abbiamo parenti oltre il confine, veniamo da lì, anche se viviamo qui. Tutte le zone di confine sono sfumate. Il confine tra Ucraina e Russia non è netto, è come un colore che sfuma pian piano e poi, a un certo punto, diventa l’altro colore. Putin fa morire trentamila suoi connazionali al mese. Li prende nella Kamtchatka, in Lapponia, quelle zone che con l’Ucraina non hanno niente a che vedere. Sfrutta la vastità del suo paese per mandare al fronte gente che non ha parenti dall’altra parte.
Il confine è un colore che sfuma e poi diventa l’altro: come il titolo del tuo libro. Come il passaggio dalla scrittura musicale a quella letteraria.
La scrittura musicale mi ha aiutato nella scrittura letteraria. Ho cercato di tradurre in prosa l’aspetto drammaturgico di una canzone. Ho cercato di creare quegli stessi slanci emotivi, i pianissimo e fortissimo, l’introduzione, il ritornello. Sono stato aiutato dal fatto di avere tempo, spazio temporale e mentale; ho scritto il libro nel periodo del Covid. Non si poteva fare nient’altro che stare a casa. Non che io mi auguri altre pandemie, per carità; ma da quel punto di vista era meraviglioso.
Nel romanzo “L’altro” (ed. Squi[libri], 2023), ormai disponibile in tedesco e anche in francese (“L’autre”, Éditalie éd., 2025), racconti due storie parallele: un medico siciliano, la cui famiglia ha legami con le cosche, e un giornalista tedesco che indaga sui legami tra politica e malavita.
Il mio destino è stato ben diverso dal piegarmi alle logiche che certe tradizioni familiari ti indicano. Ma so che c’è chi (come il personaggio del mio libro) rimane all’interno di questo intreccio vorticoso che è la famiglia, il paese; e magari ha una certa indolenza caratteriale, quella rassegnazione di fronte alla vita, di verghiana memoria, che fa parte del DNA di un certo tipo di siciliano. Poi nella storia del mio libro c’è un bivio finale, che ti fa capire che bisogna essere più coraggiosi. Le grandi rivoluzioni, sia quelle delle società, sia quelle dei singoli individui, sono spesso legate a uno sforzo, a uno choc che porta l’individuo a fare scelte laceranti. Senza queste scelte non ci può essere la trasformazione. Sono stato spesso nei paesi musulmani, e mi sono chiesto come mai questi popoli hanno questa difficoltà nel processo di laicizzazione, e consentono alla religione di essere così invasiva. Noi occidentali siamo riusciti a ridurre l’effetto opprimente della Chiesa cattolica. Invece le “primavere arabe” non hanno portato veri risultati. Paesi come la Tunisia, l’Egitto sono tornati al punto di partenza. Anche nel caso delle famiglie mafiose c’è necessità di una rivoluzione. Abbiamo avuto casi individuali: penso a Peppino Impastato, Rita Atria, Margherita Asta, persone che si erano impossessate di una cultura diversa. La cultura è stato il grimaldello. Gesualdo Bufalino, quando gli chiesero perché non scrivesse libri sulla mafia, come faceva Sciascia, disse che la mafia sarebbe stata sconfitta da un esercito di maestre elementari. Dalla cultura. Ma la cultura oggi è oggetto di un agguato. Del capitalismo prima e del neoliberismo dopo. De facto si sta portando il pianeta a un bivio: sopravvivenza o morte. La generazione che verrà rischia di trovarsi di fronte a difficoltà di sopravvivenza, a problemi che non è possibile ignorare. E che invece vengono ignorati. Studiare i classici della letteratura (i padri vanno onorati non in quanto tali, ma poiché rappresentano una radice) diventa una cosa pallosa, obsoleta. In Italia si cominciò negli anni Ottanta.
L’Italia a volte è un laboratorio del peggio.
Perché ha una scarsa componente di sana nazionalità: concepiamo i valori condivisi come qualcosa di deteriore. Lo spirito di nazionalità diventa subito nazionalismo.

Qual è il tuo rapporto con la Francia dove canterai tra pochi giorni?
Sono cresciuto con la cultura francese: poesia, letteratura, filosofia, canzone, rivoluzione. Poi ho visito la Francia e a volte mi sembra di non trovare nulla di tutto quello. E allora provo un sentimento ambivalente, cosa che non ho rispetto alla Germania: ammirazione profonda ma a volte anche repulsione per certe cose. Sento la contraddizione di un paese fondato su liberté, égalité, fraternité, ma che in passato ha colonizzato mezzo mondo. Guardi la cartina del 1954, quando è nata la comunità europea, e all’interno c’era l’Algeria. Un dipartimento francese. Ma in un certo senso ho anche un po’ il rammarico di non essermi mai confrontato a sufficienza con il mondo francese.
E la Germania, paese in cui sei molto seguito?
La Germania contrariamente alla Francia è un paese pubertario. Nasce nel 1871, e prima non esisteva: i popoli tedeschi sono tanti e non tutti sono Germania. Quando i prussiani hanno unificato la Germania, hanno fatto qualcosa che non era davvero in cima ai pensieri e al cuore di tantissimi di madrelingua tedesca. AFD oggi si fa nuovamente interprete di questa prussianizzazione della Germania, tanto è vero che sono fortissimi nell’ex Germania dell’Est; non solo per il passato recente, quello della DDR, ma proprio perché sono di origine prussiana. Tutti noi siamo quello che siamo stati, e nella storia il passato ritorna prepotentemente. Quello che fa l’AFD oggi per me ha il sapore di una riconquista territoriale di tipo prussiano, che grazie al fatto di cavalcare certi temi, come l’immigrazione, riesce a coinvolgere il 20-25% della popolazione degli altri Länder. Quando nel resto della Germania si capirà che la politica di AFD non è solo una rivendicazione contro lo straniero, ma è legata a qualcosa di ben più profondo, penso che molti si tireranno indietro.
Il tuo repertorio è attraversato da molte citazioni. Musicali e letterarie.
In quello che scrivo, emergono delle intuizioni. Più letterarie che non musicali. E ho fatto un disco, Rossocuore, tutto dedicato alla letteratura; ogni canzone porta il titolo di un libro. C’è il Pavese de La luna e i falò, il James Joyce di Finnegans wake, canzone fatta assieme a Franco Battiato; l’Hemingway del vecchio e il mare, l’Andrea De Carlo di Due di due, il Garcia Marquez di Cent’anni di solitudine.
Marquez ci riporta all’inizio, alla cultura latino-americana. E un verso della tua canzone su Borsellino mi ha fatto pensare anche al De André della Domenica delle salme: “Vennero frotte di turisti a cercare la morte in vacanza”. La spettacolarizzazione e mercificazione anche della tragedia.
Grazie da Altritaliani!
E ci ritroviamo venerdi prossimo, il 2 ottobre, al tuo concerto parigino a “Les Trois Baudets”.
PRENOTAZIONI QUI: Pippo Pollina & Quartetto Acustico – Tour européen 2026
Intervista a cura di Maurizio Puppo
Concert Pippo Pollina & Quartetto Acustico à Paris – Tour européen 2026





































