Luce e ombra, nella legge francese sul fine vita

La “pillola di Puppo”.
Fedele al culto del paradosso (sola via, forse, verso un qualche pezzetto di verità) Emil Cioran scrisse una cosa terribile e meravigliosa: je ne vis que parce qu’il est en mon pouvoir de mourir quand bon me semblera : sans l’idée du suicide, je me serais tué depuis toujours. (Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito).

La vita, per molti, è sacra (qualunque cosa questo voglia dire). In ogni caso, è quel che abbiamo tra le mani: il resto, è il buio, o un mistero che per qualcuno si chiama fede. Ma si può considerare sacra anche la libertà dell’individuo di scegliere per se stesso; badando solo a far meno male possibile agli altri, soprattutto a chi ci è vicino. Di fronte a certe situazioni di sofferenza, di distruzione di ogni illusione (la vita è sogno, è speranza di un domani), appare addirittura crudele negare questo diritto. Nessuno di noi è responsabile del dolore del mondo, e del nostro. Forse persino Dio (il Dio silenzioso delle cappellette sui sentieri di montagna, quel Dio che si avvicina in silenzio ai letti dei malati, timoroso di disturbare) è impotente e sconfitto, come noi, di fronte al caos, al dolore, all’insensatezza della sofferenza che si abbatte senza una ragione.

Da questo punto di vista, quello della libertà dell’individuo, sono contento della legge votata in Francia; una legge che, in casi gravi, e attraverso procedure molto sorvegliate, permette di decidere del proprio destino. Per molti sarà la possibilità di porre fine alle proprie sofferenze, alla luce del sole. Ho conosciuto persone (incastrate in malattie senza speranze) che lo hanno fatto in nome di una propria legge morale, in contrasto con quella pubblica; credo che nessuno dovrebbe permettersi di giudicare moralisticamente la loro scelta. Che adesso tutto questo cessi di essere illecito, mi sembra una conquista.

Eppure. Eppure (devo dirlo) non tutto in me è così chiaro come potrebbe sembrare. C’è un’ombra. Un dubbio. La legge francese, come dicevo, è meditata. Non cede alla tentazione di mettere tutto sulle spalle dell’individuo, di lasciarlo solo di fronte a tanto. Eppure, ho il timore che un domani la morte possa diventare una scelta razionale, pragmatica, utilitaristica; che su chi vive una situazione difficile, per sé e per gli altri, si abbatta l’anatema di “non voler morire”. Anni fa  sentii una persona dire, di sua suocera, vecchia e malata: “è egoista. Si ostina a non voler morire”. Non è così lontana da noi l’idea che in certe situazioni il voler vivere possa essere considerato un atto di egoismo. La società attuale vede sempre di più l’esistenza come un capitale da spendere, celebra l’individualismo come la sola scelta possibile. L’immagine trasmessa dalla pubblicità (riflesso dello spirito del tempo e della cultura egemone) è quella del perenne attivismo, della “resilienza” (odiosa parola), del vitalismo agonistico, della ricerca del piacere come unico scopo. Dolore, sofferenza, ma anche, più semplicemente, accidia, malinconia, solitudine (cose che pure fanno interamente parte dell’esperienza umana) sono termini su cui si abbatte una sorta di censura. Ho sentito un mio familiare, per fare gli auguri a una persona non più giovane, usare la formula: “auguri di una vita sempre al massimo!”. Più che un augurio, una maledizione. E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, cantavano Enzo Jannacci e Dario Fo. Il re è il giovanilismo autoritario, l’entusiasmo obbligatorio, l’attivismo vitalistico che serve la produzione o il consumo: sembra che la vita abbia un significato, un valore, solo se serve questi padroni. Forse non possiamo più permetterci nemmeno il lusso di essere vecchi: il termine “senior”, che sa di orrida comunicazione aziendale, ha sostituito “anziano”, e la parola “vecchio” è ormai considerata quasi alla alla stregua di un insulto, di termine grossolano e volgare. I costi del sistema sanitario e di quello pensionistico ci vengono continuamente rinfacciati, talvolta considerati un torto fatto alle generazioni più giovani. E allora mi viene da pensare a una persona malata, sofferente, circondata da una famiglia apparentemente amorevole, ma in cui (come è umano che possa accadere ) cominci a serpeggiare l’idea : ecco, se solo si decidesse, tanti problemi (anche pratici, economici, certo, bisogna pur dirlo!) sarebbero risolti. Con la benedizione delle legge. Se solo si decidesse.

Mi perseguita la solitudine di questa persona, di questo cane bastonato sotto la grandine (come scrive Pound) che tutto (natura, destino, famiglia, persino la legge) sembra voler convincere a sollevare gli altri del suo peso. Ma un essere umano non può in nessun caso essere considerato un peso. Sono (e resto) laico, libertario, convinto del fatto che ogni individuo nasca libero di fronte al mondo e libero dovrebbe poter vivere a morire. Eppure, è questo, il dubbio che c’è in me; questa, l’ombra che non vuole sparire.

Maurizio Puppo

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo è editorialista del sito Altritaliani.net di Parigi dal 2013 (Le pillole di Puppo). Nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni.

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