La seconda autrice che vi presentiamo, per il mese di maggio, nella nostra rubrica Missione poesia è Angela Caccia, e di lei il suo ultimo libro Di lentissimo azzurro. Se c’è un libro di poesia dove chi scrive si pone domande, è senz’altro questo. In un susseguirsi di testi che vanno a formare una sorta di poemetto, si indagano labirinti, luoghi, tempi, sentimenti religiosi, sentimenti per i propri cari e soprattutto sentimenti verso la poesia, in un rapporto a volte forte, a volte più pacato ma sempre sincero e necessario.
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Angela Caccia ha pubblicato sei sillogi di poesie e contribuito a diverse pubblicazioni online. Con Fara Ed. (Rimini) ha pubblicato le raccolte pluripremiate Nel fruscio feroce degli ulivi (2013) e Il tocco abarico del dubbio (2015). Con LietoColle ha dato alle stampe Piccoli forse (2017). L’alveare assopito (Fara Ed.) ha vinto il premio Faraexcelsior 2022. Le sue opere sono state recensite in prestigiose riviste tra cui Poesia.Corriere.it, Satura, Patria Letteratura, Rai Poesia, La Poesia e lo Spirito, Limina Mundi, L’Osservatore Romano, e nelle rubriche di Eugenio Lucrezi su La Repubblica di Napoli e di Alba Donati su La Repubblica di Firenze. Le liriche raccolte nel presente volume hanno già ricevuto ampi consensi nella versione inedita. A breve, sarà pubblicato un libro di sue poesie in lingua rumena. Di lentissimo azzurro è la sua ultima silloge, edita da Campanotto Editore nel 2024.

Conosco Angela Caccia da tanti anni: sia per la sua poetica, sia per la sua attività di operatrice culturale. Ho partecipato ad alcuni incontri di poesia, da lei organizzati, e realizzati sempre con cura, generosità e attenzione all’altro, caratteristiche che le fanno onore e che la rendono una delle poche poetesse, in Italia, capace di prodigarsi per gli altri e non solo per sé stessa. La sua poesia mi ha sempre convinto per quello stile fluido e pacato con cui si propone di scrivere di ogni argomento, anche dei più spinosi. Non amo le definizioni nella poesia, non penso dovrebbero esserci: la poesia d’amore, la poesia del quotidiano, la poesia civile… credo invece che l’esperienza della poesia, quella che tutti noi facciamo, trasformando l’esperienza della vita, sia una miscellanea di tutte le dimensioni del nostro vivere e che da questo non possa prescindere, per raccontare la verità. Sono lieta di averla come ospite alla nostra rassegna Un thè con la poesia per il mese di maggio 2026.
Di lentissimo azzurro
Il nostro imperfetto accadere è il verso che chiude il libro di Angela Caccia, Di lentissimo azzurro. E proprio da qui, dalla fine, vorrei cominciare a parlarne perché, a mio avviso, questa è la frase che riassume in quattro parole tutta la poetica della raccolta dove si parla di tempo, di stagioni che si alternano velocemente, di padri e di madri che non ci sono più, di vicende domestiche e di accadimenti sociali ma dove, soprattutto, si parla di poesia o meglio, si parla del rapporto che l’autrice ha con la poesia, di cosa rappresenta nella sua vita, di come incida nelle sue giornate e in questo accadere così imperfetto, tanto da sentire la necessità di condividerlo con gli altri, con i lettori, per provare a trovarne consonanze. Sta, dunque, nell’imperfezione l’esistenza umana e, forse, anche quella divina e quindi imperfetta è la poesia che ne vuole parlare ma della quale non si può fare a meno.
Libro che si riempie di domande esistenziali, già dalla prima pagina; che cerca di indagare i labirinti della mente; che ci presenta le terre del sud Italia e i suoi abitanti senza enfatizzare la dimensione della lentezza, ma senza nasconderla; che osserva, attraverso tanti piccoli dettagli, la stagione dell’invecchiamento. Libro che si compie attraverso un susseguirsi di testi che non sono affatto separati tra loro ma che, al contrario, sembrano formare un poemetto… perché l’opera poematica sa dare più lungo respiro al racconto, induce a una riflessione più completa e più profonda, legando tematiche, figure, immagini, pensieri in un sentire unico che rende tutto più coeso, che lega fatti e vicende e sentimenti riallacciandoli alla vita di chi scrive, laddove tutto si connette e si tiene in un fluire universale.
E allora ecco le domande, i dubbi che l’autrice si pone: Sarà servito a qualcosa/leggere Omero/farsi disturbare/il sonno da una mail/vivere/fino alla ferita/e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?[…] innamorarsi spartire/in due il peso di sé stessi/modellarsi uno all’altro/sino a fare/del dubbio l’unico fronte di liberazione?
Sono domande lecite, che mischiano il sapere con l’amore, il sonno con la tecnologia, l’ideale con il dubbio stesso. In questa dimensione manichea si concentra un po’ tutto il libro: c’è sempre un aspetto che si collega al suo contrario, o ad un’altra eventuale possibilità, come quando l’autrice si chiede se sarebbe possibile tornare indietro e scegliere/magari/l’alternativa scartata; o quando riflette su chi pensava/di doverla scontare la gioventù?; o ancora quando descrive in un tempo, e in un luogo una stagione che sembra un maggio qualunque mentre in realtà: non è maggio/e altrove/un soleggiato pareggerà questa luce spenta. La poetessa non ci dice se ci sono soluzioni per ovviare a questi conti sospesi, a questi stati d’animo che provano a descrivere una realtà quasi parallela a quella vissuta realmente, ma ci conduce senza affettazioni, senza rimpianti, solo con la pacatezza data dai vapori argentei, e dalla consapevolezza della condizione umana, un circolo vizioso del perdersi e ritrovarsi all’incontro con uno dei suoi nomi tutelari, un certo Borges, che ci immaginava tutti come labirinti. Presente in questa raccolta anche la dimensione cristologica e religiosa: c’è sempre un dio delle somme con riporto a cui rivolgersi, se pure in tono contestatorio, o di rimprovero; c’è sempre un Cristo, se pure in un quadro del Caravaggio, che lo mostra risorto; c’è sempre una croce, o meglio un confine di croci da cui guardarsi. In questo alternarsi di sfondi e confronti, il dialogo serrato con la poesia è la barra che guida il timone di questa nave che galleggia, a volte si spinge nel mare aperto e rischia di affondare, altre volte naviga in acque più quiete e approda in baie dolci e accoglienti. È certo in questi luoghi di tregua dal sentire ipertrofico che si riscopre il sentimento più forte, quello che domina la ragione, quello che parla di una casa, rifugio e radici, che ha in sé l’arte sottile di sfumare, che dona quiete a chi scrive: Questa casa/mia intimità assoluta/che pare sfaldarsi quando la racconto/è il mio azzardo/la riedifico/crepa su crepa/con gli stessi mattoni sbeccati nel crollo.
Con questa immagine credo che potremo concludere la recensione a quest’opera di Angela Caccia, augurandoci che il lentissimo azzurro, accompagni sempre i suoi versi, che la poesia risponda alle sue richieste, tenendole la mano per molti altri libri ancora, laddove il suono, la voce, l’immagine, continuino a formare questo stile, riconoscibile tra i molti, e certamente da includere tra i migliori della poesia contemporanea.
Alcuni testi da: Di lentissimo azzurro
I
Sarà servito a qualcosa
leggere Omero farsi disturbare
il sonno da una mail
vivere
fino la ferita
e al grido sotterraneo uscire fuori dal calcolo?
Sarà servito
innamorarsi spartire
in due il peso di sé stessi
modellarsi uno all’altro
sino a fare
del dubbio l’unico fronte di liberazione?
… come Giacobbe e la sua anca rotta
poter lottare col proprio Angelo
per guadagnarsi un nome
*
LII
E queste mani
che incessantemente emulano un dio
nell’atto di creare
tracciano il passo di sponda
mutano prospettiva ad ogni istante.
Cresce
solitaria da un solo lato
la notte – fronte cuore resta il giorno
e l’ombra che accogliamo
apre passaggi
pulviscoli di un brillante.
In questo campo da coltivare a
spaglio
tra neve e grano
il nostro imperfetto accade
*
XIII
Poter tornare indietro e scegliere
magari
l’alternativa scartata…
E se non reclamassimo più la nostra libra di carne
né inseguissimo vessilli stracciati
se imbrattassimo fogli solo
per gocciolare amore in avanzo
e fosse fame trascurata
l’attenzione alle piccole cose
l’emulare il gesto del padre
la parola sbrigliata di senso
se proprio la vita
rifiutasse inerzia e mani arrese
e non fossimo pieni solo di tempo
– allora allora…
bisognerà morire per davvero?
*
XLVII
Vocazione a una solitudine aperta
infinitesima grammatura dell’universale
un vocalizzo d’ineffabile e il vicolo
invisibile
di colpo nella luce di lampi
nell’inquietudine dei dettagli: qui
si lavora la forma esatta dell’assenza.
La parola che pesa
si trasforma in seme: la interri
e mentre semini
cresce il tuo desiderio di crescere
e con lei stare bene in quello
smottamento che resta solitario
e mai realmente solo
*
XIX
La bugia che seppe farsi virtù
la prudenza che imparò a schivare inganni
segreto e rivelazione
il talamo intagliato nell’albero e tu
per anni
la sola radice rimasta.
Nessuna di noi
ha mai fatto di te una nostalgia
sei qui
nella maestà della tua solitudine
delle tante ostinazioni – fiera e greca
che ci appartieni: siamo tutte Penelope!
La notte
rintocca ancora di solitarie
resilienze verso chi ci vorrebbe umbratili
pensieri già pensati
madonne di latte
donne di nuvola – ma a noi
fu dato il coraggio di disfare tele per amore
Bologna, maggio 2026
Cinzia Demi
P.S.: “MISSIONE POESIA” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani di Parigi. Altri contributi e autori qui: https://altritaliani.net/category/libri-e-letteratura/missione-poesia/





































