“L’Inganno del Riflesso”, romanzo di Silvia Lionetti (0111 Edizioni, 2024), è una delle espressioni più brillanti che emergono dalla nostra provincia (la scrittrice vive a Torino ma le sue origini sono da ricercarsi in Basilicata): l’Italia un po’ nascosta che scrive con passione e ci propone pagine che sono piccoli ma grandi forzieri tutti da scoprire, da assaporare, da gustare. Ce ne parla Angela De Nicola.
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LA VITA È UN MISTERO CHE VALE LA PENA DECIFRARE
Parto da un assunto di cui sono sempre più convinta: è la provincia italiana che fa nascere ed emergere le storie più belle e di conseguenza i più bei talenti che queste storie cullano, respirano, sognano, e infine mettono per iscritto.
“L’Inganno del Riflesso”, romanzo italiano (0111 Edizioni, 2024) di Silvia Lionetti, è una delle espressioni più brillanti e compiute che dalla nostra provincia emergono (la scrittrice vive a Torino ma le sue origini sono da ricercarsi in Basilicata) facendolo con tutte le peculiari e distintive forze che questa provincia contraddistinguono.
L’Italia un po’ nascosta che scrive fecondamente, pubblica con costanza e che soprattutto lo fa con passione, è lo specchio di una provincia non intesa, come in questo lavoro della Lionetti, quale semplice e forse anche un po’ scontato scrigno di un qualche racconto storico magari inedito, peculiare, che si riscopre e poi si arricchisce tramite penna, invitando così alla scoperta chi legge, quanto piuttosto è una provincia foriera di peculiari topoi tematici, tratti artistico-comunicativi fortemente espressivi. Pagine che, come nel caso di questo romanzo, sono piccoli ma grandi forzieri tutti da scoprire, da assaporare, da gustare. Silvia Lionetti è stata in tal senso per me una bella rivelazione. Non solo per via del già accennato discorso della provincia come forza motrice di un largo e rappresentativo tratto culturale italiano, ma anche e soprattutto perché, entro i ben indicati confini di un ambiente domestico e quotidiano, la Lionetti è stata capace di consegnarci pagine estremamente delicate, forti e leggere a un tempo. Una piccola grande storia – non so se come poche o come tante – ma di per sé davvero efficace, profonda, accessibile a tutti – trasversalmente – nel suo nobile contenuto che al tempo stesso si fa “tema comune, eppure, non comune”. Parlo del tema degli ostacoli della crescita e della formazione umana adolescenziale.
«Abitava con i suoi genitori in una delle villette unifamiliari della periferia di una piccola città di provincia…»
L’autrice, in uno spazio realistico e riconoscibile fatto di villette, cortili comuni, piste di pattinaggio dismesse e vecchie pinete, ci presenta una protagonista forte e fragile a un tempo di cui sarà difficile non innamorarsi: Celeste. Un personaggio dal mondo interiore complesso e inquieto. In una forte intimità domestica, memoria e infanzia lasciano posto in Celeste al turbinio degli anni di formazione e ad un forte spazio psicologico che si apre in maniera dirompente nella pagina. Ma “L’Inganno del Riflesso” non è solo questo. Emerge subito un trauma pregresso, importante, per la protagonista:
«In quei giorni il pensiero della sua perdita era sempre in agguato.»
E infatti, il nodo psicologico centrale della narrazione si costruisce attorno ad un doppio mistero. In primis quello della scomparsa della nonna di questa ragazzina, un personaggio centrale che ha il potere di rimanere tale per tutto il tempo del costrutto narrativo pur essendo figura non effettivamente astante o attoriale. Nonna Beatrice, legata indissolubilmente alla forza del passato e della memoria. Dopodiché un “segreto”, la scoperta di un diario nascosto tra le mura appositamente ricavate da una mano misteriosa all’interno della soffitta della casa di Celeste.
In una narrazione al tempo stesso semplice ma complessa, fine come una dimostrazione scientifica o un teorema matematico, già dalle prime pagine che tendono a tingersi della forza in filigrana di un thriller psicologico, appare simbolica la vicenda della morte di nonna Beatrice, apparentemente avvenuta in circostanze oscure, tenute in sospeso per tutto il corso della narrazione. Eppure, ancora una volta, “L’Inganno del Riflesso” non è solo questo (che già di per sé sarebbe tanto). Pur con una narrazione che sa mantenere il suo buon carico di sospeso, in un disegno generale di grande scorrevolezza, si riannodano perfettamente molti macrotemi che man mano il lettore scopre come compartecipanti nella loro centralità. Temi pregnanti, dalla forte valenza educativa, atti a descrivere con estrema pertinenza l’evoluzione di cui parlavo all’inizio. Evoluzione che, attenzione, a questo punto può essere considerata paradigmatica e generale di tutto l’essere umano.
E così, tra sfumature di ricostruzione mnemonica di una storia familiare fino a toni da romanzo introspettivo e a sfumature da science-fiction, la scoperta del mondo e la contemporanea soluzione di un mistero che “cresce in soffitta” lasciano posto ad una dimensione metaletteraria a più livelli in un romanzo che, tra le altre cose, riflette in generale sul valore dei libri, del sapere, della cultura, della scienza, della logica e dell’interiorità, svelando l’identità di un’autrice che è prima di tutto insegnante ed educatrice.
La peculiarità di queste pagine sta, allora, nello specifico, nell’aver saputo ben amalgamare i vari colori della prosa, facendo oltretutto oscillare il narrato tra straordinarietà e dimensione ordinaria: ne è prova eminente il fatto stesso che il “mistero della soffitta” viene come “condiviso a metà” con la vita di tutti i giorni che continua a scorrere, ma soprattutto viene condiviso con la Storia, una Storia che vibra e che scorre nel mondo, negli anni. A tal proposito, molti sono i riferimenti concreti ai due decenni degli anni Ottanta e Novanta che fanno da sfondo ai capitoli: il disastro di Chernobyl in primis (1986) ma anche gli ancoraggi culturali e generazionali di quegli anni (dischi, abbigliamento, modus agendi) che rendono personaggi, passaggi, paesaggi e ambientazioni molto credibili e ben strutturati.
In questa architettura che definirei senza dubbio “a scatole cinesi”, Silvia Lionetti ci guida per gradi verso l’esito finale e la “ragione di fondo”, rappresentati da una “nuova verità” e dalla risoluzione del mistero iniziale della soffitta (nonna, diario nascosto).
«Tutta quella storia del diario aveva determinato un’evoluzione positiva nei rapporti…»
Un mistero risolto diventa allora – è bene sottolinearlo – strumento di riconciliazione intergenerazionale, dove, punto chiave del romanzo, il segreto esiste quasi per ricomporre una frattura o per sanare una ferita e agevolare la crescita emotiva e psicologica di Celeste (ma anche dei personaggi ad essa paralleli, indipendentemente dalla loro età). Per la serie (una serie mai banale) “non si finisce mai di crescere, di evolvere, di cambiare, di migliorare, di accettare sé stessi, di far pace con il proprio io. Non solo in adolescenza.
E dunque la verità finale che cura: e cura perché tutti i protagonisti del romanzo prima o poi riassettano il proprio io. Non è un caso se proprio il titolo “L’Inganno del Riflesso” sembra alla fine alludere ad un riaggiustamento generale delle cose della vita, semplicemente perché nella vita ciò che appare (il riflesso) non coincide sempre con ciò che è e la realtà finale; realtà che spesso, attraverso il necessario e naturale processo dell’esistere, deve essere purificata da cicli, atti, fatti, incidenti di percorso, malattie, scelte… ma anche e soprattutto da amore, memoria, emozione, interpretazione, assimilazione. È, in altre parole, proprio attraverso gli errori, l’esperienza, proprio attraverso il mistero, il silenzio che si arriva alla renovatio rerum: «Ho fatto pace con me stessa…». L’accettazione può diventare finanche nuova eredità morale. Per tutti.
“L’Inganno del Riflesso” pare dunque spiegarci chiaramente che la vita è bella proprio perché nasconde un mistero che vale la pena scoprire, un rapporto che vale la pena ricostruire, un percorso che vale la pena percorrere. La vita è instabile, non controllabile, certo: ma lo sono anche le tante e contraddittorie verità umane. D’altronde, sono proprio questi elementi a renderla unica, valevole, emozionante, insostituibile, degna di essere vissuta con tutte le sue catarsi e con tutte le sue sorprese. Il lieto fine è fatica, la vera rivelazione prima di essere stabile è mutevole, fragile e forse scarsamente illuminante. Proprio come l’ultimo quarto di luna nel cielo con cui il romanzo si chiude. E così dietro “l’inganno di un vecchio riflesso” che delicatamente e naturalmente viene messo da parte, si fa strada il brillio di una luce nuova, lo specchiarsi appena nato e tanto atteso che giace dentro la verità di una promessa a venire. La verità di una nuova vita, per tutti e ciascuno.
Angela De Nicola
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“L’Inganno del Riflesso”, romanzo italiano (0111 Edizioni, 2024) di Silvia Lionetti
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SINOSSI: “L’inganno del riflesso” è un romanzo ambientato negli anni ’90, quando ancora i ragazzini suonavano al citofono per chiedere all’amico di scendere in cortile e scrivevano messaggi su biglietti piuttosto che su wapp. I protagonisti sono due adolescenti come tanti. Passioni, insicurezze, paure e incomprensioni. Tutto compresso come il magma di un vulcano che vuole esplodere. Una donna matura si guarda allo specchio, con un’espressione appagata, sorridente. È un inganno, dietro a quel sorriso c’è tutta la frustrazione di una vita di insoddisfazioni. La protagonista trova in soffitta il diario della donna, nasce l’amicizia con un compagno di classe e insieme decidono di scoprire chi essa sia. Indagini, enigmi, l’ipotesi di un viaggio nel tempo, il giallo di una donna annegata in un canale, tutto questo si intreccia con le problematiche famigliari dei ragazzi, la loro vita a scuola, nei cortili e parchi cittadini.
AUTRICE: Silvia Lionetti, 49 anni, insegnante di matematica e scienze, madre di due ragazzi di 13 e 10 anni. Laureata in Scienze Naturali con lode. Dopo un master, un assegno di ricerca e 3 specializzazioni, ha trascorso gli ultimi 20 anni dedicandosi alla scuola e alla famiglia. Ha sempre letto romanzi e spesso “buttato giù appunti”, sostanzialmente pagine di diario. Da poco più di un anno ha deciso di spendere del tempo libero a scrivere qualcosa di suo, provando a coltivare questa sua passione che, a causa del lavoro, aveva da troppo tempo trascurato.
































