Il volume “Gli Ambasciatori italiani in Francia (1945-1988)”, a cura di Alessandro Giacone (professore di storia delle istituzioni all’Università di Bologna), appena edito da “Rubettino”, contiene gli interventi al Convegno su di loro organizzato nel 2022 a Parigi dall’associazione Italiques (QUI la recensione) e riporta, oltre alla prefazione dell’attuale Ambasciatrice Emanuela D’Alessandro, i rapporti di fine missione degli Ambasciatori Pietro Quaroni, Alberto Rossi Longhi, Giovanni Fornari, Franco Malfatti di Montetretto e Gian Franco Pompei riassunti in questa parte 1.
La parte 2 dell’articolo è dedicata ad altre testimonianze della storia rispecchiatesi al n° 47 di Rue de Varenne.

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Il rapporto di fine missione di Pietro QUARONI del 1958 descrive, oltre alla personalità di De Gaulle, la questione araboafricana come elemento di concorrenza tra i due Paesi (Mattei dietro a Nasser e i francesi “che finiranno per perdere l’Algeria”), in parziale antitesi con lo spirito unitario dell’Europa (in proposito è citato solo Jean Monnet, già da due anni Presidente della CECA).
Quello di Alberto ROSSI LONGHI, sempre del 1958 (a causa della sua brevissima permanenza) è successivo alle insurrezioni in Algeria e alle troppo crisi ministeriali per elencarne tutti i protagonisti, per cui sono citati solo Pinay, Mollet e Pfimlin prima del ritorno al potere di De Gaulle, prima come Primo Ministro e poi regolarmente eletto Presidente della Repubblica. Tra francesi e italiani, “una volta…risolto il problema algerino, saremmo portati a unirci sempre di più nel quadro europeo e in quello mediterraneo”. “L’Italia non ha che un solo e grande vicino e questo è la Francia”.

Nel suo rapporto di fine missione nel 1969, Giovanni FORNARI non può invece non concentrarsi su De Gaulle, sempre a causa della sua personalità e del suo calibro già storico: “non di nascita ma di temperamento è certo un aristocratico”, e come tale “tollerante e comprensivo ma anche rigido e inflessibile”. Ha “un piede nel passato e un piede nel futuro”, per cui “la grandeur, l’indépendance, le rôle” della Francia devono continuare a coabitare con il Patto Atlantico (anche dopo la sua uscita dal Comando Militare integrato, trasferito in Belgio) “per la sua funzione di ombrello atomico a protezione dell’Europa”. Nel presente “è soprattutto un pragmatico e vi riesce nella misura in cui glielo consentono” i suoi “schemi mentali”. Così è stato, appunto, per ridare nel proprio territorio la sovranità nella difesa anche nucleare anziché condividerla con gli altri della NATO; così è stato rifiutando l’allargamento della CEE a scapito della sovranità della Francia in Europa e (per quanta ne è rimasta) in Africa e nel mondo; così è stato pure mantenendo la democrazia in Francia anche con la Costituzione della V Repubblica e credendo di più nel mantenimento della sovranità anche degli altri Stati nel vecchio Continente che nell’avvenire (anche confederalistico anziché federalistico) della CEE. Così è stato pure facendo “rayonner” la supremazia della Francia con il riconoscimento della Cina e i viaggi del Presidente in tutti i continenti.
Ma così non è stato non avendo previsto le dimensioni delle contestazioni del maggio 1968 per cui allora, anche dopo aver vinto le elezioni conseguentemente indette, si è cominciato a parlare di postgaullismo.
Fornari già in quel rapporto aveva previsto Pompidou e Giscard d’Estaing come successori di de Gaulle dal 1972, ma aggiungendo “salvo un anticipato ritiro di de Gaulle”: come poi avvenne nel 1969 dopo la bocciatura del referendum sulla fusione del Senato e del Consiglio Economico e Sociale e sull’inserimento di categorie professionali e dei sindacati nei Consigli regionali. Fornari concludeva allora suggerendo di non forzare gli interlocutori in Francia, in attesa di tempi lì più idonei per l’espansione della politica europea.
E i tempi più idonei sono quelli descritti da Franco MALFATTI nel suo rapporto di fine missione del 1977, avendoli vissuti con Pompidou Presidente che, liquidati “con la svalutazione del franco gli strascichi economico-finanziari” del 1968, oltre alla modernizzazione del Paese (infrastrutture, servizi, in un contesto di “tecnocrazia tra le migliori del mondo”) aveva messo fine all’opposizione dell’ingresso della Gran Bretagna nella CEE e dunque esercitato “in un più vasto contesto europeo la stessa leadership di de Gaulle nell’Europa dei sei”. Allora all’opposizione s’era formata l’unione dei socialisti, comunisti e radicali di sinistra nel “programma comune”, tanto eterogenea quanto conseguente al collegio uninominale nel sistema elettorale e all’elezione del Capo dello Stato al suffragio universale.
Malfatti, di generazione più giovane rispetto ai predecessori, con Giscard d’Estaing Presidente dopo la morte di Pompidou nel 1974, si ritrova anche con un Presidente e un Primo Ministro, Chirac, più giovani dunque più energici oltreché aperti ai loro tempi: necessità di allargare ancora la CEE, adozione dell’aborto, legalizzazione del divorzio, finché Chirac tradisce Giscard nel 1976 dimettendosi per imporsi come leader alternativo a capo del partito gaullista divenuto quell’anno RPR (“Rassemblement pour la République”). “Quali che siano i risultati delle elezioni del marzo 1978, Giscard ha buone possibilità di controllare e orientare gli avvenimenti” ha scritto Malfatti, e così è stato infatti con Barre Primo Ministro fino al 1981. Tuttavia l’allargamento della CEE con la Gran Bretagna orienta lo sguardo della Francia più verso il nord che verso il sud, e Giscard (la cui amicizia con il Cancelliere tedesco Schmidt è consolidata) teme comunque il contagio dall’Italia della crisi economica e delle contestazioni. Allora Malfatti (anche in vista della sua successiva carica di Segretario Generale del Ministro degli Esteri) spera che questa fase di scetticismo “si sia conclusa con l’incontro di Pisa” (tenuta presidenziale di San Rossore) “del dicembre 1976” tra Giscard e Leone e la visita del Presidente del Consiglio Andreotti a Parigi del luglio 1977.

Gian Franco POMPEI inizia il suo rapporto di fine missione del 1981 con una gustosa descrizione dei vizi dei francesi: “Dante li prende come termini di paragone di vanità e avarizia…Machiavelli vi si dilunga…Gran parte di questo astio va ricondotto alla manifesta aspirazione della Francia alla grandeur…talora in forme ingenue…quando una squadra francese perde una gara sportiva di stretta misura” ha “quasi vinto”. Le sue osservazioni più attuali partono dalla fine della 2a Guerra Mondiale quando la Francia dopo essere stata “occupata senza grandi combattimenti” s’è ritrovata “nel campo dei vincitori con un seggio permanente alle Nazioni Unite”. Ha fatto parte del gaullismo di allora “la volontà di non riconoscere come persa la guerra, dopo la disfatta su tutti i campi di battaglia”. O del bonapartismo, se per tale s’intende la solidità dello Stato anche nei periodi meno favorevoli, com’è stato pure nel maggio giugno 1968 quando questo si è reimposto dopo la sfilata progaullista sui Champs Elysées e i risultati delle elezioni allora indette (tra l’altro il Ministro degli Interni di allora, Joxe, aveva poi detto a Pompei: “gli eventi sono durati un mese, ma ho l’orgoglio di ricordare che non c’è stato un morto”). Stato che si è reimposto anche per merito della creazione dopo la guerra dell’ENA (Scuola Nazionale d’Amministrazione), la cui élite diramata fino alle imprese private è stata una garanzia della sua gestione regolare (anche dopo la partenza di Pompei e l’arrivo all’Eliseo di Mitterrand, solidarizzando tra di loro quelli di sinistra in alternanza a quelli di destra). Stato la cui “grandeur” ai tempi di Pompei, oltreché essere rappresentata dall’arma nucleare, si è avuta con gli opportuni investimenti nella ricerca che Sabin, creatore del vaccino antipoliomelitico, in un giudizio esplicitato a Pompei, considerava al livello statunitense, e che hanno anche valorizzato di più i centri non parigini (Lione, Montpellier o, per lo sviluppo dell’aeronautica fino all’Airbus, Tolosa). Stato che non ha evitato tuttavia (con Raymond Barre, liberale, ultimo Primo Ministro di Giscard dal 1976 al 1981) quelle percentuali di disoccupazione, inflazione, distribuzione delle aliquote fiscali e in definitiva di malcontento che hanno portato Mitterrand e la sinistra al potere. Stato che non ha altresì favorito abbastanza le piccole e medie imprese per cui, di fronte a quelle italiane, l’equilibrio degli scambi italo-francesi è sempre stato “oscillante”, e perlopiù contrassegnato “sul fronte delle esportazioni francesi, da poche voci fortemente vincenti: agroalimentare, automobili, chimica, siderurgia” e sul fronte delle esportazioni italiane “da un ventaglio molto più ampio e disseminato di voci attive cui corrispondono da noi, e spesso anche in Francia, strutture imprenditoriali di minore dimensione”. Pompei infine auspica un più efficace sviluppo della presenza italiana non solo con i fondi per Parigi (Ambasciata, Hôtel de Galiffet, Consolato, enti come l’ICE o la Camera di Commercio), ma anche con quelli di aiuto a una maggior presenza italiana nei territori di recente espansione economica (favorendo così pure una maggiore presenza culturale).
Nel 1978, poco più di un mese prima del suo rapimento, Moro gli aveva scritto: “credo sempre di più che sia fondamentale per l’Italia arricchire l’indiscutibile affinità con la Francia”, “credo che l’Europa sia, fra noi, in larga misura un fatto italo-francese”.
(fine prima puntata sui rapporti di fine missione. )
LINK ALLA PUNTATA 2 (interviste)

IL LIBRO: « Gli Ambasciatori italiani in Francia (1945-1988), a cura di Alessandro Giacone, edito da Rubettino, Soveria Mannelli, 2026, pp. 406, € 22.
































