Di Mariadonata Villa: ‘Verso Fogland’ (un canto di acqua e terra)

Riprendiamo, dopo i lunghi mesi di interruzione, dovuti alla nota emergenza sanitaria, la nostra rubrica Missione Poesia. Lo facciamo presentando una giovane autrice, Mariadonata Villa, e il suo libro Verso Fogland (Minerva Edizioni) nel quale, la sacralità della terra sancita dalle mappe di Bedolina è il movente per comunicare, attraverso la poesia, il legame antico che l’uomo ha con la sua identità, con la necessità di nominare le cose rivelandone l’essenza, di conservare in eterno il proprio nome per non perdersi.

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Mariadonata Villa vive a Modena, dove insegna in una scuola primaria. Il suo libro d’esordio, L’assedio (Raffaelli 2012), è stato finalista al premio Carducci nel 2013.  Scrive e traduce di poesia e arte per riviste e siti (suoi interventi sono stati ospitati su clanDestino, Atelier, versodove, graphie, Poesia), oltre che per quotidiani locali e nazionali. Dal 2012 al 2016 ha fatto parte del Cda di Fondazione Fotografia (oggi FMAV). Nel 2019 il suo testo A song for the wide nation diventa il titolo e lo script della installazione video di Stefano Cozzi alla Cittadella degli Archivi di Milano durante MiArt. Suoi testi sono nell’antologia Davanti agli occhi c’è un ponte (a cura di Massimiliano Mandorlo, Lugano 2013), nell’Almanacco di Poesia Raffaelli, nell’annuario bilingue La freccia e il cerchio (Napoli, 2016 – 2017 – 2020), oltre che, in lingua inglese, in  Neke – The New Zealand Journal of Italian Studies e nel magazine letterario online Solstice. Ha tradotto le raccolte di prosa Lapsed Agnostic di John Waters (Marietti, 2012) e Dai luoghi profondi di James Kilgo (Per la terra e per l’uomo, 2013). Ha inoltre partecipato alla traduzione a più voci de Sweeney Smarrito di Seamus Heaney, a cura di Marco Sonzogni (Archinto 2019). Verso Fogland (Minerva Edizioni) è la sua seconda raccolta.

Conosco Mariadonata Villa da molto tempo, in specie per aver frequentato negli stessi anni il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Me la ricordo come una giovanissima studentessa che amava la poesia, soprattutto quella internazionale, e si dedicava già con passione a quest’arte. Poi, come spesso succede, ci siamo perse di vista per gli impegni reciproci, le strade diverse. Lo scorso anno mi sono state inviate dalla segreteria del Premio Lucini alcune sillogi inedite, segnalate tra le migliori, e l’ho ritrovata leggendo i suoi versi. La raccolta mi ha colpito per la purezza stilistica e la profondità dei contenuti e ho deciso di contattarla per chiederle di pubblicarla nella collana Cleide della Minerva Edizioni, che curo con Giancarlo Pontiggia. Ci siamo sentite, abbiamo parlato, c’è stata da subito un’intesa profonda sul senso da dare alla poesia (che un senso ce l’ha, a dispetto di quelli che la definisco inutile, ma forse solo per falsità intellettuale…) e il libro adesso è una realtà. Certo doveva essere editato in primavera ma, per la nota emergenza sanitaria, non è stato possibile e ne abbiamo rimandato l’uscita a questi giorni. Giorni in cui, con coraggio e determinazione, riprenderemo anche i nostri appuntamenti di Un thè con la poesia, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna – anch’essi interrotti da marzo – e che vedranno nell’incontro di ottobre la presenza anche di questa autrice.

Verso Fogland

Mariadonata VillaSono tre le sezioni di cui si compone la nuova raccolta Verso Fogland di Mariadonata Villa, tre momenti ben intersecati dove Scrivere la terra, Verso Fogland e Sotto traccia, rappresentano un’intersezione significativa di passaggi necessari, di tappe di formazione indispensabili per tentare il completamento di un percorso che pur tuttavia non sembra mai concludersi definitivamente, riaprendosi continuamente a nuove tracce, a nuovi cammini, a nuovi flussi di pensieri, incontri, desideri, ricerche, speranze…

La sacralità della terra sancita dalle mappe di Bedolina è il movente per comunicare, attraverso la poesia, il legame antico che l’uomo ha con la sua identità, con la necessità di nominare le cose rivelandone l’essenza, di conservare in eterno il proprio nome per non perdersi. Non importa quali e quanti siano i luoghi dove riconoscersi, purché ve ne siano; non importa la stagione che si affronta, anche l’inverno fatto di neve e nebbia promette svelamenti; non importa quali siano i volti che si incontrano, ognuno di loro certo ha un significato ben preciso, ma quello che attira è l’ignoto con cui confrontarsi. Con una lingua che si fa linguaggio e che azzarda una cifra stilistica dov’è facile incontrare riflessi dei versi magistrali di grandi autori, quelli fondanti della poesia di Maria Donata Villa, la costante dei correlativi oggettivi di questa raccolta confluisce nel desiderio di credere che esita un altrove oltre la fine che è solo un nuovo inizio. Ma la geografia poetica segnala un luogo chiave del percorso di tutta l’opera, che non possiamo ignorare: è Fogland che diventa quel posto di acque chiare, quel posto dove possiamo stare come a casa, quel punto nel tempo/dove tutto ha avuto inizio.

Parlando con l’autrice ci siamo confrontate su alcuni elementi che caratterizzano il libro. Ad esempio, relativamente alla prima sezione, Scrivere la terra, dove sono presenti testi di rara bellezza evocativa e dove risulta impossibile non notare come venga presentata, attraverso le iscrizioni rupestri della Val Camonica, l’immagine dell’uomo visto come un uomo in bilico che prima o poi dovrà chiedere conto a Dio del male fatto in un settembre dove tutto ancora sembra possibile (cito alcune parole dai versi). Questa dimensione, che prende spunto dal titolo stesso della sezione, porta a chiedersi se ci sia o meno un arcaico eppure attualissimo insegnamento che possiamo trarre dalla lettura di quelle iscrizioni. Qui, certamente, l’autrice consapevole di quello che per lei significa fare poesia “molto oltre il gesto di usare un codice scritto e sonoro su una superficie vuota” ritiene che all’uomo sia stato dato il compito di nominare le cose per dare loro un’identità anche se lo scrivere la terra, gesto continuativo e continuato, non può contenere tutta la grazia e l’orrore che ci sono nel mondo… ecco allora che la mappa di Bedolina porta a vedere anche  le incisioni calligrafiche in cui il nome dei morti viene portato nell’aldilà su una barca, migliaia e migliaia di anni prima dei libri, per conservarlo nell’eternità: c’è un uomo solo in bilico/su un largo palmo di pietra scavato/a cui millenni plurali di spinte di magma/e vento, poi, dove prima era mare/hanno lasciato altipiani di isole ignee da percorrere…

I luoghi della poesia sono fondamentali per Mariadonata e ne ricorrono molti. In primis Bologna con i suoi spazi, e con il ricordo di alcuni momenti di vita vissuta in questa città, riconoscibilissimi: Bologna, si apre come un fiore,/ i palazzi del centro lasciano/intravedere vite al microscopio/ogni piano, un quadro/di gusto diverso al muro a brandelli//da fuori, una colonna di luce/che si capisce solo dalla strada…. Ma anche Mantova, Città del Messico, le Isole Eolie, successivamente Fogland… ed è quasi come se tutti questi luoghi pur facendo parte di una stessa storia, nominati da una stessa lingua, e in apparenza poco significativi se pensati indipendenti gli uni dagli altri, contenessero invece un tutto che è ritratto nell’abbraccio di uno sguardo, quello stesso sguardo che l’autrice ha acquisito grazie alla vicinanza al maestro fotografo Luigi Ghirri.

Foto di Luigi Ghirri ©  Eredi di Luigi Ghirri, Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

Ma la centralità della raccolta è certamente rinvenibile nella seconda sezione, quella che dà il titolo al libro: Verso Fogland. Qui assistiamo alla rappresentazione della stagione invernale (il sottotitolo è infatti canti d’inverno) in diverse sue forme. Il freddo: è un grande freddo che ci chiama; la galaverna: il freddo che c’è fuori si capisce/i filari nel parco sono stretti/in una pellicola sottile di brina, la Siberia: la bambina nutre di rose/la bocca spalancata del lupo… quando muore l’erba di dicembre, sono solo alcuni degli elementi che vengono nominati e che si mischiano in uno strano ma coeso affresco a Caravaggio: Caravaggio usò una puttana morta nel fiume/per dipingere il Transito della Vergine//ma il cielo è troppo alto/per essere inondato, e a Facebook: Facebook , ad esempio,/non sa del tuo cuore di pettirosso/non sa la nebbia, e conta/click per elettroni… tenere unite queste tematiche non è semplice, considerando anche l’approdo allo stesso testo dedicato a Fogland (un canto di terra e acqua), il testo che rappresenta il vero cuore pulsante del libro con l’omaggio a Seamus Heaney ma, ciò che più emerge, è che tutto sembra adombrare una speranza, quella che l’uomo possa ritrovare l’umano perduto delle sue origini. Certo, come dice la stessa autrice, questa è una delle grandi questioni che oggi tutti ci poniamo e in fondo, il cammino dell’uomo è fatto di molti inverni che, per fortuna, non negano la speranza laddove davvero tutto si tiene anche ciò che sembra perduto. E, a proposito di questo, non posso non citare uno dei personaggi chiave della sezione Sotto traccia, ovvero Pietro, lo sbozzatore di Rodin che, insieme agli altri, pare avere una funzione centrale nella poesia di Mariadonata: io presto la mano ai sogni/sono l’ombra, cui non è dato/di sbagliare, l’aria che tramuta/la pietra in respiro… I volti, infatti, come i luoghi sono da esplorare per rendere noto l’ignoto che nascondono, e far sì che diventino tracce di un percorso che facciamo nostro, parte di una visione del mondo.

Al termine della raccolta troviamo un testo, preceduto dalla citazione di un verso dei Quattro quartetti di T.S. Eliot: In my end is my beginning. In questo testo, attraverso la similitudine del lancio dei sassolini in un lago semi ghiacciato, sembra quasi che l’autrice voglia concludere spiegando la vita, l’andamento che ci concede con la realizzazione o meno dei nostri desideri, mentre osserviamo il tutto che si compie. Le ho chiesto di spiegare il perché si affidi a questo concetto, ovvero al fatto che nella fine spesso c’è un nuovo inizio, e se pensa che sia solo così che possiamo concepire anche la morte. L’esperienza che ne emerge è data dalla similitudine tra l’incrinatura che la sottile patina di ghiaccio ha quando vi cadono sopra i sassolini e ciò che accade nella vita quotidiana: i desideri che si realizzano, quelli che restano in superficie sono le risposte che abbiamo e forse, proprio con la scrittura si cerca un equilibrio tra le parti, e la morte è vista, appunto, non come una fine ma un nuovo inizio, visione senza la quale sarebbe impossibile continuare a vivere.

Un lavoro forte, con pensieri, immagini, suggestioni ben radicate, quello di Mariadonata Villa che, alla sua seconda esperienza di pubblicazione, si riconferma una voce interessante, da seguire nei suoi sviluppi futuri e da tener d’occhio nell’evoluzione all’interno del panorama poetico contemporaneo.

Alcuni testi da: Verso Fogland

Paesaggio marino con cane

qualcuno aspetta apparizioni
su tavole meno traballanti,
il lampo improvviso della luce
al centro, dove le scaglie del mare
s’inarcano

nessuno invece aspetta nella canicola
l’apparizione tremolante
il cane col fianco di salsedine
che sembra sul punto di scrollarsi

si sente il vociare di gente vicina, oltre il muretto
ma non siamo che noi due in questo spazio
in cui nessuno è testimone,
nel brivido di terrore, nell’acciaio che lui porta al collo

infila il muso nel secchio rosso,
mi guarda, ed è andato

non c’è dionisiaco in un cane
col pelo che puzza di acqua salmastra, solo l’orrore
delle apparizioni mediocri che costellano la vita

***

Posto di passaggio

vi penso tutti, in questo
purgatorio d’attesa

c’è un volo di uccelli che arde
nel mattino solito di code
al passaggio a livello delle otto e undici
la madre assonnata di giorno
nei suoi trenta, le figlie al seguito
come piccoli trolley

la stanchezza è una cattiveria veniale
che si annida tra scapola e scapola
nella fatica delle liturgie
quotidiane e misurate
(e liberaci dal male
delle calze non trovate)

a volte è solo un male piccolo, un’assenza
che assale, fra la
lavatrice e il corridoio di libri
schiena a schiena, scaffale a scaffale

si vorrebbero avere denti di acciaio
per prendere tutto a morsi
e invece abbiamo denti
di pietra che frana, e si sgretola all’urto
abbiamo grida, e colline friabili

piccole allieve musulmane
giocano a velarsi negli atri scuri
del bagno comune, e un bimbo
confuso dice ai suoi nonni
la felicità di cinquant’anni insieme
in cui brillano stelle di gioia –
siate felici, e portate il vostro frutto
alla stagione in cui è dovuto

vi penso tutti, dal lungo
purgatorio dell’attesa

***

Calling birds by name

E’ grande il freddo che ci chiama.
Ci sono uccelli dalla testa bianca
grandi quanto la mano che tendi
quando chiedi riparo od offri doni.

Non c’è scampo alla vita che hai deciso.
Ascolti in fretta, e interrompi il passo
per prestare l’orecchio, da quella soglia
di cemento del tempo che chiamiamo città.

Ieri dal cielo che minacciava neve
è scesa una piuma minuscola, della stessa
natura dei fiocchi di cristallo
che Cartesio disegnò sul suo trattato.

So bene che non era un angelo
ma un piccione che passava basso,
radente al gelo. Però ho alzato
la testa lo stesso, per cogliere il battito –
per sapere se era carne, o solo nebbia
quella danza minuscola che mi sovrastava.

Ed il sacro si mostrò.
Ed era terribile a vedersi.

***

Galaverna

il freddo che c’è fuori si capisce
i filari nel parco sono stretti
in una pellicola sottile di brina
non gelo, né ghiaccio, ma quel salto
che c’è tra il rapido tuffo sottozero
e il resto della vita

quando qualcosa non ha pace
in una lingua, ne cerca subito un’altra
per andare a rovistare negli angoli
per togliere la polvere tra fatti e parole

il freddo che c’è fuori, invece, si capisce
dalla galaverna che resiste
anche se il sole resta dietro il cielo basso

il freddo che si addensa nel mattino
gli uccelli lo sanno sempre prima di vedere
il fiato denso dei potatori nel parco-campagna

***

Radiazioni

una lucciola che insiste a ritornare
in un angolo di campagna strappato al fondo
di notte elettrica della città
fa più rumore negli occhi

ci siamo illusi di appartenere
a una razza, lingua, credo
di essere a un passo dal governare
i giri del tempo con un telecomando astrale

ma è l’insistenza della lucciola
agli angoli degli occhi
l’anello che non tiene

il rumore di fondo dell’universo

Cinzia Demi

Altri contributi di « Missione Poesia », rubrica Altritaliani di poesia contemporanea curata da Cinzia Demi: biografie, poetica, note critiche, interviste, curiosità, ma soprattutto tanta poesia dei migliori poeti italiani del momento. Contatto: cinziademi@gmail.com

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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