Tutankhamon, Howard Carter e lord Carnarvon, in margine alla mostra di Parigi

La mostra Toutânkhamon alla Grande Halle de la Villette di Parigi (fino al 15 settembre 2019) sui tesori ritrovati nel 1922 dall’egittologo britannico Howard Carter nella tomba del faraone bambino, dopo più di 3mila anni di riposo indisturbato nella Valle dei re, è davvero uno spaccato umano oltre che archeologico ed antiquario.

La vicenda visionaria e fantascientifica del ritrovamento della tomba è un momento esaltante, epico della storia e dell’archeologia.

Da una parte la tenacia visionaria di Carter che è convinto del suo destino, che sa che la tomba del faraone bambino esiste e la cerca senza sosta, dall’altra Lord Carnarvon che insiste nella sua condizione di patrocinatore e magnate e quando sta per desistere arriva alla conclusione.

Corre in tutta la vicenda un’aria di misticismo, di fato, di predestinazione, se non di magia vera e propria.

Fatti di magia infatti non mancano.

La maledizione legata alla scoperta della tomba, alle invettive dei sacerdoti ed alle morti misteriose che accompagnano la scoperta e poi le luci del Cairo che si spengono per l’intera città all’annuncio della morte di Lord Carnarvon, e via di seguito.

Il mistero regna ancora sovrano.

Mistero della fine del giovane sovrano Tutankhamon (nome traducibile con “l’immagine vivente di dio Amon”) che nato ad Amarna muore prima di aver compiuto vent’anni.
Il mistero della sua tomba che sembra essere stata destinata a Nefertiti e assegnata a lui per la morte improvvisa.
Lui che aveva annullato la città di Amarna, la città del sole dedicata da Ackenaton, il suo predecessore, ad Aton, l’unico Dio, e che entra nella dimora di eternità in modo cosi’ inconsueto.
L’eternità interrotta dalla rivelazione della sua potenza. Tre sarcofagi d’oro, una maschera funeraria anch’essa d’oro, un tesoro stupendo sparso ai lati della tomba.

Foto di Harry Burton nel momento dell’apertura della camera funeraria di Toutankhamon – 16 febbraio 1923. © The Print Collector

 

Howard Carter et un ouvrier égyptien examinant le troisième cercueil de Toutânkhamon en or massif dans le second cercueil. Octobre 1925. Photographiés par Harry Burton. Photo © Interfoto

Cose meravigliose – esclamava Carter quando infine si aprì il varco verso la tomba che aveva cercato con scavi nella valle dei re per ben cinque anni.

Nella mostra di Parigi non c’è la maschera d’oro che è rimasta al Cairo, così come una gran parte del tesoro di Tutankhamon che copre una vasta area nel museo egiziano.

E se torniamo alla leggenda quando la mummia del faraone venne trasportata al Cairo il popolo egiziano si assiepò lungo le rive del Nilo con segni di giubilo, spari di fucileria come se si fosse trattato del ritorno di un sovrano attuale.

Ma che significa tutto questo?

Il perdurare delle tradizioni, la forza del mito?

Certo l’atmosfera del tema rischia di contaminare le emozioni.
A distanza di tanto tempo ancora l’emozione infatti è intatta.

Non è un caso che recentemente si sia ventilata la possibilità che il sarcofago di Nefertiti potesse trovarsi all’interno della tomba che si è esplorata con sofisticati sistemi elettronici.
Ma tali erano i trabocchetti, le vie segrete, le mascherature che gli architetti egizi possono avere escogitato che il mistero resta ancora intatto.

Resta il fatto che nessun popolo né antico né moderno ha mai tentato come quello dei faraoni di penetrare il mistero della morte e dell’aldilà. È questo che Tutankhhamon rappresenta e che lord Carnarvon aveva compreso.

E la mostra di Parigi celebrando la contraddizione tra un’immensa potenza e la sua sottomissione alla morte, ne offre una grande testimonianza.

Carmelina Sicari

LINK INTERNO: Siamo tutti Egizi? Sulla riapertura del Museo Egizio di Torino, della stessa autrice (aprile 2015).

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