La difesa del lavoro. Perché occorre rivedere il jobs act.

Lo scoglio contro cui il governo si è arenato è il jobs act, ossia la riforma del mercato del lavoro. Ormai il conflitto economico tra ricchi e poveri nel paese è balzato al primo posto. Tratteggiare il disegno di riforma costituzionale, la legge elettorale e la stessa elezione del Capo dello Stato come veri punti del dibattito politico è ormai uno degli idola degli analisti tardo-novecenteschi.

D’altro canto, aleatorio è rappresentare eventi come il lancio di bombe carta, avvenuto il 12 novembre scorso, contro un centro di accoglienza per immigrati nella periferia romana di Tor Sapienza, come indizi di un’imminente guerra tra poveri. Se così fosse, si tratterebbe del punto debole che determina la sconfitta e la tragica conclusione dell’esperienza democratica. Dovrebbe esserne consapevole chi alimenta questa degenerazione civile.

Manifestazione antimmigrati a Tor Sapienza - Roma

Più lucidamente si può vedere che il pericolo per il paese è semmai che si favorisca irrimediabilmente la lacerazione del tessuto sociale. Occorre allora tenere ben presente alla mente il senso di una riforma del mercato del lavoro che, senza inibire il conflitto sociale, sappia produrre un’opera di rammendo, anzitutto generazionale.

L’idea di fondo dello jobs act, infatti, è pilotare una svalutazione del costo del lavoro in Italia, per favorire in questo modo l’incontro dell’offerta con la domanda. Non potendo più effettuare una svalutazione monetaria a livello nazionale, si vorrebbe ottenere ugualmente un vantaggio comparato nella competizione internazionale generando così nuovi posti di lavoro per i più giovani. Se funzionasse allora si ridurrebbe la forbice tra ricchezza e povertà. Ma il rischio è che la miopia politica non consenta di vedere le conseguenze del perdurare degli effetti della crisi, e quindi possa favorire involontariamente un corto circuito tra la facile speranza di chi opera per le riforme e le ostinate difficoltà che si presenteranno al momento delle scelte più difficili. Un esempio è il blocco per quattro ore dell’autostrada del sole da parte dei lavoratori della Ast di Terni, avvenuto sempre lo scorso 12 novembre, per denunciare l’incapacità del governo di scongiurare i licenziamenti previsti dalla tedesca Thyssen Krupp.

L’errore del governo è pensare che occorra superare le lentezze procedurali e l’inconcludenza della democrazia al fine di regolare i rapporti tra forze sociali interne. Lo scoglio rappresentato dal passaggio parlamentare del jobs act potrebbe invece rinvigorire l’azione del governo. Non si tratta di perdere tempo ma di rivedere il jobs act per dare concretezza alle tutela dei lavori produttivi.

Agire con la velocità e la prontezza richieste dalle dinamiche internazionali e dei mercati dovrebbe semmai servire a decidere quali percorsi di politica estera intraprendere, soprattutto nel campo europeo. Il conflitto tra ricchi, che non subisco gli effetti della crisi, e poveri, che ne sono invece duramente colpiti, attraversa più o meno tutti i paesi europei. La bassa credibilità del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Junker, potrebbe favorire pericolose derive ma anche scelte audaci.

Quando Junker era capo del governo del Lussemburgo, per ben diciotto anni, sono stati siglati accordi segreti che hanno consentito ad alcuni giganti economici di pagare tasse in quel paese con tassi inferiori allo 0,4 per cento. Pratiche di questo genere erano diffuse in passato, ma con la crisi economica sono divenute indifendibili, poiché favoriscono l’accumulazione di grandi ricchezze finanziarie a danno dei piccoli operatori economici che pagano le tasse dove producono o svolgono un esercizio. Il sentimento anti-europeo serpeggia in Italia e non pare esserci antidoto.

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La riforma del mercato del lavoro potrebbe però agire da freno se sostenuta da risorse economiche che tutelino il lavoro produttivo, e quindi diffondano la ricchezza. Per raggiungere questo scopo in modo realistico occorrerebbe uscire dal regime del patto di bilancio europeo (fiscal compat) che vincola l’Italia a politiche di austerità monetaria. Altri paesi e diverse forze sociali transazionali sosterrebbero questa scelta politica. La difesa dei singoli posti di lavoro è ormai da considerarsi revocabile, in Italia come nel resto d’Europa, con buona pace dei dibattitti sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Ma senza tutelare il lavoro produttivo, ad esempio quello svolto nelle acciaierie di Terni, il tessuto sociale si lacera con conseguenze imprevedibili.

La fatica e il desiderio timotico di riconoscimento, che si associano per essenza al lavoro, rendono conflittuale ogni regolazione del suo mercato. Ma ricucire, mediante la riforma del mercato del lavoro, i rapporti sociali e tra generazioni, soprattutto quando si presentano contestualmente disoccupazione giovanile e perdita di posti un tempo considerati sicuri, diviene opera necessaria come serrare le file nei momenti di difficoltà.

Emidio Diodato

Professore associato di Politica internazionale

Università per stranieri di Perugia
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1 COMMENTAIRE

  1. La difesa del lavoro. Perché occorre rivedere il jobs act.
    Articolo con diverse contraddizioni e senza proposte concrete. Tutelare il lavoro produttivo appare una semplificazione del problema se non si spiega che siamo in continuità con l’assenza di un piano industriale del Paese (perché, se capisco l’autore, il lavoro produttivo è quello di natura industriale) degno di questo nome. E i piani industriali non si fanno se non c’è un’adeguata idea del valore del lavoro.
    Nel mitico Nord Est molte fortune degli anni 80 e 90 furono garantite dalla continua svalutazione della lira. Una parte importante delle nuove ricchezze non sono mai state reinvestite per garantire innovazione e ricerca. Per chi lo ha fatto il jobs-act è sostanzialmente inutile e senza effetti concreti. Per questo, per la maggioranza degli imprenditori -speculatori si invoca a gran voce e con il supporto di Governo e partiti che lo sostengono la svalutazione del lavoro.
    Poi, considerando che non si riuscirà a svalutare all’infinito, si continuerà a delocalizzare in altre parti del mondo dove il lavoro è ancora più svalutato.
    Consiglierei la lettura del libro di Luciano Gallino « l’impresa Responsabile » Un’intervista su Adriano Olivetti. Molte delle risposte sul concetto di « lavoro produttivo » si possono trovare proprio nell’intervista.

    Aggiungo solo tre righe della prefazione perché il dilemma sul quale interrogarci è se esiste ancora un tale tipo di impresa.

    « Un’impresa capace di creare profitto non solo per gratificare gli azionisti, ma anche per produrre benessere, sicurezza e bellezza, per chi vi lavora come per la comunità che la ospita: Olivetti è stato un imprenditore e un uomo di cultura in straordinario anticipo sui propri tempi. A più di cinquant’anni dalla sua morte, le idee di Olivetti – sul ruolo dell’industria, sulle funzioni dello stato sociale, sul rapporto tra impresa e territorio -, continuano a sembrare in aperto contrasto con quanto si pratica e si scrive.

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