Amici e nemici in politica. L’Italia di fronte al mondo (e al caos libico).

Valutare chi sono gli amici e chi sono i nemici è basilare in politica. Non occorre elevare la categoria amico-nemico a criterio costitutivo del ‘politico’ per capirlo. Ciò vale tanto in politica interna quanto, e soprattutto, in politica estera. Certo, non sempre il campo politico si divide in amici e nemici. Se Zingaretti dice che, in caso di elezioni, Renzi dovrà decidere da che parte stare, allora possiamo essere d’accordo ma anche no. Non occorre per forza stare con o contro il Partito democratico. Se, tuttavia, il grado di intensità della politica sale, allora occorre saper fare una scelta di campo. Lo ha capito Boris Johnson che nell’ultima campagna elettorale ha appunto diviso il campo tra chi voleva la Brexit, i suoi amici elettori, e chi non si sa cosa voleva, i suoi nemici detrattori.

Boris Johnson

Ma è soprattutto nelle relazioni internazionali che la chiarezza su chi sono gli amici e chi sono i nemici rende l’azione politica efficace. Un eccesso di amicizia e di inimicizia può certo spingere le parti in guerra. Lo sapeva bene Norberto Bobbio, per anni impegnato a delineare la figura del ‘terzo’ in politica. Ma è evidente che una qualsiasi parte terza può meglio agire per l’accordo e per la pace quanto più è chiaro quali sono le parti contrapposte, appunto gli amici e i nemici.

Negli ultimi anni per l’Italia è divenuto difficile capire chi sono i sui amici o alleati. Le simpatie leghiste per la Russia o dei 5 stelle per la Cina si coniugano difficilmente con la storica amicizia dell’Italia con gli Stati Uniti. Certo nessuno la mette in discussione. Ma i documenti strategici dell’era Trump puntano il dito contro Russia e Cina, accusati di sfidare potere e interessi statunitensi, di eroderne sicurezza e prosperità. Fino a che punto siamo disposti a sacrificare l’amicizia con gli Stati Uniti? Certo il mondo cambia e, per quanto sia difficile accettarlo, molti interessi dell’America non coincidono più con quelli dell’Europa. Ma altrettanto difficile è dire qual è il grado di amicizia in Europa. Molti politici di punta del dibattito politico italiano considerano la Francia e la Germania come paesi poco amici, per usare un eufemismo. Negli ambienti della Farnesina ci sono giovani diplomatici che mettono in dubbio che nell’Unione Europea prevalga ancora l’amicizia. Un fatto inaudito solo qualche anno fa.

La scarsa chiarezza italiana sulle politiche di amicizia e ostilità è entrata drammaticamente in crisi di fronte agli sviluppi della crisi libica. In Libia ci sono due parti in conflitto, il governo di Tripoli da sempre sostenuto dall’Italia, oltre che dagli Stati Uniti, e il contro-governo di Bengasi, appoggiato tra gli altri dalla Francia. Come ha scritto recentemente Mario Giro, l’intervento turco (a favore di Tripoli) e russo (con Bengasi) rischia di mettere fuori gioco l’Europa e in primis l’Italia. Il nostro governo sta da tempo cercando di avvicinarsi a Bengasi senza tradire Tripoli. Ma la Turchia ha preso tutti in contropiede appoggiando Tripoli con un accordo che prevede lo scambio tra l’invio di truppe e la delimitazione della frontiera marittima tra i due paesi, in chiave anti-italiana. Come può reagire l’Italia? La soluzione diplomatica cui punta la conferenza di Berlino, voluta dal governo tedesco sotto l’egida dell’Onu, appare molto difficile. Ancora più difficile e credibile è che sarà l’Italia a divenirne protagonista, quando si terrà a gennaio, nel ruolo di mediatore al fianco della Germania. Più probabile è che turchi e russi si misurino militarmente e strategicamente giocando con le parti in campo, per poi decidere il futuro del paese come stanno facendo in Siria.

Quando Erdoğan e Putin inizieranno a discutere tra di loro per fermare lo spargimento di sangue in Libia, che cosa dirà il governo italiano? Oppure è possibile mettere in campo un’iniziativa politica che scongiuri quel momento, quindi la certificazione del fallimento italiano in un paese così importante per i nostri interessi economici e di buon vicinato? Tripoli ha chiesto truppe all’Italia quale prova di amicizia, così come a Stati Uniti e Gran Bretagna. Questi due paesi sembrano troppo impegnati nelle loro vicende interne. Anche l’Italia, come sempre. Ma il punto è se noi ce lo possiamo permettere. La competizione tra Italia e Turchia si è chiarita già nel novembre 2018, alla Conferenza di Palermo, che proprio la Turchia fece fallire. Troppo tardi per sostenere Tripoli, sempre più vicina alle milizie islamiche e ormai alleata della Turchia? Difficile dirlo. Sicuramente troppo tardi e imbarazzante è passare dalla parte di Bengasi, con Russia ed Egitto.

Vertice Di Maio – Al Serraj a Tripoli.

Naturalmente sarà il governo a valutare la situazione e potrà farlo meglio di qualunque osservatore esterno, che ignora le circostanze del drone italiano abbattuto nello scorso novembre o quanti siano e cosa facciano i militari italiani a Misurata. Ma di certo l’iniziativa politica di cui c’è bisogno non è solo quella di sperare che i libici risolvano la questione tra loro offrendo la ‘capanna’ dell’Onu. Ormai ci sono troppi interessi e potenze in campo.

Emidio Diodato è autore, con Federico Niglia, di L’Italia e la politica internazionale. Dalla Grande Guerra al (dis-)ordine globale. Carocci. 2019

Emidio Diodato

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