Un libro Una città – ‘Fontamara’ di Ignazio Silone

Rubrica Un libro Una città. « Fontamara » di Ignazio Silone è un luogo immaginario, idealmente rappresenta i borghi che l’autore conosceva bene e dove era nato, in provincia di L’Aquila in Abruzzo. ‘Fontamara’ in particolare fa riferimento al borgo di Pescina: un piccolo gioiello medievale nel cuore della Marsica, che sorge all’imbocco della valle del Giovenco tra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

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Ho scelto ‘Fontamara’ perché volevo tornare tra le piccole vie della mia infanzia, tra i suoi scenari ristretti, a quelle piazze grandi non più di cinque metri di diametro, alle colline ingrigite dalla guazza, agli sguardi affrettati delle signore alle finestre.
Volevo un libro che mi riportasse a casa, che mi costringesse a tornare a quegli anni lontani dai quali sono fuggita di fretta. E così, dopo aver riletto le pagine di Silone, quelle piccole vie si riaccendono nella memoria sotto il canto delle cicale, le strade si animano dei figli di quelle signore con cui ci rincorrevamo nella paura di diventare grandi, le piazze diventano come stadi affollati per il concerto dell’anno. Eravamo noi il concerto dell’anno, ma allora non potevamo saperlo. Avevamo solo fretta di andare lontano, lontano da quel mondo di cafoni che ci aveva generato e di cui ci vergognavamo.
Oggi, se ripenso a quel piccolo borgo stretto tra le colline e il mare e costeggiato da un affollatissimo cimitero, quel piccolo borgo si apre ai miei occhi come il posto più bello del mondo: mentre la vita ci porta ogni giorno più lontano, la verità è che nessuno posto sarà così bello come quello dove quel lontano era possibile solo immaginarlo.

Ilaria Paluzzi

Dal testo:

A chi guarda Fontamara da lontano, dal Feudo del Fucino, l’abitato sembra un gregge di pecore scure e il campanile un pastore. Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi invece vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odii invidie lotte disperazioni.
Altro su Fontamara non vi sarebbe da dire, se non fossero accaduti gli strani fatti che sto per raccontare. Ho vissuto in quella contrada i primi vent’anni della mia vita e altro non saprei dirvi.

Per vent’anni il cielo, circoscritto dall’anfiteatro delle montagne che serrano il Feudo come una barriera senza uscita; per vent’anni la solita terra, le solite piogge, il solito vento, la solita neve, le solite feste, i soliti cibi, le solite angustie, le solite pene, la solita miseria: la miseria ricevuta dai padri, che l’avevano ereditata dai nonni, e contro la quale il lavoro onesto non è mai servito proprio a niente. Le ingiustizie più crudeli vi erano così antiche da aver acquistato la stessa naturalezza della pioggia, del vento, della neve. La vita degli uomini, delle bestie e della terra sembrava così racchiusa in un cerchio immobile saldato dalla chiusa morsa delle montagne e dalle vicende del tempo. Saldato in un cerchio naturale, immutabile, come in una specie di ergastolo.

Prima veniva la semina, poi l’insolfatura, poi la mietitura, poi la vendemmia. E poi? Poi da capo. La semina, la sarchiatura, la potatura, l’insolfatura, la mietitura, la vendemmia. Sempre la stessa canzone, lo stesso ritornello. Sempre. Gli anni passavano, gli anni si accumulavano, i giovani diventavano vecchi, i vecchi morivano, e si seminava, si sarchiava, si insolfava, si mieteva, si vendemmiava. E poi ancora? Di nuovo da capo. Ogni anno come l’anno precedente, ogni stagione come la stagione precedente. Ogni generazione come la generazione precedente. Nessuno a Fonatamara ha mai pensato che quell’antico modo di vivere potesse cambiare.

La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione dei cafoni, raso terra, e, un pochino più su, quella dei piccoli proprietari. Su questi due piuoli si spartiscono anche gli artigiani: un pochino più su i meno poveri, quelli che hanno una botteguccia e qualche rudimentale utensile; per strada, gli altri. Durante varie generazioni i cafoni, i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri si piegano a sforzi, a privazioni, a sacrifici inauditi per salire quel gradino infimo della scala sociale; ma raramente vi riescono. La consacrazione dei fortunati è il matrimonio con una figlia di piccoli proprietari. Ma se si tiene conto che vi sono terre attorno a Fontamara dove chi semina un quintale di grano, talvolta non ne raccoglie che un quintale, si capisce come sia raro che dalla conduzione di un piccolo proprietario, penosamente raggiunta, si ricada in quella del cafone.

(Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore).

Ignazio Silone, Fontamara, Oscar Mondadori.


Sinossi: Nei primi anni della dittatura fascista a Fontamara, « un antico e oscuro luogo di contadini poveri nella Marsica », i « cafoni » subiscono soprusi e ingiustizie così antichi da sembrare naturali come la neve e il vento. Berardo Viola, che porta una scintilla di ribellione, subirà le torture della milizia fascista e sarà ucciso, ma assurgerà a emblema di un nuovo, seppure ancora impreciso e velleitario, livello di dignità. Opera intessuta di una precisa verità storica, Fontamara fonde la ballata popolare, la parabola evangelica e la satira politica in una partitura corale che si fa violenta denuncia di ogni ingiustizia.

Iganzio Silone: Pseudonimo di Secondino Tranquilli, Pescina, L’Aquila, 1900 – Ginevra 1978. Scrittore dal forte impegno civile e politico, scrisse saggi come Il fascismo. Origini e sviluppo (1934), La scuola dei dittatori (1938) e Uscita di sicurezza (1965) e romanzi, tra i quali Fontamara (1933), Vino e pane (1936), Il seme sotto la neve (1941), Il segreto di Luca (1956) e L’avventura d’un povero cristiano (1968, premio Campiello).

2 Commentaires

  1. Bene, bene!
    Un libro fondamentale, arrivato purtroppo fuori tempo in Italia, epperò mai recepito in patria come sarebbe stato giusto che lo fosse. Sia consentito un richiamo: l’edizione originale è del 1934, in Francia (ed. SFIE); versione francese accolta da Maurice Nadeau, guardacaso, lo stesso anno, per i tipi della Rieder.
    Ovviamente, quando arrivò in Italia nel secondo dopoguerra, « Fontamara » non poteva avere quel significato umano, sociale e politico (ma anche di devastante ironia) che portava in sé, e fu per lo più frainteso.
    Si può vedere, su questo tipo di « Piccoli equivoci » tra un’accademia e l’altra, mio contributo al libro di Anna Dolfi, « Traduzione e poesia nell’Europa del Novecento », Roma, Bulzoni, 2004, pp. 131-152 (part. p. 146). Mi scuso tanto per la citazione, ma chi le legge ancora, queste cose…?…
    Detto per inciso, del medesimo periodo, un « Viaggio a Parigi » di cui pubblicammo l’incunabolo « Polenta » nel fascicolo « Ailleurs, d’ailleurs » del CIRCE (1996), sarebbe da rivisitare oggi in epoche di nuove migrazioni non più o male accette nel Bel Paese…
    Cordiali saluti,
    JcV

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