Un libro una città – Parigi in “Ferragus” di Honoré de Balzac

La città è Parigi: cornice che racchiude storie intrecciate fra loro, sarcofago di cemento e acciaio che stritola la carne, mollusco contenitore di perle da scoprire. Il brano che vorrei proporre, in traduzione e in originale, è tratto da Ferragus, romanzo breve di Balzac pubblicato nel 1833 dopo innumerevoli variazioni; assieme a La duchessa di Langeais e La ragazza dagli occhi d’oro forma l’Histoire des treize, un trittico incastonato fra le Scènes de la vie parisienne della Commedia Umana. Promette di raccontare le storie di alcuni individui appartenenti all’Ordine segreto dei Dévorants; subito dopo invece si concentra nel produrre un affresco della stratificazione sociale di Parigi, in cui le paure e le pulsioni dei personaggi sono fortemente condizionate dall’ambiente urbanizzato che li circonda, anch’esso stratificato, multiforme come le teste di un mostro mitologico.

Ho letto il libro prima di visitare Parigi e ne sono rimasto molto suggestionato, grazie allo stile vivido e impressionista di Balzac. Ma fra tutti i brani che mi avevano colpito, dopo una visita fuggevole quanto intensa, trovo che questo breve estratto, all’apparenza superficiale e poco significante, racchiuda in poche righe l’essenza della città-monstre, unica reale protagonista dai mille volti, ritratta mentre si cambia d’abito. Sono sicuro che Balzac, a quasi 200 anni di distanza, oggi lo scriverebbe uguale.

Paris, place de l’Hôtel de Ville, 31 juillet 1830

Brano scelto tratto da «Ferragus» di Honoré de Balzac (Oscar Mondadori 2001, traduzione di Clara Lusignoli)

A quel tempo, Parigi aveva la febbre delle costruzioni. Se Parigi è un mostro, è certamente il più maniaco dei mostri, sempre in preda a nuove fantasie: a volte fabbrica come un gran signore innamorato della cazzuola; poi, messa da parte la cazzuola, diventa militaresco: si veste dalla testa ai piedi da guardia nazionale, si esercita in piazza d’armi e fuma; d’un tratto si stanca delle parate e getta via il sigaro; poi si dispera, fallisce, vende il mobilio in place du Châtelet, dichiara fallimento; ma poco dopo, rimessosi in carreggiata, indossa il vestito delle feste e balla. Un giorno mangia zucchero d’orzo a manciate, se ne riempie la bocca; ieri comprava carta Weynen; oggi il mostro ha il mal di denti e si applica un analgesico su tutti i muri; domani farà provvista di pasta pettorale. Certe sue manie durano un mese, una stagione, un anno; altre soltanto un giorno. In quel momento, dunque, tutti fabbricavano o demolivano qualcosa, non si sa ancora che cosa. Erano assai poche le vie che non fossero ingombre d’impalcature di lunghe travi a sostegno di tavole messe di traverso e fissate su puntoni di piano in piano; fragili costruzioni, vacillanti sotto i passi dei muratori, ma tenute insieme da funi, tutte bianche di gesso, raramente protette contro gli urti dei veicoli da quel muro di tavole con cui è d’obbligo cingere i monumenti che poi non si costruiscono. C’è un non so che di marinaro in quegli alberi, in quelle scale, in quei cavi, nelle grida dei muratori.

Testo originale in francese:

En ce temps-là, Paris avait la fièvre des constructions. Si Paris est un monstre, il est assurément le plus maniaque des monstres. Il s’éprend de mille fantaisies: tantôt il bâtit comme un grand seigneur qui aime la truelle; puis, il laisse sa truelle et devient militaire; il s’habille de la tête aux pieds en garde national, fait l’exercice et fume; tout à coup, il abandonne les répétitions militaires et jette son cigare; puis il se désole, fait faillite, vend ses meubles sur la place du Châtelet, dépose son bilan; mais quelques jours après, il arrange ses affaires, se met en fête et danse. Un jour il mange du sucre d’orge à pleines mains, à pleines lèvres; hier il achetait du papier Weynen; aujourd’hui le monstre a mal aux dents et s’applique un alexipharmaque sur toutes ses murailles; demain il fera ses provisions de pâte pectorale. Il a ses manies pour le mois, pour la saison, pour l’année, comme ses manies d’un jour.

A ce moment donc, tout le monde bâtissait et démolissait quelque chose, on ne sait quoi encore. Il y avait très peu de rues qui ne vissent l’échafaudage à longues perches, garni de planches mises sur des traverses et fixées d’étages en étages dans des boulins; construction frêle, ébranlée par les Limousins, mais assujettie par des cordages, toute blanche de plâtre, rarement garantie des atteintes d’une voiture par ce mur de planches, enceinte obligée des monuments qu’on ne bâtit pas. Il y a quelque chose de maritime dans ces mâts, dans ces échelles, dans ces cordages, dans les cris des maçons.

Silvio D’Amico

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