Un libro Una città – ‘Il maestro di Vigevano’ di Lucio Mastronardi

‘Il maestro di Vigevano’  di Lucio Mastronardi racconta di un’Italia profonda, sospesa tra modernità e pregiudizi, ambizioni e provincialismo. È l’Italia del Nord-Italia che si trova ad affrontare l’arrivo dei meridionali, la stessa Italia che oggi affronta i suoi nuovi migranti.

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Il maestro di Vigevano con il calzolaio e il meridionale di Lucio Mastronardi costituiscono un trittico che racconta della laboriosa, opulenta, attenta sempre ai soldi, e provinciale città lombarda, che proprio in quegli anni si costruì fama di importante centro calzaturiero. Vigevano oltre che essere il piccolo mondo, oggi “antico”, dello scrittore nativo proprio di li, nel 1930, è anche l’emblema di quell’Italia profonda, tanto diversa e lontana dall’immaginario che abbiamo delle metropoli nordiste, a partire dalla cosmopolita Milano. Da questo romanzo fu tratto, l’anno dopo la pubblicazione del libro, il “mitico” e omonimo film di Elio Petri con Alberto Sordi che fu una fotografia perfetta delle contraddizioni dell’Italia del boom, sospesa tra modernità e pregiudizi, ambizioni e appunto provincialismo. Una Vigevano che si trova a fare fronte con diffidenza ai migranti meridionali che arrivavano ormai anche in piccoli centri come questi dopo aver invaso, in pochi anni, gran parte del nord Italia, con la vicina Torino che si apprestava a diventare la seconda città “meridionale” dopo Napoli. Mastronardi racconta questo impatto su un territorio che si trova all’improvviso a fare i conti con una trasformazione nei gusti e nei consumi, nel lavoro e nella produzione, dove sugli antichi valori di una cultura rurale vanno ad imporsi nuovi valori che sull’onda di guadagni, allora facili, spingono la società verso nuove ed a volte effimere prospettive. Mastronardi è asciutto. Essenziale. Periodi brevi. Concreto, come di solito si è a Vigevano.

La redazione

Alberto Sordi a Vigevano durante le riprese del film ‘Il maestro di Vigevano’ di Elio Petri

Da « Il maestro di Vigevano »

Davanti alle vetrine dei negozi di abiti fatti, sostano coppie. Si preparano a entrare. Quando a Vigevano uno deve comprarsi un vestito, si porta dietro o la donna o la madre o la figlia. Cosi sono in due a tirare sul prezzo.
Il sagrato del Duomo è ancora sporco di riso, che, alla mattina, gli amici hanno tirato addosso alla sposa, per augurarle buona fortuna. Sui portoni, dei preti stanno parlando con studenti e giovani laureati. Il mercato è nel suo forte. Adesso si sente qualche grido di richiamo. Confusi fra la gente, con aria cosi indifferente da dare nell’occhio, dei negozianti gironzolano, e guardano i banchi dov’è esposta la merce dei loro negozi.

Un paio di vigili camminano come direttori di sala. Basta un loro cenno, e l’ambulante, al quale è rivolto, capisce subito se è un ammonimento per il suo richiamo urlato, o perché occupa uno spazio non suo, o se deve esibire le carte del Municipio.
Le strade vicino alla Piazzetta del mercato sembrano dei garage di furgoni e furgoncini. Io abito in una di queste stradette, ospite di un’anziana vedova, che scampa impartendo lezioni di pianoforte e dattilografia, e suonando il pianoforte nei ritrovi chic di Vigevano. Lo stabile ha una superba antichità, che sembra sfidare i condomini e le ville che gli si sono spuntati intorno. In questo stabile ci abitano famiglie di ragionieri e impiegati: gente che sta cosi tanto sulla sua, che delle volte sembrano pieni di superbia, e altre volte pieni di timidezza. Nel vestibolo ci sono le vecchie targhe d’ottone che vietano di sputare per terra, bestemmiare, introdurre biciclette.

Da qualche tempo la tranquillità del caseggiato è stata bruscamente rotta da una numerosa famiglia meridionale, che ha avuto un paio di stanze in affitto. La mia padrona di casa, che da una trentina di anni ha l’incarico dal proprietario, un marchese che vive a Genova, di riscuotere affitti, pagare tasse, affittare appartamenti a persone come si deve, come dicono le raccomandazioni del marchese, e sbrigare tutta la burocrazia che un caseggiato comporta, dopo che ha affittato a quella famiglia, lo studio lasciato libero da un medico, si è sentita non soltanto offendere a più riprese, come lei dice, da tutti gli inquilini, ma, e questo le brucia di più, togliere dal marchese quel mandato di fiducia.

Ma io che dovevo fare! – dice la signora Ines, nella mia stanza, mentre mi rifà il letto. – Quello studio era vuoto da un anno. I professionisti preferiscono gli studi dei condomini. Nessuno lo voleva. Quel meridionale m’aveva convinta che aveva due figli soli, e poi arriva qui con una dozzina di persone. E ha chiamato qui anche il fratello, e la moglie del fratello… 

Tutti i giorni mi ripete questa cosa.

Lucio MastronardiIl maestro di Vigevano, – Ed. Einaudi, pagg. 356 – 358.

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