Un libro Una città – Malacqua e Napoli. Il caso Nicola Pugliese.

Un libro Una città. Ho scelto per voi un libro che parla della mia Napoli: Malacqua” di Nicola Pugliese. Davvero non si contano i libri dedicati alla città partenopea, c’era solo l’imbarazzo della scelta. Tuttavia, ho preferito proporre una pagina del romanzo di Pugliese che, pubblicato da Tullio Pironti nel 1977, fu un vero caso letterario. Esaurite rapidamente, grazie al passa parola, le scorte del romanzo, il libro divenne mitico, una chimera che tutti cercavano in vano, si diffusero finanche fotocopie prodotte da valorosi e volenterosi supporter dell’opera. Il secondo motivo della mia scelta non è solo nel racconto di un’insolita (ma poi non tanto) Napoli piovosissima, quanto nella scrittura sincopata dell’autore, nella sua continua mescolanza, finanche lessicale e non solo, di immagini reali e magiche, con personaggi e luoghi di Napoli che si fondono e si dividono come fossero materia viva. Tutto è vivo, persone e cose che interagiscono fra loro, tutto è sensibile, direi cosciente (la bambola che grida, il mare che cerca i suoi bagnanti, ecc.). Attraverso le parole scritte si disegna cosi un tratto peculiare di Napoli, il suo essere insieme realtà, spesso storicamente drammatica, e terra di finzione, di sogni, dell’improbabile, un incanto da vivere che ci lascia sospesi tra cielo, terra e…magari mare.

Nicola Pugliese, irpino nato a Milano, ci ha lasciati prematuramente nel 2013, dopo essersi opposto sempre alla ripubblicazione del libro che infatti è avvenuta solo dopo il suo trapasso nello stesso anno.

TESTO:

«Ed attraverso il vetro della finestra grigi pensieri fumiganti ad inseguire il mare, Santa Lucia ristretta nelle spalle, le mani in tasca, ad ascoltare il silenzio del suo silenzio, le raffiche del vento che veniva, e queste foglie ritorte nella strada, dentro l’asfalto. Dalla strada solitudine graziosamente se ne discende al mare, con gozzi malandati, luci sfrangiate, e navi in lontananza, punta della Campanella, e Capri, la gran massa di Capri distesa a ricordare, estranea alla città come torre indecifrata, vicina, si, quanto vicina, e donne, con cargo tremolanti dell’Oriente e dell’Africa, e granaglie, carichi di mais, ferro, sabbia dorata. Dentro nel ristorante si parla del giornale: occorre certo e quanto prima cambiarlo tutto, tutto da cima a fondo. Abbandonare la Politica con la maiuscola e ridiscendere dentro la vita, la cronaca, i fatti e fattarelli della gente. Perché la gente vive interminabilmente, giorno su giorno, e vuole sapere la storia del mostro di via Caravaggio ed il panorama delle agitazioni sindacali e se i negozi sono aperti: ed il giornale ridiscende cauto tra gli spaghetti a vongole, con questo sugo rosso di pomodoro, il vino di Gragnano, i polipi affogati, oh si, grazie, una macedonia di frutta.

Al di là del vetro l’acqua preme alle sponde del Borgo Marinari, chiazze di nafta a galleggiare nell’iride di un arcobaleno disarticolato, e sono ferme le barche, anche, il mare è adesso un fetido stagno immoto, con gabbiani sopravvissuti che urlano e urlano: falcate bianche con forza contro il cielo e poi di nuovo giù, sconvolti, con questo dolore del mare che si portano dentro, con questa paura mattutina che si fa grigia, pesante, e nera, nera implacabilmente, mentre al di là del vetro il problema del giornale se ne vola arrotolato in cartaccia, odore dell’inchiostro, vapori di piombo. Sulle pareti di Castel dell’Ovo, Andreoli Carlo distingue i segni del mare, il tufo scavato da quest’umidità che sale e sale, affiorano sbuffi di spuma, lampeggiano stelline, fuochi artificiali in lontananza, bianchi fuochi a smuovere, a rinnovare.» (Malacqua, Nicola Pugliese, pag. 7 – ed. Tullio Pironti).

Nicola Guarino

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