Alessandro Anil: ‘Versante d’esilio’ – Poesia

Nella rubrica Missione Poesia, a cura di Cinzia Demi, Altritaliani vi propone la recensione di “Versante d’esilio”, libro d’esordio del giovane Alessandro Anil, un poemetto dialogico dove all’interlocutore viene affidato il compito di ascoltare il poeta e renderlo consapevole che, proprio attraverso la poesia, si può non vanificare la ragione a discapito del sentimento.

***

versante d'esilio recensione

Alessandro Anil, nato nel 1990, ha vissuto in India fino a sedici anni, a Santiniketan, frequentando la scuola del poeta R. Tagore. Si è laureato in Filosofia e Letteratura in Inghilterra. Vive in Italia dall’Ottobre del 2013. È stato premiato o segnalato da Poesiafestival, Premio Rimini per la poesia giovane, Casa della Poesia di Como, Premio Mario Luzi. Sue poesie sono apparse nella rivista Atelier e in alcune riviste italiane e inglesi del settore. Ha tradotto per l’Almanacco di poesia di Raffaelli editore alcuni poeti bengalesi nel periodo post-Tagore. È stato presentato da Rosita Copioli a Parco Poesia 2016, nella sezione Lettera a un giovane poeta. Oltre alla poesia svolge l’attività di drammaturgo e regista. Suoi testi sono stati rappresentato a Canterbury, Inghilterra, nell’evento New Dramatists in Progress. Ha scritto e diretto To Celebrate the Human Glory, Dance Once, Pray Twice, The Tea Room. Nel 2019 ha pubblicato nella collana Cleide della Minerva Edizioni la sua prima raccolta poetica dal titolo Versante d’esilio, vincendo il Premio Camaiore Proposta per l’opera prima e risultando finalista al Premio Violani Landi dell’UNIBO.

Conosco Alessandro Anil da circa un anno, ovvero da quando mi sono occupata della cura e pubblicazione del suo primo libro di poesia Versante d’esilio, di cui parleremo in questo articolo. Le sue radici multiple e la sua cultura intrisa di sentimenti e tradizioni tra l’oriente e l’occidente, lo rendono testimone e partecipe dei mutamenti, delle migrazioni, dei cambi d’orizzonte della società tutta, di questo nuovo secolo. Il suo sguardo attento e pacato, filtrato e ben miscelato con gli sguardi dei suoi maestri filosofi e letterati, e reso in poesia con uno stile piano e dialogico, lo forma come autore emergente molto interessante, che denota già una cifra stilistica propria. Schivo e di poche parole, piuttosto appartato come poeta ma attivo come drammaturgo, possiamo affermare quanto funzioni la sua messa in scena della parola poetica che diventa un dono per l’altro. La sua vittoria al Premio Camaiore Proposta 2019, con il libro appena uscito, mi ha reso orgogliosa e felice della scelta di averlo inserito tra gli autori della collana Cleide (Minerva Edizioni) che dirigo insieme a Giancarlo Pontiggia. Anil sarà ospite del prossimo appuntamento di Un thè con la poesia a Bologna. (L’appuntamento previsto è stato rimandato).

Versante d’esilio

 Parte tutto dal dialogo. Prima con se stessi, poi con gli altri. E dalle domande che ci poniamo, più o meno esplicitamente. Alessandro Anil non ha fatto altro che interrogarsi, lo dice lui stesso nell’intervista posta in apertura al libro, per cercare di comprendere quale dovesse essere l’azione da portare avanti nella sua esistenza, poiché questo è “il dramma che un’esistenza impone”.  Nella ricerca di risposte a questa domanda l’uomo-poeta-drammaturgo Anil ha attraversato le tre arti fondamentali per l’uomo stesso – poesia, teatro, filosofia – come si attraversa una città o una foresta (sono sempre parole sue): Ti hanno condotto i tuoi passi in un luogo aperto,/sul bordo di una strada, hai respirato, oltre il vuoto/di una corsa, l’erba, il richiamo, l’antica scorza di un albero… E, in questo attraversamento, nel Versante che si fa esilio, laddove l’ascolto e il dialogo diventano fondamentali per la comprensione delle cose del mondo, laddove l’autore acquisisce la consapevolezza che, se pure tutto non può essere conosciuto o ricondotto a una sola unità, è però possibile, attraverso la poesia, non vanificare la ragione a discapito del sentimento, qui in questa consapevolezza si annota, si certifica, si realizza il compito stesso del poeta.

Come sempre in poesia, arte che lascia il gusto interpretativo, le letture di questo poemetto possono essere molteplici, e non ne manca nemmeno una evangelica, in quanto l’interlocutore del poeta può essere un “tu” ideale come una figura reale, il lettore come una divinità, ma è giusto anche rilevare come certi versi siano in grado di sottolineare il vero senso della poesia, recuperando quella forza dell’uomo abbandonata dalla linea di indebolimento progressivo che lo aveva portato alla deriva, per mano di alcune correnti letterarie novecentesche: La pienezza di un cantoil compimento di qualcosa di molto lontanonon evadere il seme dell’abbandonolento ritorno sulle acque… non sono che pochi esempi, tra quelli che si potrebbero scegliere. Indubbio affermare che con questo primo ma esemplare lavoro, ci troviamo di fronte a un poeta che non è un ospite precario delle proprie parole ma le abita come una patria, come un dono.

E se, tra gli interrogativi posti nel libro troviamo, nelle prime pagine: Come abitare una ferita? quando simbolicamente intuiamo che si tratta della vita, della vita che urla ben al di sopra del nulla; e se viene invocato il silenzio e i corpi nella precisione del cerchio mentre le acque scendono nelle infinite rotatorie della mente; e se riconosciamo la morte che torna nei suoi cortili, ogni alluvione di gesti, il seno proteso a salutare il futuro; e se mentre scriviamo una Lettera a un amico d’infanzia sappiamo entrare con Clemente Rebora Dentro l’amore verso l’eterno laddove Inizio e fine hanno smesso di fare rima (Hölderlin) ecco che allora, con Alessandro Anil e con la sua poesia così densa di rimandi autoriali, di filosofici riferimenti, di simbolismi e metafore anche noi possiamo ritrovarci in quella conclusione dell’opera e del pensiero che ci dice: Sii ciò che resta, dopo che le acque/hanno consunto il superfluo.//Fatta calce nei secoli, resta…/Lascia la roccia consumarsi/lungo il filo della durata.//La morte, il dolore/si raccoglieranno dal fondo//dopo il passaggio delle acque,/resta/una nuda traccia calcarea.//Sii la tua, irretita traccia/incontro al tempo…

Alcuni testi da: Versante d’esilio

Ti hanno condotto i tuoi passi in un luogo aperto,
sul bordo di una strada, hai respirato, oltre il vuoto
di una corsa, l’erba, il richiamo, l’antica scorza di un albero…
Hai lasciato che l’ombra entrasse a gocce
fino all’ultimo sangue, la strana gioia dei margini ti ha seguito
lungo una pendenza… hai atteso, la maturazione lenta del frutto
per immolare il cielo al silenzio, tu… che hai amato
la mancanza e la pienezza nella distruzione
fino al tendersi dell’arco nel suo limite preciso, il corpo flesso
nell’estremo controllo, il grande occhio che mira.

***

Hai camminato nei millenni, come hai camminato…
E ora, ti inoltri nella fine di questa giornata
e per una strana ragione pensi un po’ alla tua.
Passa un po’ di luce, la guardi, si oscura a poco a poco,
in virtù della sua materia riconosce la tua… le senti
le ombre, ti chiamano a raccolta, nelle pieghe più intime
dell’erba, nell’antica schiena di una donna, il vento
ti carezza con aria contemplativa, sei una foglia
semplice, mentre indugi, la ami… «Ciò che è dietro
è dietro, ciò che hai potuto fare, hai fatto» e ora,
in questo adesso, vorresti la parola più mutevole
come un atto che persiste, si rigenera, nonostante…

Così un’alba diviene giorno, a poco a poco sera,
in questo modo io sono, in questo modo tu sei anche,
e ripeti… mentre vai… un’alba diviene giorno, a poco a poco
sera… un’alba… in questo modo io sono,
in questo modo tu sei… un’alba diviene giorno…
in questo modo… a poco a poco…

**
Ora tu non sai di questa pietra entrata nel tumulto della sera,
non sai tu, della mancanza che adempie il nostro andarsene
e del dio silenzioso che piange
nascosto nel cemento di queste pareti, non sai
della cosa più preziosa che avevo e che ho perso, o forse
ho nascosto troppo bene, ma saprai di certo
di quel richiamo che talvolta si sente,
in una lontananza latebra, in una qualunque città,
ti volti, ne segui i brividi più segreti, mentre attendi, avrai saputo
la dolcezza di due corpi che si respirano nel sonno,
uno nell’altro chinato e questa sabbia, l’hai vista talvolta,
fra i grandi palazzi disabitati dell’uomo, nella bocca serrata
di ore chiuse fra loro, torna da urne antiche, oltrepassa
l’incanto delle infinite rotatorie del mondo,
sta tornando… scende nelle fibre più intime di un ricordo…
è qui…

«Come abitare una ferita?»

Nostra, di tutti… impenetrabile, come abitarla… la vita
intanto, non bada, come sempre urla, con il ventre spalancato
in dono, urla la vita stessa ben al di sopra al nulla.

***

I corpi, nella precisione del cerchio, le membra
originarie dell’uomo, ordinate in un giro di corsa,
il grande cavallo cadde con un nitrito e nell’ombra
l’immagine di sé, metà vivi e metà ricordi, le teste
si toccarono nello sforzo, tintinnarono… in quel
lento e progressivo inoltrarsi nel buio di una folla:
latitudine in atto, perfezione di un disegno
che oltre i secoli torna, acqua e poi acqua.

Lettera a un amico d’infanzia

I.
Cosa vuoi che ti dica mio caro amico d’infanzia,
mi sto inoltrando in un’età che non conosco
e ho paura di ritrovare le mie ali di cera
più sottili. Dopo tanti ricordi, devo ammettere
che i nostri giochi sono cambiati, non corriamo più
sul pontile ora e non ci sbucciamo più le ginocchia sulla ghiaia.

Ma quella terra, quella terra così rossa, arsa dal sole,
la ricordo ancora. Spaccata dall’aridità,
bastava una sera di pioggia per farsi fangosa, cedeva
il passo, nelle stagioni delle grandi piogge, risaliva
nei campi la tranquillità antica delle ore più calde,
più intime e qualcuno, più in là, già s’inoltrava
con una piccola radio, fumando e masticando erbe.

Di ali, se proprio ora devo ammetterlo,
ne ho sempre avute più io di te, ma la tua dolcezza…
quella dolcezza terrena con quell’odore misto
di terra fangosa che tanto ti ha generato, non l’ho mai saputa,
a tratti l’ho intravista, è vero, e questo
se proprio devo essere sincero mi è bastato, mio caro amico,
sei rimasto in quel villaggio tu… a cui ora faccio ritorno,
ma nella discrepanza fra ciò che un posto è diventato
e i ricordi che se ne portano, più mi avvicino, più tutto si allontana.

II.
In questi anni se ancora non l’hai saputo,
sono stato in luoghi sempre diversi, frequentato
innumerevoli studi, corsi… fatto cose tanto diverse
quanto a me stesso inimmaginabili, ma una scuola che insegna
ad amare non l’ho ancora trovata. C’è un uomo sai,
che osserva ogni cosa, lo noto talvolta affacciato sulla bocca
di qualche frammento o gesto, nelle pieghe insolite
che tendono avviare alcune ore. Lo vedo così come è,
con il mio stesso volto dedicarsi al commercio dei dolori
e delle dolcezze di una storia che io vado compiendo e lui da senso.
Ho però conosciuto, se così posso dire, quel destino che mi segue
e che io stesso ho creato, ho dato nome, il mio…
e spesso mi ha raggiunto lungo le pause di questa durata.

Sai, ama il sole del mezzogiorno, lo ama terribilmente,
ama la sua altezza imponente, la sua luminosità,
la distanza dalle cose, la sua quasi inumanità.
È una stagione da compiersi tutta in verticale questa,
nel tempo si consumerà sempre più in alto.
Vorrà dire che quando il frutto sarà maturo,
al suo limite più estremo, una caduta con più rumore
ti sveglierà nelle tue ore più quotidiane.
Allora ti chiedo solo questo mio caro amico d’infanzia,
vienimi accanto, ovunque mi trovi,
sii vicino, tu e quel tuo odore di terra bagnata.

Questa strana poesia di cui non comprendi la lingua
e né mai la comprenderai, è un invito e una speranza a ciò.

Bologna, marzo 2020
Cinzia Demi

P.S.: _cidpetit_2db8fc4034a725bd5b7594d6e8e98e000a09c538_zimbra.jpg“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI il link dei contributi già pubblicati. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito scrivendo in fondo a questa pagina un commento o direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

Article précédentLa peste nel capolavoro di Manzoni, una rilettura attuale e illuminante di Paolo Di Paolo.
Article suivantLa risata dell’invisibile, un libro di Pasquale Maffeo
Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

LAISSER UN COMMENTAIRE

Please enter your comment!
Please enter your name here

La modération des commentaires est activée. Votre commentaire peut prendre un certain temps avant d’apparaître.