Poesia con Cristiano Poletti: ‘Temporali’.

Per Missione Poesia, rubrica Altritaliani di poesia italiana contemporanea a cura di Cinzia Demi, una lettura di Temporali di Cristiano Poletti, una raccolta che, da subito, parte in sottrazione della parola come se a contare fossero più gli spazi bianchi, come se la mediazione tra il dire e l’ascoltare fosse il cuore di tutta la sua scrittura, arrivando a scavare dentro sé stessi e tra le lacune della storia.

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Temporali, di Cristiano Poletti ( Marcos y Marcos)

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poesia italiana Cristiano Poletti (Treviglio, 1976) è autore di Porta a ognuno (raccolta di poesie, L’arcolaio 2012) e del saggio Trovandomi in inviti superflui, in L’attesa e l’ignotoL’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio 2012). Dal 2007 al 2017 ha diretto Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia. Dal 2013 è redattore del lit-blog Poetarum Silva; una raccolta di articoli, intitolata dei poeti, è stata pubblicata per Carteggi Letterari nel 2019. Ha contribuito alla realizzazione del film documentario sulla vita e il lavoro di Fabio Pusterla, intitolato Libellula gentile. Per Marcos y Marcos ha curato il libro-cofanetto omonimo, edito nel 2019. Sempre nel 2019 esce, ancora per Marcos y Marcos la raccolta Temporali.

Conosco Cristiano Poletti da diverso tempo come autore e, personalmente, dall’estate appena trascorsa per averlo incontrato al Festival di Piombino in Arte, dove abbiamo presentato proprio la raccolta Temporali, di cui paleremo in questo articolo. Inserito nel mondo della poesia sia come organizzatore di eventi che come curatore di blog letterari, oltre che come autore mi è sembrata una persona molto interessante, ricca di interessi e impegni culturali e, al tempo stesso, con una poesia profondamente radicata nelle nostre radici storiche. La lettura del libro me ne ha dato la conferma: non è facile affrontare in poesia certe tematiche senza rischiare di rasentare la cronaca o la storiografia, se pure l’approccio della cifra stilistica si presenta in versi. Poletti, a mio avviso, ci riesce: sia quando parla di situazioni reali, personali o storiche che siano, sia quando affronta gli scorci più profondi dell’animo umano, egli conserva la freschezza dello sguardo e l’onestà delle intenzioni, caratteristiche che lo connotano tra i poeti contemporanei più significativi.

Temporali

Niente carta, alle labbra, al loro confine/ serve fermarsi, a un vero silenzio/ negli occhi… con questo verso ci addentriamo già nell’autentico e più profondo senso della raccolta Temporali di Cristiano Poletti. Una raccolta che, da subito, parte in sottrazione della parola come se a contare fossero più gli spazi bianchi che la anticipano o la seguono, come se la mediazione tra il dire e l’ascoltare, tra il vedere e il sentire fosse il cuore di tutta la sua scrittura, la strada da percorrere per scavare tra i vuoti dell’esistenza, nella tundra della conoscenza, tra le lacune della storia – storia a cui è dedicato un capitolo apposito e di cui parleremo -.

È uno scavo difficile e faticoso quello dell’uomo-poeta, come sempre quando ci si addentra nelle viscere dell’inconscio e della Terra, ma necessario, senza il quale risulta impensabile riconoscersi in sé stessi e nei propri versi, incontrarsi con il lettore che è chiamato a un ulteriore e proprio riconoscimento tra queste pagine, andare incontro senza timore alla verità e all’onestà che raccoglie il lascito dei maestri – Dante, Petrarca, Leopardi, Levi, Luzi, De Angelis… – , di cui la poesia di Poletti è giustamente colma, e per il quale risulta inevitabilmente arricchita. E ancora, per restare nell’ambito della cifra stilistica dell’autore, il modus operandi che ci colpisce è senz’altro il doppio binario di percorrenza che promuove la dimensione autobiografica, dolorosa se pure mai invadente, all’interno della macro-storia e dei personaggi che ne hanno fatto parte, a volte anche in tono minore, ma mai inutilmente, con un’alternanza di lirismo, che rasenta in certi tratti la preghiera, e una linearità più nitida, più scarna ed essenziale eppure capace di coinvolgere allo stesso modo tutta la fisicità strutturale del verso e del suo contenuto. Certo la parola poetica che si fa preghiera, controllata e senza accenni di devozione o fanatismo, ci rassicura perché ci proietta in quell’attesa cristiana che si fonda sulla speranza e sull’attenzione, sul desiderio e sull’ascolto, invocando la voce, forse proprio quella Voce, a supporto, a consolazione dello scarto tra la vita e la morte, tra il finito e l’infinito: Ogni cosa per vocazione preme in una voce/sembra dire: è occulto il fine… laddove il mezzo per raggiungerla pare proprio la parola poetica che, appunto, si fa preghiera: Nelle tue mani consegno il mio spirito,/endecasillabo.

Ma in un ulteriore doppio binario – sembra un libro dove si perseguono le scissioni, le diramazioni, questo – ci imbattiamo incrociando da un lato i testi dove le epifanie del quotidiano si rincorrono e si compenetrano tra viaggi, storia, tempo e sport, e dall’altro siamo assaliti dalle angosce che ci smarriscono come anime che sono tentate dal suicidio, per il non riconoscersi in nulla di ciò che le circonda, se non nel vuoto: e c’è tutta la contraddizione di questo tempo in questa antitesi, tutti gli interrogativi irrisolti, tutta la drammaticità deprimente che parrebbe non avere attinenza con quella speranza cristiana a cui si accennava prima se pure, a ben guardare, le zone d’ombra sono sì predominanti ma lasciano intravedere uno spiraglio di luce, come se dal burrone più profondo si potesse sempre trovare il modo per risalire, in un’ambivalenza di andate e ritorni che ritmano la vita stessa. Infatti per ogni scalata c’è una discesa, per ogni navigazione c’è un porto, per ogni viaggio c’è un ritorno, un ritorno che può portare i suoi frutti se ci consente di fermarci a riflettere su ciò che eravamo e che siamo, sui misteri che non sono più tali ma diventano parte della conoscenza, senza dubbio – anzi principalmente – quella di noi stessi, se ci permette di poter cominciare a cogliere la bellezza, la semplice bellezza di un gesto, di un volto, di uno sguardo: Era nell’ombra come dentro/un colore, sull’altalena ad aspettare l’angelo. Il mio/onore è essere stato lì per un istante, sotto l’argine,/vederla e capirne il desiderio. Quella ragazza, il suo/ sentirsi raggiunta, o raggiungibile.

Inoltre, lo abbiamo già anticipato, questa raccolta ci consegna parti di storia, una storia recente, quella del secolo scorso, quella che ha dettato le guerre, gli olocausti, quella che ha alzato i muri e poi li ha fatti cadere, quella che ha fomentato l’odio civile e politico. I due eventi che caratterizzano maggiormente l’ultima sezione del libro, dal titolo Storia, sono la caduta del muro di Berlino e l’assassinio di Aldo Moro narrati con poesie avare di parole e prive di retorica – proprio per riallacciarci all’importanza degli spazi bianchi e del silenzio – e con rappresentazioni di una contrapposizione netta tra chi governa e detta le regole di uno Stato e il singolo che le subisce: i corpi di coloro che morirono tentando di evadere, scavalcando quel muro che li imprigionava in una parte di Berlino in cui non volevano stare: Ida giù dalla finestra, in agosto,/martedì ventidue. Tod.// L’avrà detto/tra quelle quattro lingue di frontiera/cosa è stato il suo corpo. Fine./Al bianco dei suoi capelli avrà detto/e alla finestra murata domani//sarà il mio compleanno oltreconfine; e quello di Aldo Moro, raccolto nell’ombra di quel bagagliaio di auto, sono accomunati dall’impotenza e della rarefazione di un sentimento, che agisce a discapito di una ragione che ha perso ogni umanità.

Poletti, da poeta qual è, tenta, anche attraverso il consonante riflesso nei maestri a cui si accennava, e che certo non rinnega, di dare voce alle vicende e ai personaggi cogliendone la riflessione più intima, colmando quelle lacune interpretative che, chi racconta la storia nuda e cruda, non può cogliere: in questo nuovo secolo, se pure ormai ampiamente iniziato, si possono davvero ricucire tanti strappi, rammendare tante smagliature se solo si ha il desiderio di ascoltare, e la determinazione di approfondire per continuare a conservare quell’eredità ricevuta.

Alcuni testi da: Temporali

Per una donna mite

Scivola all’infinito presente
una malattia. Scriverne?
Niente carta, alle labbra, al loro confine
serve fermarsi, a un vero silenzio
negli occhi. Sì, siate
gentili, capaci.
Capaci di. Gentili con.
Avere vuoti, gli occhi,
con lei che va e si perde come noi in noi
l’indirizzo di sempre, l’afa, l’Adda
dentro la veste e il letto, tutto bianco.
O che sia invece l’ultima neve o nebbia antica,
la malattia è un viaggio
costoso. Sorridi,
eredita la terra.

***

Semplice

Tu sarai all’ombra di un suicidio
e io forse avrò amato, alla fine.

Terra, sventura.
Spiraglio.

Risaliremo il destino
tra la tomba degli angeli
e quella degli uomini.

Sono uguali inchiostri i nostri
debiti d’amore.

***

Fine partita

Una bandiera lasciata sul campo,
abbandonata, a fine partita.
Il tifoso l’avrà dimenticata
in un eccesso di tristezza, o di gioia.

Nell’episodio pensavo a me
come oggetto smarrito della storia.

O forse è un’altra la metafora che occorre
per la stessa ragione, o religione,
ma in un ritmo diverso:
le infinite vasche
che ora nuoto e vuoto
polmoni e tossisco
sotto sopra avanti
indietro tossisco
la mia storia e tutta
la vita immortale.

***

Decalogo sei

Decalogo sei
mondo in errore
e passato.

Passate
nell’avere amato mai e sempre
voi che siete dieci
piegate
dita, un tamburellare di continuo
avete già fatto
sul tavolo, lucido.

C’è un altro posto per questo.
Sono anni, spiegatevi,
avete e avete avuto
con voi per perdere le rose
e i notturni. Sistemate
tutti
gli inversi, anni, anni
dentro sparse ore e spessore dell’aria.

Su,
benedetti, benedite
cosa aspettate
la mano con la mano.

***

Fuga, o ritorno

Tu torni dove tornano nel vento
di tutti i nostri amori le figure
e i fiori. O tu non torni,
sapranno riferire. In quale luce

tu, voce, stai avvicinandoti muta
alla fonte del fiato? Lì sei nata,
formi da poco parole e in natura
di buio cresci, e non muori o divieni,
tu taci sulla strada.

La sfiori non il vento
al limite del fiato
la voce dei tuoi giorni,
la ferma solitudine dei giorni.

Cinzia Demi

Bologna, 17 novembre 2021

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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