Di Gian Ruggero Manzoni: la raccolta Ultramodum (La sparizione dell’immanente)

Per Missione Poesia Ultramodum, la nuova raccolta poetica di Gian Ruggero Manzoni che esamina e scardina il deserto interiore di ognuno di noi, mettendoci di fronte al nostro viaggio più vero dove incontrare Gesù, l’uomo e l’umanità tutta, attraverso 55 meditazioni e storie sul tema dell’addio e una prosa sporcata di poesia.

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Gian Ruggero Manzoni è nato a San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, nel 1957. Poeta, narratore, pittore, critico d’arte, ha al suo attivo oltre 40 pubblicazioni con case editrice come Feltrinelli, Scheiwiller, Skira, Il Saggiatore. Alcune sue opere in versi e in narrativa sono state tradotte in Grecia, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Argentina, Uruguay, Cile e USA. Ha partecipato nel 1984 e nel 1986 ai lavori della Biennale di Venezia come artista e come curatore, assieme a Valerio Magrelli, della Sezione Poesia. Ha diretto le riviste di arte e letteratura “Origini” e “Ali. La raccolta Ultramodum è uscita nel 2021 per MC Edizioni. Per approfondimenti si rimanda al precedente articolo sull’autore e il suo libro Tutto il calore del mondo, uscito per Missione Poesia e reperibile a questo link: https://altritaliani.net/gian-ruggero-manzoni-tutto-il-calore-del-mondo/

Ultramodum (La sparizione dell’immanente)

Si rinnova in questa raccolta di Gian Ruggero Manzoni l’identificazione con una cifra stilistica che tende a sporcare la prosa con la poesia – proprio come suggeriva Andrea Ponso nella nota di introduzione al precedente libro dell’autore: Tutto il calore del mondo – una modalità che comporta, com’è ovvio che sia, un rapporto con il testo che non può non incidere sui contenuti (come dicevo anche nel precedente articolo, sopra citato), e vedremo perché.

Ma ciò che mi preme dire, come prima cosa, è che Ultramodum sembra legarsi ai versi di Tutto il calore del mondo come se ne fosse la continuazione, per un discorso aperto e non concluso, già a partire dagli elementi naturali che ambientano le due raccolte, laddove se prima era la dimensione acquifera a dare voce a un Cristo portatore di eternità – l’acqua era il non luogo di tutti gli eventi del libro – e la nascita era comunque ciò che accomunava l’uomo con il divino, qui siamo di fronte al deserto che si fa luogo di solitudine ma anche di incontro con la propria coscienza, con cui fare conti e confronti rispetto a se stessi, al proprio modo di essere e naturalmente a quel nostro rapporto con il Cristo, sempre in bilico tra l’accoglienza e l’agnosticismo.

recensioneManzoni esamina e scardina il deserto interiore di ognuno di noi, mettendoci di fronte a ciò che meno ci piace, che meno vorremmo frequentare, che non rappresenta certo il politicamente corretto, dimensione dietro la quale volentieri ci ripariamo: In quel mare di sabbia e rocce, che da sempre conosco, dicono che i poveri che spigolano possono ritrovare l’anima, e chi non crede in essa il perdono o la pace, ma pare che nulla vale se si è soli.

Nel paesaggio che è dunque anche stato d’animo, in quella desertificazione di sentimenti e azioni, in quella misura esatta dei gesti e delle parabole, tre sono i protagonisti principali dell’opera, quelli che assurgono a guide di quell’Inferno-coscienza che ci accingiamo ad attraversare con la lettura del libro: il primo è Gesù con la sua storia ripresa dai Vangeli, anche apocrifi, rivisitata e riproposta nelle sue tappe afferenti al deserto. Dall’esodo al ritorno, dall’incontro col Diavolo ai ritiri solitari, sino ad arrivare alla scrittura sulla sabbia per la salvezza dell’adultera, per molti identificabile con Maria Maddalena, il deserto diventa così il luogo della comprensione e della visione divina, quello dove riconoscere e riconoscersi, dove affrontare i propri demoni lontano dalla folla. L’aridità è ciò che alimenta il dolore e l’identificazione nel male, ciò che servirà alla salvezza del mondo. Sparire, ma solo dopo essere rinato dal sottosuolo, perché se a causa degli uomini molti uomini raggiunsero la morte, alcuni dicono che forse merito un uomo verrà anche la risurrezione dei morti e tramite quel mondo il dare una prima risposta… una risposta, a quel mistero che ancora (per intero) avvolge il nostro.

Il secondo è l’uomo-poeta dai contorni sfumati che spesso si identifica nel primo. Nei testi di Manzoni appare molto chiaro il ruolo del deserto che sembra l’habitat naturale per l’uomo stesso: è qui che si sfalda l’io fino a frantumarsi negli infiniti granelli di quella sabbia che diventa cuore, viscere, polmoni; è qui che si sono dati appuntamento poeti, pensatori, autori di ogni sorta di genere letterario e artistico che hanno affrontato il deserto interiore per confrontarlo non solo col fuoco, ma anche col ghiaccio e la tempesta, e la secolare consuetudine al dolore che mai si stanca di affiancarli.

Davide Brullo, nella sua prefazione cita, giustamente e tra gli altri, i deserti artefatti e cristallini di Cristina Campo, quelli interiori di Lev Tostoj di Kurtz, le dune sessuate di Paul Browles… ai quali noi aggiungiamo i deserti esoterici propri di Manzoni, quelli che egli percorre nel suo viaggio fatto di cinquantacinque tappe, quale esodo privato e collettivo. Ed è qui che possiamo inserire il riferimento al terzo protagonista dell’opera, ovvero a quell’umanità tutta che con i suoi deserti, fatti di intrecci sempre più frequenti e profondi tra sacro e profano, fatti di un abbandono di valori e di una persistenza di precarietà, risultano dotati di un nichilismo imperante che non sembra cedere spazio al sentimento. Nel deserto, che dovrebbe essere deserto, o in mare aperto, spesso ci si imbatte in altri da te, che mai avresti voluto incontrare. […] e con infiniti nulla sui nulla, sia nel suo che nel tuo capire, come poi nel fantastico, ed eroico, precipizio delle vanità… e quindi dell’io.

Eppure, a ben guardare, noi non siamo così convinti che l’autore abbia voluto solo dissolvere in sabbia il suo sentire e quello comune. Pensiamo invece che, in qualche modo, abbia voluto ripercorrere le tappe della creazione dando vigore alla nascita come alla morte e inframmezzando con l’amore il tratto di strada che le separa. È vero, certo, Manzoni a tratti è crudo e crudele, quel Dio che lo accompagna sembra passare vicino a lui per puro caso, noi tutti diventiamo vittime sacrificali su quel deserto di vita, ma la metafora della scrittura nella sabbia, quel simbolo che riporta alle dita di Gesù che scrive la sua legge, sono anche il dettato di speranza che l’autore pone come lascito ai suoi lettori. Dunque, anche se a latere dei testi si affaccia un Cristo umano e umanizzato che ricorda quello di Saramago: fatto di dubbi e sofferenze propri della condizione universale dell’uomo, sommerso dalle incertezze sulla fede, dalle riflessioni che ci pone sulla contrapposizione tra il bene e il male, sull’inesorabilità della colpa e spesso sull’ambiguità del divino, il tutto presentato, come dicevamo all’inizio, in una necessaria immersione in quella prosa che consente l’ampio respiro del verso, per la trattazione e l’approfondimento della poetica, noi siamo solidali con Manzoni che non ci delude e non ci annienta, ma ci porta a immergerci insieme a lui nella profondità di un vissuto che approda in un aldilà fatto di nuova vita.

Alcuni passaggi da: Ultramodum

1

Ai limiti del Sahara i mietitori innalzano cumuli di grano saraceno per ingraziarsi le passioni dell’estate.

Terminati i lavori, c’è chi spigola qua e là, per fare focacce con quei pochi chicchi rimasti. Le scafe dimenticate spuntano dai rovelli di polvere, sciolti dal rimestare delle scope di saggina.

Laggiù le nuvole avanzano. Lampi, rombi, ma ancora non piove.

In quel mare di sabbia e rocce, che da sempre conosco, dicono che i poveri che spigolano possono ritrovare l’anima, e chi non crede in essa il perdono o la pace, ma pare che nulla vale se si è soli. L’anima ritrovata… o l’armonia… necessita di un dire costante con l’altro, per tornare concreta presenza, in questa assente e ingrata dimensione.

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11

Quaranta giorni nel deserto, o forse quarant’anni.

Il mio respiro è acido; è anidride solforosa allo stato puro.

Inutile, provoco l’edema polmonare a chi mi contrasta, e a chi mi sta dinnanzi, il metallo gli si materializza in gola, in essa fonde, poi cola rovente nella trachea e nell’esofago, e la maledizione lo avvolge.

Ora non raccontarmi che l’angelo del tuo signore mi trovò in un fagotto di cenci presso la sorgente che è sulla via di Sur; io non sono il capro che condurrà in spalla tutte le iniquità degli uomini, e che poi verrà lasciato libero, perché vaghi in quello spazio senz’erba né fiori.

Io non più racchiudo, in petto, quel popolo che partì da Aseròt per quindi montare le tende nei campi sassosi di Paràn. A quel popolo a cui l’egiziano sussurrava: “Chi non conosce il silenzio del deserto… non conosce il silenzio” per poi spronare il cavallo e fuggire al galoppo, in quel muto nitrire di fantasmi, e d’inviati del demonio.

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22

Nel suq di Porto Said si friggono fiori di zucca impastati con pane azimo e jben di capra.

I tosatori si adoperano con le pecore; i pappagalli ti chiamano; al mercato degli uccelli puoi trovare ibis impagliati, nonché odi il flauto del giovane Zìbar, che addomestica lucertole e ramarri.

A queste latitudini si respira ogni giorno quel tanto di assurdo e di confuso.

Mai ci si libera dalla sensazione che il tutto sia falso, che la commedia perduri a oltranza, che dall’inganno o dal palcoscenico mai si possa evadere.

Il ghibli fa vibrare poi suonare le baionette, mentre le cicale segano e risegano in calma di vento, quando la calura consuma, e la cometa ancora ci attende.

***

33

Angoscianti le tracce dell’amore andato… quei panni, quegli oggetti, quelle statuette, quei cuscini.

Lasciarsi è difficile, in compenso, la solitudine, è verità nel porsi come la natura richiede.

Forse che lo stare assieme implichi una buona dose di banalità e la monogamia sia un’altra delle tante invenzioni dell’uomo che venera l’invenzione dell’unico dio?

Dove e quando quel momento originale che è in noi?

Comunque, ancora preferisco il teatro dell’amore, più che il riconoscermi per quel che sono… cioè un’assenza… cioè un grido, soffocato dalla creta, dal forse, a dall’incestuoso accoppiarmi con un altro me stesso… e con un altro me stesso… e con un altro me stesso… e con quel molteplice dio, astuto consesso di tutte le cosmiche e ridicole blasfemie, costruite sul nulla… edificate sul niente… abortite dall’insapere come dall’insuccesso.

Cinzia Demi
Bologna, giugno 2021

SCHEDA DEL LIBRO E PRESENTAZIONE DELL’EDITORE 

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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