Parlare di Trieste, parlare del mondo.

A proposito di Pierluigi Sabatti, “Infanzia triestina”
(Bottega Errante Edizioni, 2025)

Non conosco, con l’eccezione del Medio Oriente, un altro luogo come Trieste (da intendere anche come fulcro e distillato della Venezia Giulia, in senso storico-geografico) capace di concentrare in uno spazio esiguo un itinerario così carico di tragedie, di cocenti ingiustizie, ma anche di luci, di speranze, di utopie, e poi di contraddizioni, narrazioni, memorie e sentimenti volentieri opposti fra di loro, magari attraverso un piccolo gruppo di amici, una sola famiglia, se non – capita anche questo, e non di rado – attraverso un’unica persona! Non conosco, con l’eccezione del Medio Oriente, un altro luogo come Trieste capace attraverso un fazzoletto di terra di raccontare l’universo intero: la frontiera, le frontiere, gli orrori del nazionalismo, la potenza dell’odio, la portata della fratellanza, la ricchezza della diversità… Per questo  – e di nuovo mi viene in mente il Medio Oriente! – è talmente difficile spiegarne la storia, sfuggendo all’agiografia, alla propaganda, alla semplificazione, ai paraocchi di chi riesce a vedere e narrare solo il dolore della propria comunità, senza accorgersi del dolore della comunità accanto, spesso intrecciata con la sua. Insomma un groviglio che disorienta, e nonostante questo, o forse proprio per questo, innamora.

Il grande merito di Pierluigi Sabatti con il suo Infanzia triestina è di riuscire a orientarci in questo groviglio, a rendercene l’essenza, a spiegarcelo ma senza spiegarlo, cioè esplorandolo dall’interno, con una narrazione nitida ma sempre profonda. La nostalgia dell’Austria, di Vienna, dell’Impero, l’umanesimo incantato così potente a cavallo dei secoli XIX e XX, il paradiso perduto di Stefan Zweig ma anche l’indomabile desiderio di Italia, e di contro la sua indomabile paura (la paura cioè dell’Italia, per via della sua storia d’intolleranza); e quindi il vorace laboratorio del futuro, il fascismo, l’orrore assoluto dei campi di sterminio, il comunismo, la settima repubblica, il sogno di essere catapultati in Jugoslavia, l’incubo terrorizzante dei titini, la chimera sempre pronta a rinascere del Territorio libero di Trieste, la successione di occupazioni, che a volte liberano, a volte liberano e opprimono,  devastano, l’esodo,  gli esodi, i controesodi, le tante minoranze che hanno reso unica questa città… in poco più di centocinquanta pagine tutto si dipana con tormentata, candida schiettezza – perché il protagonista attorno al quale si costruisce la storia, e che colora con la sua voce, con il suo punto di vista, la narrazione, è Ninetto, che il 26 ottobre del 1954 è un ragazzino di sette otto anni.

Il 26 ottobre del 1954 è per l’appunto l’asse temporale su cui si costruisce il romanzo, con continui avanti e soprattutto indietro, e il brusio di tutte le altre date, colpi di scena e trattati dentro i quali, fra il 1945 e il 1947, sino appunto al 1954, si è deciso il destino di Trieste e dell’Istria. Quel giorno, dunque, Trieste ritrovava ufficialmente l’Italia (nella sua guerra non-finita aveva infatti di nuovo rischiato di perderla); ma l’Istria in tutte le sue parti, insieme a Fiume, le isole del Quarnaro e Zara, passava definitivamente alla Jugoslavia. La violenta repressione antislava condotta per vent’anni dal fascismo (che per altro consolidava una politica nazionalista iniziata dopo la vittoria del ‘18) con l’apoteosi particolarmente cruenta dell’occupazione bellica del ‘41 sino al disastro finale, e la spietata vendetta dei liberatori slavi – molto contarono anche i superiori progetti annessionistico-rivoluzionari della nuova dirigenza jugoslava – avevano creato un groviglio inestricabile di morte, dolori, rancori: la frantumazione della Venezia Giulia, la perdita dell’Istria, storico entroterra di Trieste e secolarmente impregnata dalla cultura italiana, insieme ai tragici esodi che l’accompagnarono, ne furono la brutale soluzione politica – mentre Trieste si ritrovava sul bordo di un’ulteriore frontiera: la cortina di ferro. La festa del 26 ottobre 1954 insomma ha anche il profumo dell’apocalisse, del fallimento. Per altro questo giorno insieme festoso e apocalittico occupa un tempo dilatato, come infinito, prolungandosi addirittura fino al 1975, quando il governo italiano e quello jugoslavo firmeranno a Osimo, come in punta di piedi, il trattato che sanciva lo stato di fatto determinatosi fra il 1945 e appunto il 1954.

Sabatti dunque non solo riesce a navigare attraverso questo intrico, ma anche ce ne illumina l’ambivalenza strutturale, le contraddizioni, con efficacissimi lampi narrativi: semplici, chiari, ma tutt’altro che semplificatori, perché colgono piccole ma preziose scene di vita nascoste nelle pieghe più profonde dell’esistenza.

Per esempio, la gioiosa gita dei genitori di Ninetto, Anna e Francesco, per andare al matrimonio dell’amico Fiore Coslovich nel suo paesino istriano, mentre si moltiplicano le scintille che rivelano i sentimenti antitaliani, e che si trasforma in dramma quando il giorno dopo, sulla strada per Trieste, si ripassa per Capodistria: perché siamo il 15 settembre del 1947, il giorno di entrata in vigore del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio di quell’anno, e l’Istria si ritrova improvvisamente dall’altra parte della cortina… O anche, per tornare al 26 ottobre del 1954, siamo in piazza Unità (il Salotto, la cui parete principale è il mare, aperto sull’infinito…) dove la gente converge per far festa, ma ecco le lacrime di segno opposto proprio di Fiore, che capisce appunto che la sua Istria non sarebbe mai più tornata.

Trieste, 26 ottobre del 1954

O ancora, sempre nello stesso giorno e di nuovo in opposizione alla festa anche se in una direzione radicalmente diversa, entriamo nella casa delle zie di Ninetto, che sono slave – già, perché a risalire di una o due generazioni rari sono gli italiani di Trieste che non hanno anche qualcosa di sloveno o di croato: e una di loro, Olga, esplode – Slek, slek, slek, Italija – esprimendo rabbia, disgusto, paura, disperazione… Gli slavi potranno di nuovo essere perseguitati? E Ninetto a concludere: “[…] Chi sono i buoni chi sono i cattivi? Le zie, Vera, Maria e Olga, sono slave, e anche la signora Rosa e don Dušan sono tutti slavi, e gli italiani dovrebbero combatterli? Gli italiani sono il papà, lo zio Giovanni, il signor Fiore. E anch’io sono italiano. Ma come posso sparare alle zie? E loro mi sparerebbero?”. O ancora, eccoci introdotti nella famiglia di Isacco Morpurgo – gli ebrei, attraverso lo sconfinato territorio dell’Impero austroungarico, sono un’altra importante componente della città e dei suoi intrecci – la cui figlia Margherita andrà in sposa proprio allo zio Giovanni…

E sullo sfondo, a nutrire questo denso intrico di scene e ricordi, c’è la lingua, le lingue, che a Trieste, e in tutta la regione, si confrontano, si incontrano, si scontrano, si meticciano, con un’influenza a volte anche sulla trasformazione, o meglio la forzata conversione patronimica e identitaria dei personaggi, come giustamente osserva Mary Barbara Tolusso nella sua incisiva prefazione, a cominciare dall’ungherese Istvan Horvath, diventato Stefano Rovatti, “fascistissimo e italianissimo”. La lingua, le lingue dunque, principalmente: l’italiano appunto, il triestino, lo sloveno, il serbo-croato… Con quella che mi è apparsa una curiosa coincidenza: il 1954, cioè l’anno in cui Trieste diventa definitivamente italiana, è anche, dall’altra parte della cortina, l’anno degli gli Accordi di Novi Sad – di cui il croato Miroslav Krleža come il serbo Ivo Andrić sono firmatari, insieme ad altri – i quali avevano esplicitamente sancito che la lingua popolare di Serbi, Croati e Montenegrini è un’unica lingua…, con varianti, il serbo-croato giustamente, ratificando, linguisticamente, la concezione che sarà il perno della politica sopranazionale perseguita dalla Jugoslavia socialista – non a caso la sua dissoluzione, con le sanguinose guerre che l’hanno caratterizzata, si fonderà anche, linguisticamente, sulla concezione opposta: serbo, croato, eventualmente bosniaco, montenegrino, diventavano lingue del tutto diverse, e le differenze dovevano essere armate l’una contro l’altra. Nei Balcani, in generale, i nomi, le parole sono stati a volte strumento di pace, altre di guerra…

Comunque, per tornare alle scene di vita di Infanzia triestina – e gli esempi si  potrebbero moltiplicare – mi verrebbe da dire che questo è il metodo e il merito della letteratura, la quale non spiegando nel senso analitico del termine, ma evocando e indicando, apre e riesce a contenere molti mondi, infinite sfumature. E poi, altra faccia dello stesso merito, penetra  la storia, gli accadimenti, ma servendosi della memoria, che nel caso di Trieste è un elemento centrale. Così, il senso ultimo di questa infanzia, di questa autobiografia, nel contempo finta e vera come lo sono i sogni, è per l’appunto di riuscire a rivelare, in poche parole, alcuni dei passaggi più difficili, intricati, delle vicende di Trieste e della Venezia-Giulia – e se dovessi incontrare un giorno Pierluigi Sabatti mi piacerebbe chiedergli quanti esseri umani si sono fusi, e quali, a partire da se stesso, per dar vita al protagonista e agli altri personaggi di questo romanzo: perché mi è venuto da pensare che proprio come nei sogni l’autore si sia distribuito in tutti coloro che vi compaiono. Anche se so che in fondo non importa: i ricordi, anche quando sono veri, mentono sempre, ma proprio mentendo, riassegnando, inventando, riescono a dissotterrare, meglio di qualunque vera analisi, gli aspetti più segreti della realtà.

Per un singolare caso, il libro è arrivato nella mia buca delle lettere alla vigilia di uno dei miei brevi e ricorrenti viaggi da Parigi a Trieste: così l’ho cominciato nella sala d’attesa dell’aeroporto, l’ho continuato nell’aereo per Venezia – già, dal punto di vista dei trasporti, Trieste continua a restare ai margini…. – e l’ho finito nel rituale treno da Mestre, quello che subito dopo Monfalcone il mare ti arriva improvvisamente addosso… A tratti, attraverso le sue pagine, mi è sembrato che Ninetto avrei potuto essere io, e ho capito una volta di più come e perché sin dalla mia infanzia in questa città mi sono sentito a casa.

Giuseppe A. Samonà

IL LIBRO :

Pier Luigi Sabatti
Infanzia triestina
prefazione di Mary B. Tolusso
Bottega Errante Editore,
Udine 2025
pp. 176, euro 17,00

Riassunto dell’editore : È il 26 ottobre 1954, giorno che pone fine all’occupazione angloamericana di Trieste e che restituisce definitivamente la città all’Italia. Un’enorme folla si raccoglie in piazza Unità per festeggiare l’arrivo delle navi e dei bersaglieri italiani. Ma la storia è più complessa e se ne accorge un bambino che, tra ricordi e fantasticherie, descrive quei tempi così travagliati e l’umanità che abita il quartiere popolare di San Giacomo. Sabatti fa rivivere una pagina di storia italiana spesso dimenticata attraverso il racconto di esistenze, voci ed emozioni in cui tragedia e commedia si mescolano come accede sempre nella Storia e nella vita. Con la prefazione di Mary Barbara Tolusso.


L’AUTORE :

PIERLUIGI SABATTI (Trieste, 1950). Laureato in Giurisprudenza, intraprende giovanissimo la carriera giornalistica lavorando per “il Piccolo”. Si occupa di cronaca e politica, crea e dirige la pagina “Istria, Litorale e Quarnaro” e segue i conflitti in Jugoslavia degli anni Novanta anche come inviato. Ha realizzato trasmissioni radio per la sede Rai del Friuli Venezia Giulia e per la seconda rete nazionale. Ha collaborato con TV Capodistria, con la rivista di geopolitica “Limes” e altre testate giornalistiche. Ha pubblicato inoltre saggi storici, racconti e due commedie.

(Logo, Trieste Piazza dell’Unità)

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Giuseppe A. Samonà
Giuseppe A. Samonà, dottorato in storia delle religioni, ha pubblicato studi sul Vicino Oriente antico e sull’America indiana al tempo della Conquista. "Quelle cose scomparse, parole" (Ilisso, 2004, con postfazione di Filippo La Porta) è la sua prima opera di narrativa; "La frontiera spaesata: Un viaggio alle porte dei Balcani" (Exorma, 2020) l'ultima. Fa parte de 'La terra della prosa', antologia di narratori italiani degli anni Zero a cura di Andrea Cortellessa (L’Orma 2014). 'I fannulloni nella valle fertile', di Albert Cossery, è la sua ultima traduzione dal francese (Einaudi 2016, con un saggio introduttivo). È stato cofondatore di Altritaliani, ed è codirettore della rivista transculturale 'ViceVersa'. Ha vissuto e insegnato a Roma, New York, Montréal e Parigi, dove vive attualmente. Non ha mai vissuto a Buenos Aires, né a Montevideo – ma sogna un giorno di poterlo fare.

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