2. Partire da Trieste, itinerari

TRIESTE, all’estremo confine orientale dell’Italia, è anche per vocazione luogo da cui allontanarsi. Ma come lasciare la città ? Seconda puntata del viaggio, con Giuseppe A. Samonà.

INTERMEZZO

Ancora a Trieste. Accanto alla stazione dei treni, più esattamente alla sua sinistra se la si guarda di fronte, subito dopo la strada parcheggio che la costeggia, c’è un oscuro negozietto (questo almeno ti sembra di poter intravedere attraverso l’ingresso, seminascosto), come un cunicolo, o meglio – ecco, sei finalmente entrato – una galleria oscura disseminata di oscuri commerci, un giornalaio, un tabacchi, una cartoleria che sembra uscita da un museo delle cere avvolto dalle ragnetele, tanto poco lo frequentano gli umani: su tutto, dappertutto un’atmosfera strana, ineffabile, da scenografia cinematografica un po’ vieillotte, e acquosa (chiudi gli occhi, trasognato, e ti appaiono nell’ordine: On the waterfront, Quai des brumes, Big Fish, Bronenosets “Potyomkin”…).

Ma torniamo un attimo indietro. La Slovenia è dietro l’angolo, anzi dentro, ricordi? da Muggia hai passato la frontiera a piedi senza accorgertene, e se continuassi in quattr’ore comode saresti a Koper, cioè Capodistria, primo avamposto della zona B, che ha smesso ufficialmente di essere italiana solo nel 1976. Hai però una valigia, sia pur piccola, e per di più l’hai lasciata in città: per questo, hai deciso di tornare indietro, e prendere il treno. Ed ecco: alla stazione ti spiegano che, per raggiungere la tua prossima meta, il tempo di percorrenza medio sono sei ore. Se sei fortunato, partendo all’alba – il che per altro è contro la filosofia che hai respirato a Trieste – ce ne metterai poco meno di cinque, se sfortunato, partendo in serata, ce ne metterai nove, viaggiando tutta la notte. I treni comunque sono tre in tutto, e nessuno è diretto: sempre, come minimo, richiedono tre cambi. Nove ore per percorrere neanche venti chilometri, meno di dodici in linea d’aria, che a piedi appunto, procedendo bel bello, ce ne metteresti una confortevole metà… Pensando a come nella pur marginale Trieste i treni corrano veloci verso la più lontana Venezia, e da là nel resto d’Italia, hai l’impressione di esser incappato in qualcosa di ancora più ermetico della dissolta cortina di ferro… (O anche più in là: Trieste contro il resto del mondo? Dettagli dell’universo del non c’è più:  non c’è più il treno per Ljubljana; non c’è più l’Orient Express, che attraverso i Balcani, arrivava sino a Istanbul; non ci sono più le navi di linea a battere le coste istriana e dalmata sino alla Grecia; non c’è più il treno per Vienna; non c’è più l’aereo da Parigi, e chissà da quanti altri posti ancora…) C’è tuttavia, ti hanno spiegato alla stazione, un miracoloso rimedio.

Ed eccoci di nuovo nel misterioso cunicolo – cioè eccoti. Apri gli occhi e cerchi una traccia dell’autobus che ti dovrebbe condurre a Koper Capodistria – smarrito: perché tutto ti sembra quel posto, fuorché la stazione di bus che ti è stata promessa. E a un tratto, come mimetizzata in mezzo a scritte pubblicitarie di diverso tipo, una locandina suggerisce che proprio da quell’inclassificabile luogo è possibile partire non solo per Koper, ma anche – leggi quei nomi per la prima volta, sbigottito – per Ljubljana, Rijeka, Split, Dubrovnik, Bucarest, Sofia, Sarajevo e ancora più lontano, ancora più nello sprofondo dei Balcani, senza parlare ovviamente di Vienna o di Budapest (Koper, e non Capodistria, Rijeka e non Fiume, etc., proprio così è scritto, e non per scelta ideologica, ma geografica: semplicemente, dentro quella stazione sei già dall’altra parte…)

Improvvisa vertigine: un attimo prima eri come rinchiuso in Italia, da tutte le parti, ora ti si spalanca davanti un mondo sconosciuto – mentre proprio accanto alla locandina, fra tabacchi e cartoleria (come mai non l’avevo vista prima? ti chiedi), ti appare una finestrella, e dietro un funzionario preposto alla vendita dei biglietti. Ma, e l’autobus? Spingi quella porticina rosso fuoco, lungo il cunicolo, che non si vede perché è come incastonata nel muro, sembra un dipinto, una grata impenetrabile, che potrebbe nascondere, proteggere l’inferno, una prigione, o vivecersa seducenti proibiti piaceri… Così, l’hai spinta, e un po’ come Alice che sprofonda nella tana del coniglio, o Harry Potter alla King’s Cross station quando attraversa il passaggio che conduce al treno per Hogwarts, piombi senza soluzione di continuità in un mondo sconosciuto.

Eccoli gli autobus, finalmente, e gruppi di persone che parlano lingue che ti sono per lo più ignote: dove sei? In fondo, attraverso un varco, vedi a pochi metri la strada-parcheggio che costeggia la stazione, il cuore di Trieste (che comunque dovrai attraversare in autobus), ma da lì la città giuliana sembra lontanissima, come il ricordo di un viaggio cominciato già da molto tempo. Sei sulla punta di un imbuto, dietro ti appare la grande apertura, i paesi in cui sei abituato a spostarti, davanti, attraverso il varco, il forellino, al di là della città, fantasmi di paesi e genti infinite. Gli autobus, più o meno nuovi più o meno scalcagnati, sono gli stessi che passando per decine di paesi diversi, possono condurti almeno sino alle frontiere dell’Iran, e poi chissà (quando si scriveva negli anni 70-80, la frase diceva: attraverso, almeno sino in India). Dove potrai arrivare?

Il viaggio continua. Prossima puntata: Autobus, Koper, Piran, Portorož

Traccia dei contenuti:
1. Trieste, itinerari di viaggio

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