4. Ma se invece prosegui per Piràn

Quarta puntata del viaggio, con Giuseppe A. Samonà.

Da Trieste, sei ripartito: in autobus hai attraversato la frontiera, e sei sceso lungo la costa in direzione di Piràn e Portorož, facendo tappa a Koper / Capodistria.

o Pirano – tutto è talmente italiano qui, a parte proprio la lingua. Sembra una miniatura senz’acqua di Venezia – anche se poi l’acqua c’è, ma è altrove. Del resto, quando la trovi, anzi, quando ti trova lei, l’acqua, ti rendi conto che Venezia ce l’hai proprio di fronte (immaginando, certo, persino inventando, perché hai letto, sai: ma chi non ha letto, chi non immagina, è meglio che questo viaggio non lo intraprenda).

Venezia del resto la avevi già incontrata, sospettata, un quarto d’ora dopo aver lasciato Koper: a Izola, cioè ovviamente Isola, che di Pirano è a sua volta miniatura… Uno sputacchio di villaggio sulla costa, che arrivandoci da nord sembra spopolato, poche case disseminate in arida roccia; da sud invece ti spunterebbe di fronte in tutta la sua bellezza, miniatura della miniatura appollaiata sul mare, appunto) – ma tu, che lo sai (perché hai letto etc.), scendi dal bus, passeggi un po’ lungo la sua costa, e poi ti ci addentri, e ti sembra di camminare dentro a un francobollo un po’ rococò con dentro Pirano con dentro Venezia: del resto sino a Dubrovnik, lungo le coste dell’Istria e poi della Dalmazia, è una pioggia di francobolli veneziani… Un palazzo, una chiesa, una spiaggia, rimonti sul bus, un’altra ventina di minuti e ci sei.

Già la stazione dell’autobus, addossata lungo il mare è struggente, specie se ci arrivi a fine inverno – l’aria, i colori lasciano presagire la primavera, che però se non sapessi di essere a marzo, potrebbe anche essere l’autunno: Pirano si esalta in equilibrio fra vita e nostalgia.

Pirano. Foto di Sophie Jankélévitch.

Geograficamente è come un dito proteso nell’acqua – la mattina presto, quando non c’è foschia, se arrivi proprio all’estremità, e di più, sporgendoti in avanti quasi fino a caderci dentro, sulla tua destra puoi vedere Trieste (o le sue luci, se notte), sia pur seminascosta da altre dita, alla sinistra la Croazia, che del resto in realtà quella costa non conosce frontiere, soluzioni di continuità, solo insenature, anfratti, sporgenze…

Eppure è Venezia che domina. Venezia strana; Venezia di fronte senza girar la testa; Venezia anche se non si vede – e quando la vedi, dentro il groviglio di stradine che si addentrano, l’acqua che tanto la caratterizza, Venezia, Venezia è sparita; quando vedi l’acqua sparisce lei, Venezia… E tu, che a Pirano non ci sei mai stato, è come se ci fossi stato da sempre, come se l’avessi amata, conosciuta da sempre: forse perché somiglia a Venezia? No, perché appunto le somiglia quando non c’è l’acqua, e appena l’acqua spunta, che qua al gusto è vero sale, non le somiglia più: somiglia piuttosto a una cittadina di un mare felice.

Pirano insomma è un’altra faccetta della sindrome di Maria Teresa, che amava Trieste senza averla mai vista. (Non amavi Lisbona, o Buenos Aires, sin da bambino, sin da quando ti ricordi di amare? Non ti sembra a volte di esser nato già con quell’amore? Come se fosse da prima del tuo stesso essere?) Pirano invece ti illude – perché non ne avevi mai sentito neanche parlare, o quasi, comunque non ci avevi fatto caso, e appena ci metti piede: ma io l’ho già vista, è ovvio – ti dici perdendoti fra i suoi vicoli da fiaba – somiglia a… somiglia a… A nulla, somiglia; o meglio, somiglia venezianamente a se stessa: ma tu, che neanche ne hai sentito parlare, ricordi, cerchi di ricordare di quando l’hai già vista. Di quando, da sempre, hai cominciato ad amarla. Come potrebbe essere altrimenti? (Pazzesco).

Non le somiglia – se non in molti dettagli architettonici, che presi di per sé non raccontano mai un posto, è inutile che te ne faccia la lista. Ma insieme, i molti dettagli, raccontano una storia.  Pirano fu avamposto romano, fors’ancor prima greco: pyr, il fuoco che si vede dal mare, sarebbe servito a segnalarla alle navi di passaggio, o forse a tenerle lontane, non si sa – l’unica traccia resterebbe nel nome, e neanche è sicuro. Certo è che si vede dal mare, perché sporge più in là, avviluppata com’è dalla sua penisola che rompe la continuità della costa – e Venezia appunto, che del mare fece la sua forza, e che ce l’aveva di fronte, ci saltò dentro a partire del XIII secolo, per almeno cinque secoli, sino poi a scioglierla nell’Impero… Colonia greca di Venezia, si potrebbe anche dire, per come ha imitato, distinguendosene, la madrepatria, per come l’ha sentita sua, quasi la madrepatria fosse lei, e non l’insuperabile città lagunare. (Ma attenzione, sulla costa istriana e poi dalmata, sino a Dubrovnik – una volta Ragusa –, l’illusione dell’ è Venezia non è Venezia si ripete come una spirale infinita). È più nel tempo, o nello spazio che avvertirai come tempo, che Pirano ti avvolge con la sua atmosfera, come fosse una palcoscenico, un sortilegio, o semplicemente una musica – anche: il colpo di scena lento del balsamo d’oppio, che ti si scioglie dentro e ti trasforma, inconsapevole, per d’improvviso accorgerti che già da un po’ – ma come fosse da e per sempre – stai camminando in una contrada incantata. Sciolti i dettagli, tutto qui ti parla, girandoti intorno, della Serenissima, e del suo grande figlio: il famoso Giuseppe Tartini.

Comincia con il disfare le valige: devi, almeno nel sogno, far finta di fermarti qui per sempre, anzi: di esser qui da sempre, e poi avviarti. Solo così potrai scoprire. Puoi, a pochi passi dalla fermata dell’autobus, scegliere l’elegante Albergo Tartini; anche, potrai dormire, come si dice, dall’abitante, più addentro (le case hanno le chiavi alla porta, tu entri, disfi, esci, rientri: prima o poi il proprietario arriva – qui si fidano di te); o puoi percorrere la costa lungo l’acqua, fermarti in uno delle tante Ville-xyz (Villa chiamano qui molte locande, specie se lungo l’acqua) … Non chiedermi nomi, sembrerebbe pubblicità all’una più che all’altra, devi provare, trovare da te: ce ne sono almeno una decina, alcune più evidenti, altre semi-nascoste, féériquesMa Tartini l’hai pur nominato… Che c’entra, dir Tartini a Pirano è come dire Mozart a Vienna… E dunque fermati e dìsfa (o disfà?) proprio in quello, nell’omonimo Albergo. E da là, una volta disfatto, sconosciuto/sconosciuta alla città che già da sempre abiti e conosci, avviati.

Puoi iniziare il tuo giro dalla piazza omonima dell’omonimo Albergo, la piazza Tartini (eh già!): un salotto aperto nel lato sud sul mare, quasi ad anticipare il porto, o forse già porto anch’esso  – ma se solo guardi a nord, a ovest, a est, il mare appunto è come se non esistesse Prima possibilità: tenendo l’acqua a distanza, addentrandoti, inerpicandoti, con paradossale ninna-nanna veneziana ad ogni passo. (Qualche dettaglio più oltre). Seconda possibilità, lungo l’acqua, contornando la punta di cui Pirano è la punta, con l’acqua che ci sei quasi dentro ma, con inverso paradosso, senza Venezia che pure sta di fronte ma non la vedi: locali, appunto ville, alberghi sontuosi, gostilne, ristoranti civilizzati, simil-turistizzati, ma se subito vai dentro meno civilizzati, meno similetc., e più accoglienti, nomi di dèi ed eroi. Così passeggiando puoi arrivare in punta e poi tagliando per una specie di viuzza ritrovarti nella stessa sponda da cui sei venuto, o invece completare il giro costeggiando la sponda parallela e ti sembrerà di esser andato sempre dritto, sempre con il mare alla tua sinistra, come se a un certo punto dovessi finire per caderci dentro. Invece, in un caso come nell’altro, riapproderai in piazza Tartini.

Piazza Tartini, Pirano. Foto di Sophie Jankélévitch.

Più che piazza è una macchina del tempo

La piazza. Innanzitutto la piazza – evita gli aggettivi inutili: è sublime. Inclinata come ad assecondare l’asse della Terra, consta d’un grande lastricato di color grigio nel mezzo (en messon, storie di battaglie fra dèi ed eroi), piazzale vuoto di macchine ed altri segni dei tempi attuali (che però ogni tanto inspiegabilmente affiorano nella forma di autoveicoli pargheggiati qua e là, come astronavi scese dal cielo), con intorno un ancor più grande ovale, un incrocio fra una giostra senza cavalli e un viso del Raffaello, con ancor più intorno (tre cerchi, insomma), ma verticali ovviamente, le facciate dei Palazzi, sagome a prima vista sette-ottocentesche ma con addosso i segni di almeno sei secoli che hanno preceduto. Colori (tieni presente le colline d’intorno, i tramonti, il mare…): grigio-verde, rosso, rosso veneziano, rosa pesce, verde smeraldo, rosa tout court, giallo delicato, ancor più delicato… che sfumano delicatamente l’uno sull’altro, e nel mezzo del mezzo storie di eroi, la statua fatta da Antonio dal Zotto, scultore veneziano a cavallo fra Otto e Novecento: quando Venezia stava per passare dall’Impero alla nascente Italia.

Il bronzo, su piedistallo in pietra, rappresenta Giuseppe Tartini, che era nato proprio qui nel 1692: la sua casa, frammento di facciata ancor più delicatamente gialla alle spalle della statua, è oramai un museo, senz’altro da visitare. Fra altri oggetti vi scoprirai alcuni spartiti, e uno dei suoi violini. Tartini infatti è stato uno dei più grandi violinisti del XVIII secolo, ed anche un prolifico compositore, nonché un teorico di prim’ordine, esploratore appassionato attraverso i sentieri ora impervi ora fatati dell’armonia (e anche se il suo strumento è il violino, interroga più di ogni altro lo strumento degli strumenti: la voce umana). Se hai già nelle orecchie Vivaldi e Corelli, che lo precedono d’un soffio e in parte gli si sovrappongono, ti apparirà soprattutto come colui che ha rivoluzionato, inventato – almeno in senso moderno – l’uso del violino, che l’ha buttato in avanti, messo in luce, isolato per meglio accarezzarlo, spremerlo, tirandogli fuori un pathos prima di lui inimmaginabile. Prova ad ascoltare una delle più famose fra  le tante sonate: la straziante Didone abbandonata (verosimilmente composta cinque o sei anni dopo il libretto del Metastasio), o ancor di più il travolgente Trillo del diavolo. Nell’una come nell’altra c’è una sorta di oscura, disperata, o persino euforica, comunque ineluttabile malinconia che a te, profano, sembrerà già romantica; e per rabbia, velocità, difficoltà tecnica Paganini – sempre ti sembrerà – non più impossibile. Eppure il suo itinerario musicale fu tutt’altro che lineare – o almeno, diversi elementi s’intromettono fra il suo precoce talento e la piena affermazione, il riconoscimento della sua esistenza da musicista: i genitori lo avviano alla carriera ecclesiastica (primi studi a Pirano e Capodistria); s’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova (non è chiaro se in accordo o contro la volontà dei genitori); ancora a Padova, conosce la passione amorosa, e decide di sposarsi (di nascosto? pare che lo zio vescovo della futura sposa non vedesse di buon occhio questa unione); sempre a Padova, sviluppa un’ulteriore passione: la scherma, e per questa rischia di abbandonare le sue altre attività; finalmente lo ritroviamo in un convento ad Assisi, nello Stato Pontificio, a studiare assiduamente il violino…. Quindi, appare fugacemente ad Ancona, Fano, forse Roma – sempre nello Stato Pontificio –, poi nella stessa Venezia, e di nuovo a Padova (siamo oramai nel 1721), come primo violino nell’orchestra della Basilica di S. Antonio: qui, con l’eccezione di qualche breve viaggio e soggiorno estero (fra cui Praga, al cuore dell’Europa della cultura e della musica, dove abitò fra il 1723 e il 1726), resterà sino alla sua morte, nel 1770, fondando anche una scuola di violino, rapidamente famosa in tutta Europa. La Serenissima era al culmine del suo splendore, eppure – ma non lo sapeva – a un soffio dalla sua prossima fine. (Cfr. anche: I Minoici sapevano che sarebbero finiti?)

Questa è una guida, non un romanzo; ma tu sei libero di intrecciare fra loro questi pochi fili reali, sopravvissuti ai secoli, per tessere storie, racconti, ricreare, cioè inventare una vita – per esempio: Tartini abbandona il Collegio dei Padri delle Scuole Pie di Capodistria e scappa a Padova, per sfuggire al destino ecclesiastico; segue corsi di Legge, vorrebbe diventare magistrato, ma s’invaghisce perdutamente della nipote di un vescovo; abbandona allora musica, carriera ecclesiastica, università, sognando un futuro di viaggi, duelli, passioni; lo zio vescovo scopre però la liaison, trasforma l’avventura della carne in matrimonio, ma lui spaventato dalle responsabilità di nuovo fugge, si nasconde  in un convento dove, paradosso o destino – scegli quel che più t’ispira –, riincontra la musica e, per sempre, il violino… In ogni caso considera almeno il misterioso sese a Napoli dove sempre in giovanissima età avrebbe diretto una scuola di arti marziali (al condizionale: a Pirano questa storia te la racconteranno i vecchi pescatori in ogni gostilna)… : del resto, della statua colpisce l’aria bellicosa, armata, più Moschettiere del Re che musicista. ♫ Ogni cor serba un mistero… Quello di Tartini è anche la chiave per penetrare il fascino, la particolarità della cittadina istriana: qui, da sempre, anche in periodi torbidi, lo hanno amato, lo amano tutti, anche gli Sloveni – benché fosse italiano…

Ma ecco: italiano lo era, diciamo, di lingua, non di paese, perché il paese, semplicemente, non esisteva: neanche come progetto (né esisteva ovviamente la Jugoslavia, e ancor meno la Slovenia). Ma ecco, di nuovo: quale lingua italiana? Perché nel Seicento, fedelmente al suo marchio di fabbrica, l’italiano resta innanzitutto una lingua letteraria, poetica, e poi politica, giuridica – il latino tuttavia è ancora largamente impiegato in diversi settori della società – che circola attraversa i diversi Stati indipendenti o d’occupazione straniera della penisola, fondandosi sostanzialmente sulla norma toscana: si tratta insomma d’una sorta di lingua comune, inter-statale, inter-regionale, ma che viaggia solo in ambienti colti, ed è soprattutto scritta, o comunque pubblica, oratoria, magari cominciando a interessare la conversazione colta, sia pure pluricolorata da tratti regionali. Nel 1612 del resto vede la luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca – e nel corso del secolo ce ne saranno altre due edizioni – cioè il primo vocabolario della lingua italiana, solo un anno dopo il Tesoro de la lengua castellana o española (1611), e molti anni prima del Dictionnaire de l’Académie française (1694): come dire che la lingua senza paese – che altri non è che il toscano che afferma la sua crescente importanza normativa – rivaleggia, o addirittura anticipa le due lingue-paese, che occupano buona parte del futuro territorio italiano. (Confronta liberamente, nel senso della storia, l’italiano, lingua svincolata da un paese, con un aspetto o l’altro dell’aramaico, dell’ebraico e dell’arabo classico, o letterario, che hanno traversato molti paesi non appartenendo radicalmente a nessuno …). Nell’ambito della conversazione privata, o famigliare, le cose stanno tuttavia diversamente:  le diverse lingue locali, i dialetti, sono ancora dominanti.

Il padre di Tartini era appunto toscano, e parlava presumibilmente un italiano molto simile al nostro odierno italiano standard. La madre era invece anche lei di Pirano, di una famiglia di antica nobiltà, e Pirano era da quattro secoli tentacolo di Venezia: vi si parlava un italiano fortemente impregnato di veneziano, e ancor prima il veneziano tout court, nella sua variante adriatico-istriana – e poi a Pirano, e più in generale in Istria, c’erano gli altri coloni che Venezia aveva fatto arrivare, di altre parlate italofone, ma anche slave, gruppi slavi essendo scesi nella penisola forse sin dal VI secolo, dove avevano incontrato coloni romani  che a loro volta… (Osservazione banale: l’autoctonia è solo e sempre mitologica, nessuna terra appartiene a una qualche gente da sempre, siamo tutti arrivati da un’altra parte.) In ogni caso, come Goldoni, Vivaldi, o Tiepolo, suoi più o meno contemporanei (Tiepolo gli fu praticamente gemello), e come sua madre, Tartini nasce cittadino veneziano. Ti sembrerà un’ulteriore ovvietà, ma fermati, e riflettici piano: è sempre più facile, quando si viaggia, accorgersi di ciò che è differente nello spazio, ma volentieri dissolviamo il tempo, appiattiamo le epoche, e ne distribuiamo le tracce in una medesima scena, quella in cui ci troviamo ad agire, come se gli umani nati e morti nei secoli, lungo una sorta d’invisibile meridiano, non fossero portatori anch’essi, né più né meno di quelli sparpagliati nei diversi luoghi del mondo, d’incomprensibili (o quasi), invalicabili (o quasi) differenze. Considera allora che Giuseppe Tartini, di lingua tosco-veneto-istrio-italiana, nacque e trascorse la maggior parte della sua vita nella Repubblica di Venezia, come suo cittadino… Se gli Sloveni lo sentono nostro (nel senso di loro), dunque, è un po’ come gli Italiani sentono nostro, che so, Marco Aurelio, romano di Spagna, o Sant’Agostino, romano berbero d’Algeria, o ancora Maria Callas (greca d’America). Più o meno volontoriamente, proprio nel momento in cui affermiamo una proprietà, ne vanifichiamo la ragion d’essere, rivelando che le eredità sono il trionfo dei miscugli, e la terra che si pretende amare è un tempo, più che uno spazio, e come tale è privato, e anche universale, non solo di alcuni – gli Amerindiani non pensavano che la terra gli appartenesse, ma di appartenere loro alla terra. Forse noi Europei, ossessivi segugi di tracce sepolte, nonché fini cultori di echi e memorie, dovremmo abbandonarci nell’abbraccio del tempo, come accettando di esser suoi, e diventarne definitivamente parte – soprattutto viaggiando. Il tempo, che non fabbrica paesi immaginari, perché vede e dissolve tutte le forme che la Terra, con le sue cangevoli linee di divisione,  ha preso, e prenderà insh’allah nei secoli.

Così disposto, piazza Tartini ti apparirà per quel che veramente è: una macchina del tempo. Al suo centro si trova un grande ovale liscio grigio, intorno al quale si avvolge un pavimento quadrettato, d’un grigio più scuro, intorno al quale si avvolgono le facciate dei palazzi, intorno ai quali si avvolge la città, intorno… (e già sembra che d’intorno in intorno si arrivi all’infinito…): la statua si trova proprio al margine di quell’ovale, quasi volesse uscirne per esplorare il mondo, tu invece – per un attimo immobile pilastro –  mettitici al centro, come allineandola, per poterla meglio osservare e, insieme a lei, con piccoli movimenti del capo a girare, osservare nei suoi mille riflessi l’intero mondo-piazza. Ecco dapprima  – ricordi? – la sua casa, dalle fattezze neoclassiche, ma perché il tempo l’ha rimodellata più volte: tracce evidenti, ancorché nascoste, ne collocano la prima costruzione almeno nel XIV secolo. (Tracce, tempo, eccola la macchina che ha cominciato a vorticare). Gira lo sguardo: il Palazzo Comunale, con la sua aria pacata e borghese, siamo  di nuovo nel XIX. Gira ancora: il Campanile della chiesa di San Giorgio – già, Venezia, e siamo fra il XIV e il XV secolo – che sembra quasi facciata, come se subito dietro, e invece è lontano in altura. Gira: una Casa veneziana ad angolo di color rosso veneziano (eh già!), anche lei del XV secolo. Al primo piano della facciata che appunto dà sulla piazza c’è un’elegante trifora gotica, riccamente scolpita, affiancata da una monofora con balconcino, egualmente ornato di diverse sculture, che sembra sul punto di cadere nel vuoto; al piano di sopra, come gli occhi lo fanno con la bocca, due monofore, sempre in stile gotico, entrambe con un davanzale sorretto da mensola scolpita a guisa di leone (e di nuovo: eh già!): in mezzo alle due trovasi una targa con su scolpito un leone (…), con fra le gambe la scritta lassa pur dir. (In un’altra gostilna ti racconteranno dell’amore di una giovane piranese con un ricco mercante di Venezia – lui era sempre in viaggio, la gente ricamava pettegolezzi, la giovane se ne adontava, ed allora il mercante, che era uomo di mondo, fece incidere la targa, per dire: lascia che parlino…). Gira: la loggia veneziana, ricordi di secoli addietro. Gira: la casa barocca. Gira: il Teatro Giuseppe Tartini (!), inizio del secolo scorso. Gira: il Palazzo Pretorio, nel cuore del secolo precedente. Gira: la chiesa di San Pietro, che nel suo primo nucleo precede di un altri sei secoli. Gira: e d’improvviso ti si apre il blu del mare, a ricordarti che anticamente la piazza era un mandracchio, un porto. Gira: blu azzurro. Gira: giallo. Gira: rosa, verde… Gira: verde, blu, rosa… Come un caleidoscopio, i colori cambiano con le ore del giorno, si dissolvono e si ricostruiscono i palazzi, i monumenti, le targhe, i leoni, te ne appaiono di nuovi, perché ogni pietra della piazza svela un luogo, una storia… Gira, gira sempre, ti sembrerà di non poterti fermare. Ma poi smetti il giro, e come ubriaco, come quando giocavi a sciancateddu, varca l’ovale e saltellando fra un quadrato e l’altro abbandona la piazza. E avviati attraverso le stradine verso l’orizzonte alto. Le colline.

Giuseppe A. Samonà

Il viaggio continua. Prossima puntata: Salivano i ricordi verso il colle

Traccia dei contenuti :
1. Trieste, itinerari di viaggio
2. Partire da Trieste, itinerari
3. Autobus, Koper, Piran, Portorož


Di Giuseppe Tartini, « Il trillo del diavolo » interpretato in « live » da Uto Ughi

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Giuseppe A. Samonà
Giuseppe A. Samonà, dottorato in storia delle religioni, ha pubblicato studi sul Vicino Oriente antico e sull’America indiana al tempo della Conquista. 'Quelle cose scomparse, parole' (Ilisso, 2004, con postfazione di Filippo La Porta) è la sua prima opera di narrativa. Fa parte de 'La terra della prosa', antologia di narratori italiani degli anni Zero a cura di Andrea Cortellessa (L’Orma 2014). 'I fannulloni nella valle fertile', di Albert Cossery, è la sua ultima traduzione dal francese (Einaudi 2016, con un saggio introduttivo). È stato cofondatore di Altritaliani, ed è codirettore della rivista transculturale 'ViceVersa'. Ha vissuto e insegnato a Roma, New York, Montréal e Parigi, dove vive e insegna attualmente. Non ha mai vissuto a Buenos Aires, né a Montevideo – ma sogna un giorno di poterlo fare.

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