3. Autobus, Koper, Piran, Portorož

Terza puntata del viaggio, con Giuseppe A. Samonà.

A Trieste, hai deciso di oltrepassare la frontiera. Ed ecco che inizia il vero e proprio viaggio.

Trieste, (se) lasci le valige in albergo o a casa dell’amico che ti ospita, per una semplice gita al di là del confine. Ti avventuri lungo la costa slovena, magari per un bagno marino: l’acqua, il colore, la sua carezza sono come seta turchina. Persino oltre ti avventuri, lungo la costa croata: acque e carezze si susseguono. Turchine. Rotolando spiaggia spiaggia, passando attraverso Capodistria, Pirano, Portorose, Cittanova, Rovigno – da dove escono, questi nomi familiari? – ti prende un senso di leggero spaesamento: non sei in Italia, è ovvio, ma il laccio è sempre forte. Come un elastico che ti tira indietro, o anche come se viaggiassi protetto dal tuo mondo, e la stranezza, quel che ti spaesa, fossero solo alcune immagini, suoni di lingue, profumi. Ma se prendi con te le valigie, e sali in un autobus con un biglietto di sola andata anche solo per la più vicina delle destinazioni oltre frontiera, l’elastico si rompe, ti aspira un mondo da cui non tornerai più indietro. Vertigine abissale, e sbigottita.

Se da Trieste parti per viaggiare…

Le terre che incontri viaggiando da Trieste verso Oriente almeno sino in India sono terre da autobus più che da treno – anche se in Turchia e in India il treno esiste e dà luogo ad imprevedibili avventure. Più da treno che da autobus è invece, per esempio, la Russia. Il Nord America è da entrambi anche se, come sa chiunque abbia attraversato gli Stati Uniti, le ruote sono preferibili alle rotaie.

Il treno, secondo i casi, convivializza lo spazio fra quattro sei otto fino a venti e più persone all’interno di uno stesso scompartimento – è il caso dell’India, senza contare quelle aggrappate al tetto o al finestrino –: chiacchiere, cibo, storie d’amicizia da intessere, voire plus si affinités. In autobus lo spazio conviviale è limitato al proprio vicino, che non di rado è il compagno dell’intero viaggio. Certo, si interagisce, la signora con il foulard in testa che è seduta poco più in là nell’altra fila di posti ti passerà all’occasione una mela, una cipolla, un fagottino alle verdure; il sofferente signore seduto proprio dietro di te ti pulirà la schiena con il fazzoletto, dopo che all’ennesima curva ti ha vomitato addosso… Ma il compagno privilegiato se non esclusivo della convivialità, che lo sia o meno anche una volta finito il tragitto, è il tuo vicino di posto. E – soprattutto quando viaggi per ore – la conversazione finisce sempre per esaurirsi. Dirai, ma se attraversi che so l’immensa Russia in treno, mica è possibile chiacchierare per giorni e giorni – no, ma puoi alzarti, ma puoi passeggiare, ma soprattutto puoi leggere sorseggiando una tazza di tè, di tanto in tanto estasiandoti nella monotonia del bianco che si eternizza fuori dal finestrino e diventerà la melodia che assocerai per sempre alle novelle di Cechov, un po’ come per fortuiti casi nella tua giovinezza associasti gli Improvvisi di Schubert e poi, mentre piano piano risalivi l’India, i ritmi ossessivi del Bharatanatyam  o dei Baul a Proust. E se invece attraversi l’Anatolia da est a ovest, per esempio da Erzurum alla volta di Divriği, nell’oltrechiacchiera puoi anche sfidare il tuo dirimpettaio a tavla (una incrocio fra dama e backgammon, che poi è lo stesso gioco che in Grecia chiamano tavli, e pare risalga addirittura alla dorata Sumer), e sempre alzarti, passeggiare, di nuovo leggere – ora da accompagnamento ci sarà appunto l’Eufrate, che compare e scompare ricordantoti che proprio in quell’Eden che ti sembra felice – ma lo era? – gli umani insegnarono a scrivere agli dèi, e da solo basterebbe a farti compagnia. (Particolare il caso dell’India: per via del sovraffollamento, è impossibile passeggiare o leggere: e chiacchiere cibo movimenti cibo bevande fumo paesaggio te stesso i singoli incontri le simpatie persino gli amori sono come un grumo intricato i cui elementi sono inseparabili eppur poi a distanza di anni memorabili uno per uno.)

In autobus, tutt’altro scenario. (Se appunto hai attraversato gli USA da Est a Ovest ti resta il rumore colorato del Greyhound attaccato addosso, quel vago senso di nausea alla fine del viaggio se hai percorso d’un fiato la cinquantina di ore del coast to coast, quegli accenti e quegli odori che si meticciano, cambiano strada facendo – pochissimi sono quelli che fanno le lunghe tratte sino in fondo… Nonostante la luminosa mitologia del treno o proprio per quella, che Tex Willer e John Ford ti hanno sussurrato dentro nella tua infanzia, sai che gli eredi del cavallo in questa terra di poche o insulse chiacchiere sono in realtà le ruote, che invitano al silenzio: che siano quelle dell’autobus, della macchina o – trionfo del viaggio avventuroso, o zen, o autistico – della moto.) Silenzio: stai esaurendo i discorsi, punzecchiando il paesaggio  ché a fissarlo esclusivamente dà appunto nausea, osservando con distaccata curiosità la gente che entra e esce, rinunciando anche a leggere ché sennò la nausea è totale; soprattutto – ultimo ostacolo fra te e il viaggio, ultima distrazione – non ti far tentare dallo Spara-musica-nelle-orecchie: così, accompagnato eventualmente dalle note gentili del locale altoparlante, confortato qua e là dal rituale passaggio di un funzionario che ti offre sapone lavamani (sussulti, eh? al ricordo di quel primo güle güle da Istanbul a Avanos…), non ti resta che sprofondare in te stesso, come in lucida ipnosi. Del resto, è proprio quello che hai appena fatto, lo hai fatto da subito, lo farai durante tutto il viaggio, e quelle appena redatte sono le tue prime riflessioni.

(Il vetro comunque: quello da dietro il quale guardi il fuori che sfila, che sia in autobus o in treno, o anche a piedi, o seduto in un bar: perché i paesaggi, i monumenti sono in sé cosa inerte, buia, solo li sveglia alla luce il tuo sguardo da dentro, o l’incontro con altri.)

E continui – mentre l’autobus ha appena passato la frontiera, invisibile. Ricordi di quando la si vedeva, e quelle terre erano Jugoslavia, ma passandola – le gite senza valigia erano assai frequenti – sempre ricordavi di quando erano ancora Italia; poi, una volta passata, non c’era più salto fra Capodistria e Rovigno (ora c’è una nuova improvvisa robusta frontiera): e comunque se triestino rimanevano sempre un po’ tue, e sempre con quegli antichi nomi italiani ti ci riferivi, senza troppo pensarci. Erano, in quei tempi tuoi giovani, semplicemente, amichevolmente Jugo: e tutto ti era esotico e familiare nel contempo – non conoscevi veramente la storia. Ora passato il confine c’è l’amica Slovenia, eppure da subito – appunto se con valigia – si parte lontani: Koper, verso Koper, almeno attraverso il finestrino, è definitivamente straniera, Capodistria è dissolta. Qual è il vero destino di queste terre? C’è un vero destino? un carattere? Nello sgorbutico autobus la gente non sembra appassionata al contatto, non con te, ancora di più se ti sente italiano – è una sensazione che ti accompagnerà per molti chilometri, soprattutto lungo la costa –, la strada non vede il mare, lo vede male, è scialba, è sgorbutica anch’essa – e continui ancora, pensando: il vecchio inganno della patria, il Québec, la Scozia la Catalogna, ma anche il Regno Unito, e soprattutto la Spagna… Si può combattere il nazionalismo agitandone un altro peggiore, come succede appunto fra Madrid e Barcellona?  Si può combattere una bandiera in nome di un’altra? Perché l’Europa non riesce a vincere l’imbarazzo per la Catalogna, e subito ha detto di sì per Slovenia e Kosovo? Non erano illusioni di patrie anche quelle? Trappole? L’autobus, qui nei Balcani, è di per sé un luogo da scoprire: ti ipnotizza in te stesso, e nel viaggio, perché diventino una sola cosa, come se due geografie, l’una interiore l’altra esteriore, si ritrovassero a scambiarsi informazioni. E finalmente entri a Koper.

Koper, Slovenia, cioè Capodistria. Foto di Sophie Jankélévitch

Koper, Slovenia, cioè Capodistria

Diciamolo: venendo dagli splendori di Trieste, arrivare, entrare a Koper, che in italiano chiamiamo Capodistria (Capo d’Istria), t’instilla dentro un brivido d’incredula desolazione. Se l’autobus ti deposita alla prima fermata della città, o alla grande stazione, ti verrà da chiederti  se questa città letteralmente esista, anzi: se esista il paese Slovenia. Se invece ti deposita al porto, o nelle sue vicinanze, lo devi ammettere: esiste – e ti sale un po’ di sconforto.

Da ogni parte, in gradazioni ora grige ora giallognole, ammassi di gru, edifici disarticolati, forse industrie, spiazzi come squarci deserti, o quasi, attività indefinibili, lunari, a circondare un mare che tuttavia – sembra – non c’è, non si può raggiungere, eppure sta proprio là ai tuoi piedi; e se poi arrivi in fine giornata, o peggio in serata – a Koper è sempre meglio arrivare in fine giornata, o in serata – i pochi locali, non sai neanche se bar, ristoranti, circoli ricreativi, li troverai come se lo fossero dall’eternità irreversibilmente chiusi. Ma il paese è abitato?

L’albergone in cui ti fermi a dormire – l’unico, non ne abbiamo trovati altri – porta il nome della città, e ne moltiplica la lunarità, ma come arricchendola di una surreale, fastidiosa ricchezza: palestre, piscine, spa, stanze enormi (e assai care), atrio d’accoglienza ancor più enorme, e improvvisamente affollato, per l’incessante via vai dei turisti (ma dov’erano nascosti?), molti Russi… Viene da pensare a certi grossi alberghi dell’Oriente, sfarzo improvviso nel bel mezzo di un nulla polveroso – che a volte, nel tempo (ricorderai di Safaga, lungo il mar Rosso), finisce per schiudere commoventi tesori: sarà lo stesso anche qui? Con questa timida speranza esci fuori, in cerca di cibo.

Nella notte, di nuovo nel deserto. E di nuovo, la scelta è quasi obbligata: ma questa volta la vita che esplode improvvisa – come se qui si alternassero sempre sorprendendosi l’uno con l’altra vita e deserto – è calda, gradevole; forse – ti dici – il viaggio sta per cominciare. Skipper, con la sua sala al secondo piano che si affaccia – finalmente! – sul mare, sembra un battello (già…), e c’è un matrimonio, la gente parla ad alta voce, canta, balla, il vino, rosso, corposo – il pesce, se alla griglia, ci si accompagna volentieri – scivola via allegro. E poi?

Dober dan, hvala (consigli per la mattina seguente): timida passeggiata, la città vecchia è abitata, al giallo e al grigio delle case si affiancano il bianco, il  rosso, un leone di Venezia scolpito su una facciata ti ricorda di quando su queste coste dettava legge la divina repubblica. È un abbozzo di centro, uno scheletrico reticolato di stradine – non molte, in realtà, non riuscirai a contarne più di due… –  sale verso la grande piazza inclinata, che sembra un po’ echeggiare Siena, ma soprattutto di nuovo prolunga Venezia: il Campanile, la Cattedrale, la Rotonda, la Loggia, il Palazzo Pretorio, manca solo il Doge… Quindi, se sei salito  per Kidričeva  puoi scendere per Čevljarska, o anche puoi fare il contrario: in questo modo, camminerai con il mare di fronte. Tante scarpe italiane (ma più economiche che in Italia), qualche altra bella casa, palazzotto…

… Una panchina per prendere il sole. Dove? Altri nomi, oltre alle due strade, non ti servono per orientarti: non li ricorderesti. Hai letto su una guida che la città è bilingue, e sei sorpreso: al di là delle scarpe, della grande Venezia (ma a quel tempo non era Italia, era solo Venezia), muta memoria di pietra, della dolce contrada in cui gli Stuparich passavano le vacanze, di quei suoni, qui non c’è traccia…

Giuseppe A. Samonà

Il viaggio continua. Prossima puntata: Ma se invece prosegui per Piràn…

Traccia dei contenuti:
1. Trieste, itinerari di viaggio
2. Partire da Trieste, itinerari

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Giuseppe A. Samonà
Giuseppe A. Samonà, dottorato in storia delle religioni, ha pubblicato studi sul Vicino Oriente antico e sull’America indiana al tempo della Conquista. 'Quelle cose scomparse, parole' (Ilisso, 2004, con postfazione di Filippo La Porta) è la sua prima opera di narrativa. Fa parte de 'La terra della prosa', antologia di narratori italiani degli anni Zero a cura di Andrea Cortellessa (L’Orma 2014). 'I fannulloni nella valle fertile', di Albert Cossery, è la sua ultima traduzione dal francese (Einaudi 2016, con un saggio introduttivo). È stato cofondatore di Altritaliani, ed è codirettore della rivista transculturale 'ViceVersa'. Ha vissuto e insegnato a Roma, New York, Montréal e Parigi, dove vive e insegna attualmente. Non ha mai vissuto a Buenos Aires, né a Montevideo – ma sogna un giorno di poterlo fare.

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