‘Padre di carta’. Ritratto di un emigrato italiano.

Padre di carta è una breve narrazione nata dalla penna di Stefano Di Maria, in arte il « Narratografo ». Stefano è un giovane ingegnere molisano con la passione per la scrittura e per la fotografia e questo suo breve racconto è un delicato contributo al nostro dossier « Odissea italiana« .

Infatti in Padre di carta vivrete le difficoltà di un emigrato italiano, padre e marito, al quale è concesso, come unico mezzo di legame affettivo con la famiglia, la via epistolare.  I racconti del « Narratografo » si presentano come una sorta di “diario fotografico”, un incontro fra immagine e testo a nostro parere decisamente riuscito, nel quale l’autore dà forma al suo amore per i paesaggi e per le tradizioni del Molise intrecciandovi le storie dei suoi compaesani, descritte con sensibilità, ironia ed ottima capacità di sintesi.

Padre di carta

Sono stato un padre di carta, imbucato in una stiva di nave e spedito come una lettera. Tornavo spesso, ma solo per corrispondenza, nei foglietti a righe piegati e scritti con grafie così eleganti da compensare gli errori della mia lingua madre.

il narratografo autore Altritaliani

Ero un padre nei sali d’argento delle fotografie in bianco e nero tagliate con i bordi ricamati. Arrivavo, se arrivavo, alla porta della mia casa nelle mani dei figli che avevano l’ordine di non aprire e di conservare. Oppure arrivavo nelle mani di mia moglie che portava la carta sul viso come per sentire che fossi lì. Ma io ero di carta. Lei, invece, era di terra fertile e di terra battuta. Tirava su i figli, metteva a frutto il campo, faceva comunità nel borgo…aiutava a tenere viva la nostra terra. Lo faceva conservando nel grembiule, di volta in volta, la mia ultima lettera, in attesa del mio ritorno.

La mia famiglia passava sotto il sole qualche ora prima di me ma il giro della terra non ci faceva mai incontrare. I miei figli, non abbastanza grandi da avere l’istruzione alla lettura, conoscevano di me il colore della penna, la curva delle mie parole e le sbavature d’inchiostro del mio polso. Pensavano di conoscere anche la mia voce ma, in realtà, la confondevano con il timbro e la cadenza del compare avvocato, unico capace di suonare il mio spartito. A ripensarci ora, io non ce l’avevo l’imbarazzo di scrivere che volevo bene a tutti e lo scrivevo tante volte. La mia famiglia sembrava meno affezionata. Ho capito col tempo che provavano imbarazzo nell’affidare i propri sentimenti alle orecchie e alla scrittura del compare che diventava, non per colpa sua, un filtro di affetti.

il narratografo

E così tornai, un giorno, e mia figlia non mi riconobbe: ero un padre di carne ma non mi aveva mai visto. Scoprì di avere più confidenza con la carta che con me e quindi non fui padre da subito: mi sentii un ospite, poi un padrone di casa, poi circa uno zio e infine un padre.

Per mia moglie fui sempre il marito…e lei è sempre mia moglie. Anche ora che non c’è più.

il narratografo

Il Narratografo

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