Yari Selvetella in Missione Poesia con il romanzo Le stanze dell’addio

Con Le stanze dell’addio – edito da Bompiani -, che racconta la perdita della persona amata, Yari Selvetella propone al lettore interessanti e multiformi direzioni interpretative, ampliando la prospettiva del punto di vista, con la forza scaturita da un percorso di attraversamento dei momenti più dolorosi dell’animo umano, una forza universalmente riconoscibile, anche per la cifra stilistica altamente poetica utilizzata nella scrittura del romanzo.

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Le stanze dell'addioYari Selvetella (1976), giornalista e scrittore, collabora con vari programmi della Rai. Tra i suoi libri, pubblicati da Newton Compton, la trilogia dedicata al crimine romano (Roma criminale, scritto con Cristiano Armati; Banditi, criminali e fuorilegge di Roma e Roma, l’impero del crimine). Il suo romanzo, La Banda Tevere è uscito per Mondadori il 6 aprile 2015. Il suo nuovo romanzo, Le Stanze dell’addio, è uscito a gennaio 2018 per Bompiani.

Conosco Yari Selvetella per i suoi servizi trasmessi dai vari programmi della Rai e per la lettura di questo suo ultimo romanzo Le stanze dell’addio per il quale si contano, tra l’altro, decine di recensioni sul web, su quotidiani e riviste cartacei, nonché la candidatura al Premio Strega 2018. L’idea che mi sono fatta dell’autore, anche ascoltandolo in alcune interviste, è quella di una persona che ha veramente sofferto – la storia raccontata nel libro in esame è, del resto, autobiografica – e che ha cercato di fare di questa sofferenza non un punto di forza o debolezza, ma un punto di arrivo e ripartenza, un punto in cui spesso nella vita capita a tutti di trovarsi. La modalità di approccio alla sofferenza mi è parsa ricalcare la personalità stessa di Selvetella che, a mio avviso, è ricca di interessanti e multiformi direzioni interpretative, modalità che egli mette a disposizione del lettore e da cui osservare la realtà, ampliando la prospettiva del punto di vista e restituendo la forza, scaturita da un percorso di attraversamento di quelle stanze dell’addio che compongono l’animo umano nei momenti più dolorosi, universalmente riconoscibile; la forza che nasce – come si nota in molti passaggi del testo – anche dalla cifra stilistica altamente poetica, in quanto ricca di metafore, immagini, simbolismi, similitudini e musicalità degni della più rappresentativa dimensione di questo genere.

Le stanze dell’addio

Missione Poesia Altritaliani recensioneCosì, come questo romanzo è impregnato di molteplici punti di vista di cui tener conto, nell’approccio alle emergenze dolorose che la vita propone, allo stesso modo l’approccio alla lettura del testo può prendere svariate direzioni, tutte per certi versi portatrici di verità alternative o capaci di co-esistere. Non sembrerà strano, in questi termini, esaminare il lavoro partendo all’incirca dalla sua metà, laddove alcuni elementi chiarificatori sono già intervenuti, laddove i protagonisti hanno preso forma e ci sembrano già familiari, laddove una possibile chiave di lettura appare nel rapporto che si instaura tra i due soggetti che hanno in comune il senso della perdita, la necessità di trattenere anche fisicamente cose-sentimenti-anime, il non riuscire a lasciar andare via ciò che è ormai irrimediabilmente perduto. Non siamo di fronte solo a una sindrome di Penelope al maschile, al non sapersi sottrarre a una dipendenza affettiva in cui sentirsi imbrigliati e protetti al tempo stesso, al terrore della solitudine: ciò che attrae con grande potenza i prigionieri del dolore, nella stanza che intrappola menti e corpi, è la capacità di esserne dentro e fuori contemporaneamente, il pensare di poterne uscire ma di non volerlo fare, il sentirsi in compagnia di tanti altri nella stessa situazione, ormai persi da anni. L’uscita di sicurezza da questo melmoso labirinto può essere cercata solo nell’unione delle due volontà che, vicendevolmente, si spronano a fuggire, a non lasciarsi precipitare nel pozzo accogliente della memoria, a portarsi via l’un l’altro per non inumarsi in quella crepa sul muro che entrambi ormai vedono: cambiare si può e si deve e insieme, forse, si può anche meritare di donare e di ricevere un sorriso.

La poetica di questi passaggi centrali del libro – centrali anche per il dipanarsi di certi gomitoli narrativi che hanno soprattutto declinato i loro capi verso l’antefatto degli eventi o verso un presente nebuloso – si esprime per matrioske estraendo, quali versi lunghi, dall’ampio respiro poematico, pezzi sempre più vicini alla verità del sentire, alla nudità della dimensione di una poesia nella quale è impossibile trovare tracce di menzogna, una poesia che parla di amore e di morte. Milo de Angelis nella silloge Tema dell’addio (Mondadori, 2005) dedicata alla moglie e poetessa Giovanna Sicari, precocemente scomparsa – e anche il libro di Yari Selvetella è dedicato alla moglie e autrice Giovanna de Angelis (incredibilmente le due figure hanno lo stesso nome) anch’essa precocemente scomparsa – arriva a scrivere: Nessuno, morte, ti conosce meglio di me/nessuno ti ha frugata in tutto il corpo/nessuno ha cominciato così presto a fronteggiarti… sdoganando un canto di puro gelo che va a incidere la carne come un pungiglione di ore perdute, costeggiando il precipizio (di me stesso), con la certezza che solo la parola potrà donare la salvezza, come un povero fiore di un fiume/che si è aggrappato alla poesia.

Nelle stanze dell’addio la morte arriva, accade, quando meno ci si aspetta: Mi ricordo? Certo che mi ricordo.[…] Il mio tormento era la paura. E tu? Tu mordevi corone di spine, labbra soffici nel silenzio così duro […] E mentre leggevo accadde. La morte prese posto tra di noi. Era un grembiule. Era quasi trasparente e comunque attraverso di lei per un po’ ci guardammo. […] Tu eri sua, tu non eri  più mia. Per non soccombere c’è bisogno di elaborare il lutto, l’assenza, la mancanza: la parola scritta soccorre, anche in questo caso, celebra la sua forza evocativa, dona una consolatoria catarsi che promette almeno di fare luce sulle emozioni.

Sullo sfondo del romanzo, un’altra narrazione, anch’essa potente, serpeggia e si affianca a quella primaria: è quella di un altro romanzo, amato da chi scrive e da chi non c’è più, le cui citazioni si imprimono come sigillo in apertura dei capitoli del libro. Il romanzo è il Moby Dick di H. Melville dove la lotta tra il bene e il male sottolinea la claustrofobica battaglia che sempre costringe l’animo umano a fare i conti con il mistero, l’inspiegabile, l’indicibile, quasi sempre soccombendo. E’ così che nello svilupparsi della trama gli spazi e gli oggetti sono spesso quelli di una nave, il corpo assume forme di pesce o di balena, gli spazi sono marini, i sentimenti evolvono in direzione di maree e secche: in certi momenti la sensazione è quella di stare sott’acqua, di sentirsi mancare il fiato, di stare per affogare. Il protagonista si trova, in questo senso, a mezza via tra la figura del capitano Achab, cercando una motivazione nella morte e pensando a una inutile quanto improbabile vendetta su questa, e del narratore Ismaele, narrando una storia in qualità di esule e vagabondo, senza meta, unico superstite al disastroso scontro con la morte-balena e, in questa dualità, si snoda il suo comportamento fino all’epilogo dato dalla nascita di un nuovo figlio con una nuova compagna, che simboleggia una sorta di riconciliazione con la vita. Anche il suo quasi Alter Ego, il suo aiutante magico – se ci trovassimo in una fiaba così potrebbe essere definito l’altro protagonista – si salverà tagliando il cordone ombelicale con la vecchia vita e scegliendo nuove esperienze – guarda caso su una nave – in attesa del compiersi del proprio destino, a cui questa volta darà una mano affinché si realizzi come vorrebbe. La lettera di resoconto del suo cambiamento e la richiesta di conforto sulla reale esistenza dell’amico dal quale aspettare una risposta, sottolineata dalla nostalgia del loro breve ma intenso vissuto, chiude l’ultimo capitolo del libro con la speranza che ciò che stanno vivendo – in realtà egli parla al singolare, ma le intenzioni possono riguardare entrambi –  sia reale e non solo un viaggio sulla carta.

Breve trama del libro:

nel romanzo autobiografico di Yari Selvetella affiora la presenza di Giovanna de Angelis, madre di tre figli, autrice e editor di professione, che muore dopo una grave malattia. Il suo compagno la cerca, con la speranza che sia solo scomparsa per altri motivi, nelle stanze dell’ospedale, della casa e dei ricordi, fino a perdersi. Un ragazzo, anch’egli vittima di una grave perdita, lo aiuterà a ritrovarsi conducendolo verso la rinascita della vita. Quell’addio che non vuole mai essere pronunciato, diventa così come la balena Moby Dick sul fondo del mare, e il dolore tracciato sul foglio dona alla parola la fonte di salvezza.

Alcuni passaggi da: Le stanze dell’addio

 Siamo già noi soli, su quel peschereccio. Ci muoviamo su un mare denso, che la prua non increspa. Indossiamo vecchie salopette da sciatori, mangiamo biscotti preparati dalla moglie del capitano. Siamo venuti in cerca di balene e di tanto in tanto emerge qualcosa: una gobba, un sospiro, una pinna caudale, una vocale, molte vocali.

 ***

Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l’amore di Dio.

***

Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l’amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o ha una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l’ora della visita.

***

A ogni passo sembrava di poter bucare questo velo e invece l’aria, sostenuta da una brezza di ponente, resisteva vischiosa ai miei passi, solo rendendosi ancora più luminosa, come galassia, finché non ho raggiunto il parapetto. Il mare era placidissimo, una pelle sottile che la nave incideva con la precisione di un bisturi. È la nave stessa, ho pensato, che rende il mare liquido, lo apre, lo tritura nel motore e lascia alle nostre spalle un tumulto d’acque. Altrimenti qui stanotte tutto sarebbe perfettamente immobile ed eterno.

Bologna, 12 maggio 2019

Cinzia Demi

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P.S.: _cidpetit_2db8fc4034a725bd5b7594d6e8e98e000a09c538_zimbra.jpg“MISSIONE POESIE” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani. QUI il link dei contributi già pubblicati. Chiunque volesse intervenire con domande, apprezzamenti, curiosità può farlo tramite il sito scrivendo in fondo a questa pagina un commento o direttamente alla curatrice stessa all’indirizzo di posta elettronica: cinzia.demi@fastwebnet.it

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Cinzia Demi
Cinzia Demi (Piombino - LI), lavora e vive a Bologna, dove ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica. E’ operatrice culturale, poeta, scrittrice e saggista. Dirige insieme a Giancarlo Pontiggia la Collana di poesia under 40 Kleide per le Edizioni Minerva (Bologna). Cura per Altritaliani la rubrica “Missione poesia”. Tra le pubblicazioni: Incontriamoci all’Inferno. Parodia di fatti e personaggi della Divina Commedia di Dante Alighieri (Pendragon, 2007); Il tratto che ci unisce (Prova d’Autore, 2009); Incontri e Incantamenti (Raffaelli, 2012); Ero Maddalena e Maria e Gabriele. L’accoglienza delle madri (Puntoacapo , 2013 e 2015); Nel nome del mare (Carteggi Letterari, 2017). Ha curato diverse antologie, tra cui “Ritratti di Poeta” con oltre ottanta articoli di saggistica sulla poesia contemporanea (Puntooacapo, 2019). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, rumeno, francese. E’ caporedattore della Rivista Trimestale Menabò (Terra d’Ulivi Edizioni). Tra gli artisti con cui ha lavorato figurano: Raoul Grassilli, Ivano Marescotti, Diego Bragonzi Bignami, Daniele Marchesini. E’ curatrice di eventi culturali, il più noto è “Un thè con la poesia”, ciclo di incontri con autori di poesia contemporanea, presso il Grand Hotel Majestic di Bologna.

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