Rosa Elisa Giangoia in Missione Poesia

Rosa Elisa Giangoia, un’autrice la cui lucidità estrema e la preziosità dei passaggi lirici dei testi conferiscono al suo lavoro una sorta di sacralità nei confronti della poesia, che diventa strumento lieve ma amplificato di lettura e resoconto dei fatti della vita, presenti, passati o futuri, dopo un ascolto di tutti quei moti che ne fanno parte. Le mie impressioni sull’ultimo suo lavoro “La vita restante” e un accenno ad un’altro libro della Giangoia: “Margheritae Animae Ascensio” (L’ascensione dell’anima di Margherita, da intendere come Margherita di Brabante).

Rosa Elisa GIANGOIA, insegnante, scrittrice e saggista, ha pubblicato tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (2008), la raccolta poetica Sequenza di dolore (2010), il volumetto di riflessioni sulla poesia Appunti di poesia (2011) ed il testo teatrale Margaritae animae ascensio (2014)… Per l’Assessorato alla Cultura della Regione Liguria ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di poesia (1996-2001) e per la Provincia di Genova, insieme a Margherita Faustini, i volumi antologici Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005). Con Lucina Margherita Bovio ha curato l’antologia di poesie-preghiere Ti prego (2011). E’ vicepresidente del Lyceum club di Genova, fa parte del Direttivo del Centro Culturale Antonio Balletto. Ha fondato l’Associazione culturale “Il gatto certosino” di cui è presidente. Fa parte della redazione della rivista “SATURA” e collabora a molte altre riviste. Ha vinto diversi premi letterari ed è membro di numerose giurie di concorsi.

Rosa Elisa Giangoia

Conosco Rosa Elisa Giangoia da diversi anni. E’ una persona squisitamente disponibile e generosa, una scrittrice colta e di garbo raffinato. La prima volta che l’ho incontrata – ad un convegno organizzato dall’amico scrittore ed editore Alessandro Ramberti di Rimini – e che ho ascoltato la sua relazione storico letteraria, sul tema del convegno, ho capito subito che ero di fronte a un vero “pozzo di conoscenza”, ad una personalità forte e consapevole, con un bagaglio culturale altissimo e con un’esperienza di vita che, inevitabilmente, si riflette in modo indelebile sul suo modo di relazionarsi col mondo. Rosa Elisa, del resto, ha insegnato per anni ai licei lingua e letteratura italiana, latina, greca, ha formato insegnanti in Italia e all’estero, conosce i classici e ne è appassionata a tal punto da riscriverne ancora oggi con commenti in latino e, tra l’altro, è anche collezionista di opere d’arte – passione che ha sempre coltivato con il marito – e curatrice di eventi culturali di altissimo livello nella sua Genova. Con me ha collaborato in diverse occasioni – per l’antologia “Omaggio a Giorgio Caproni” con un suo saggio, per l’antologia di racconti “Amori dAmare” con un suo racconto (antologie da me curate) ad esempio – e ci siamo sempre trovate in perfetta sintonia. La sua poesia la scopro adesso, insieme ai lettori di Missione poesia, ai quali racconterò le mie impressioni e il mio parere sull’ultimo suo lavoro La vita restante, edito da De Ferrari di Genova nel 2014.

Ma, prima, faremo anche un accenno all’altro libro della Giangoia, uscito sempre nel 2014 per Nemapress Edizioni di Alghero-Roma, ovvero: Margheritae Animae Ascensio (L’ascensione dell’anima di Margherita, da intendere come Margherita di Brabante).

Margaritae Animae Ascensio

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Margaritae Animae Ascensio è, in pratica, un atto unico teatrale – scritto in versi – nel quale rivive come protagonista Margherita di Brabante, la giovane sposa di Enrico VII di Lussemburgo, ultimo imperatore disceso in Italia per cercare di restaurare la supremazia imperiale, in una terra ormai in continuo conflitto per le lotte tra Guelfi e Ghibellini, e in continuo disfacimento morale per gli intrighi e le ambizioni delle varie famiglie predominanti dei vari staterelli. In questo contesto e con questi scopi, spinto dall’idea di ricostruire un impero che potesse garantire pace e giustizia, Enrico VII avrà sempre al suo fianco la fedele moglie Margherita che si adopererà a intrecciare relazioni, a costruire mediazioni, a sostenere il marito nel periglioso viaggio fino al sacrificio estremo della vita quando, ancora giovanissima, la stessa morirà a Genova, nel 1313, presumibilmente di peste, contratta dall’esercito sotto le mura di Brescia. Com’è noto, tra l’altro, lo stesso Dante condividerà e parlerà dell’ideale dell’Imperatore, indicativamente nello stesso periodo, nel De Monarchia.

Questa, in estrema sintesi, la vicenda storica che vede coinvolta Margherita di Brabante, dalla cui vita la Giangoia prende spunto per la realizzazione del suo testo teatrale.

Ma qual è l’incipit che l’ha portata a interessarsi del personaggio, l’idea o la situazione che l’ha colpita a tal punto da invogliarla a scrivere su di lei quest’opera? E’ l’autrice stessa che ce lo dice nella sua introduzione al libro: «Il volto di Margherita di Brabante fu per me, nell’infanzia, la rivelazione della bellezza nell’arte. Avevo nove anni, quando vidi per la prima volta la ricostruzione del monumento funebre che Giovanni Pisano aveva scolpito per lei, nelle sale di Palazzo Bianco a Genova, dove mio padre mi aveva accompagnato una domenica mattina. Incontrare il suo luminoso ed intenso sguardo mi aprì alla comprensione che al di là della bellezza delle persone, di quella dei paesaggi e dei fori, c’era la bellezza della creazione artistica. Il suo sguardo mi fece uscire dall’infanzia e mi arricchì di una nuova consapevolezza…».

Un incontro dunque da cui si stabilisce un rapporto, che si rivelerà duraturo e indissolubile, dal quale nasceranno riflessioni e considerazioni, stimoli ed emozioni che porteranno l’autrice a considerare l’arte come veicolo di bellezza, come testimone dell’innata capacità dell’uomo di essere l’artefice di tali meraviglie capaci di innestare – nelle sensibilità più ricettive – stimoli così significativi da permettergli di generare altra bellezza, riversandola in altrettanta arte.

Perché di arte stiamo parlando anche nel caso della scrittura teatrale pensata dalla Giangoia per dare voce alla creatura Margherita che, per completare le coincidenze che permettono l‘origine delle cose, va a morire proprio a Genova, città dove nasce, vive e opera la nostra autrice. Dunque, attraverso l’uso di uno stile alto – quale si confà all’argomento trattato e al contesto altamente spirituale nel quale viene inserita la scrittura scenica – Margherita racconterà la sua storia dal suo stesso sepolcro, alternandosi nel racconto con alcune voci maschili che serviranno come commentatrici della vicenda: Tebaldo Brusati, signore di Brescia, due Angeli, le Virtù Cardinali (Fortezza, Giustizia, Prudenza, Temperanza), quattro Fedeli e un loquace Diavoletto. Dall’infanzia all’adolescenza e al matrimonio, Margherita risulterà così una figura efficace e consapevole del proprio ruolo di regina, che assume già all’età di diciassette anni, ponendosi al fianco del consorte come punto di riferimento e sostegno concreto nella sua impresa, quale portatrice di valori cristiani nelle opere di pietà rivolte a poveri in più occasioni durante il viaggio, quale moderatrice, seppure inascoltata, verso gli impulsi di guerra del sovrano, comprendendo molto prima di lui l’errore politico, della deviazione verso Genova, dove lei stessa, come detto, troverà la morte. La figura di Margherita raggiunge, nella scrittura e nelle intenzioni della Giangoia, il livello altissimo di colei che viene affidata ai due Angeli, affinché la trasportino nel regno dell’eternità, in un luogo-non luogo, in uno spazio-non spazio che non sono più quelli della sua vita.

Margherita di Brabante

Parlare di Margherita ha dato modo all’autrice di affrontare – in modo significativo – anche il tema della figura della donna nell’epoca in questione, durante la quale questa sembra venir recuperata e valorizzata – come dice la Giangoia stessa – «…sull’onda della rinnovata devozione alla Madonna, dovuta agli ordini Domenicano e Francescano, come testimonia pure la coeva produzione poetica.». Certo è che l’imperatrice ci appare rappresentata in tutta la sua bellezza e ricchezza interiore, dando un vero senso cristiano sia alla vita che alla speranza in un mondo ultraterreno di pace e serenità, ci appare come un’anima privilegiata per i suoi meriti dal Creatore stesso che la fa assurgere nel regno dei cieli, ci appare – se pure così lontana nel tempo – come una sorta di punto di riferimento per chi avesse timore di valicare certi ostacoli, di avventurarsi in percorsi accidentati per nobili e fini ideali, come stimolo per non arrendersi. L’autrice, in questo, non si è certo sottratta a donarci tutta la carica empatica che la lega alla protagonista del suo scritto, rendendola – grazie ai suoi artifici retorici e scritturali – parimenti cara e viva anche all’attenzione del lettore moderno.

Riportiamo un breve passaggio dell’opera:

Margherita di Brabante:

Ma io preferivo i misteri della notte

scrutando le stelle nel buio

per decifrare il mio futuro di donna.

Era grande e ben difeso il mio castello,

doppio per lo specchiarsi nell’acqua

nei pochi giorni lunghi di luce.

A me piaceva il giardino

dove la fontana gorgogliante

mi teneva compagnia,

ben difeso dall’alto muro

perché l’invadenza della foresta

non minacciasse le rose

rampicanti sui graticci di legno,

che coglievo per adornare l’altare.

Ma amavo di più le digitali purpuree,

selvagge e altissime nelle selve

che nelle notti di luna piena

sembravano raggiungere il cielo.

E al mattino con mano ansiosa

allontanavo dagli occhi i sogni della notte,

mentre il vento si portava via i miei segreti

ed io regalavo i miei desideri al nuovo giorno.

*****

La vita restante

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>Questo libro di Rosa Elisa Giangoia è l’ulteriore conferma che la poesia italiana si trova ad una svolta formale che porta nella direzione della forma poematica. Dopo il lavoro su Margherita di Brabante, infatti, l’autrice torna a presentarci ne “La vita restante” un primo testo che, in apertura di libro, presenta la particolare forma del poemetto. Il respiro lungo della poesia dunque, a cui molti autori oggi affidano la propria poetica, è qui frequentato per raccontarci una storia vera e commovente, attualissima e socialmente significativa: quella dell’emigrante genovese Salvatore, detto Salî, che ai primi del ‘900 parte per l’America in cerca di fortuna e di soldi. In un alternarsi di speranze e delusioni, in un’ambientazione d’epoca ottimamente riuscita, Giangoia ci rende partecipi dunque delle vicende del giovane protagonista che affronta, contemporaneamente al percorso lavorativo, anche quello di crescita interiore che lo riporterà, dopo tante peripezie, al punto di partenza, alla sua città natale nella quale ritroverà – se pure in modo completamente diverso – la propria identità, ricco non solo economicamente ma anche d’esperienza di vita e di consapevolezze inaspettate.

E’ limpida la scrittura della nostra autrice, non ci sono spazi per incomprensioni o dubbi: tutto è talmente chiaro e ben descritto, ordinato e esaudiente, tanto da far rimanere il lettore soddisfatto e in pieno accordo con i sentimenti e le conclusioni del protagonista. Una poesia schietta e sincera che tende alla verità e la trova, la racconta, semplicemente in una dimensione affascinante e affabulatoria che convince per la sua esemplarità.

Ma il libro continua, lo stile cambia leggermente, si fa forse meno sofisticato nel verso che trema per la commozione, non meno vera e non meno reale, nei testi dedicati al marito precocemente scomparso, ai genitori che non ci sono più, ad un tentativo di rinascita nella solitudine forzatamente conquistata come esperienza di vita, nella casa di campagna dove la natura fa da sfondo ad un recuperò di serenità contemplativa. Sullo sfondo il mondo con i suoi luoghi più lontani, le città, le realtà diverse e magnifiche che arricchiscono l’esperienza e curano l’anima dai dolorosi ricordi. Un camminare senza protezione, un navigare a vista senza perdere il controllo, un desiderio di pace nell’attesa di ricongiungersi con gli affetti, in un aldilà percepito come uno spazio dell’anima dove tutto si sa e niente dovrà essere chiesto.

La lucidità estrema e la preziosità di molti dei passaggi lirici del testo conferiscono al libro una sorta di sacralità – certo sentita dall’autrice – nei confronti della poesia, che diventa strumento lieve ma amplificato di lettura e resoconto dei fatti della vita dopo un ascolto di tutti quei moti che ne fanno parte, nel bene e nel male. Un libro che si legge tutto d’un fiato, senza inciampi interpretativi, lessicali o stilistici che rappresenta in toto la personalità dell’autrice limpida anch’essa e scevra da impalcature d’immagine falsamente costruite o, peggio, preconfezionate.

Alcuni testi del libro: “La vita restante”.

Emigrante. A Salvatore, dettò Salî.

(inizio del poemetto)

Quando arrivò ad Ellis Island

il mare si era appena svegliato

con l’alba e Salî si voltò indietro

per cercare un sorriso nel vento,

ma incontrò solo gli occhi di un gabbiano

che lo guardavano curiosi

e lo invidiò, vedendolo volar via.

A Genova, al di là dell’oceano,

era rimasta Cinna, il suo amore,

a sperare un marito più ricco.

Lui aveva lo sguardo azzurro della gioventù

ed il capo folto di capelli biondi,

ma solo al mondo e con pochi soldi,

cedeva al richiamo dell’avventura.

Era il 13 aprile del 1903, un lunedì […]

*****

da: A Mino

2.

Per questo sei stato:

perché io ti potessi ricordare

ora che appartieni alle profondità

delle memorie mute.

Quando ti penso

vorrei penetrare dove tu che non ti svegli

dormi in silenzio dentro quella notte

che io non conosco ancora.

Di tutto quel che è stato

non rimane neppure la voce

di un fiume che rapido scorre.

*****

da: Domus Picta

Voglio bene al melo del mio orto:

guardare l’azzurro del cielo

attraverso la tramatura

dei suoi rami in fiore

conferma la fiducia

nella vita che ritorna

dopo il gelo dell’inverno,

in attesa delle lucciole

nelle notte d’estate.

*****

da: Vita

Dalla finestra

Nelle giornate di vento

ho visto le bianche fauci delle onde

scintillante di spuma

le une dietro le altre

poi l’azzurro vorace

le seppelliva nel grigio turbinoso.

Quando il cielo sopravvive di luce

per gli ultimi brandelli dorati

sui giganti ferrigni del porto

i passi del tempo

inesorabili sulle acque sempre più scure

si confondono

e sprofondano

nella terra friabile della memoria

l’eredità di dolore.

*****

da: Memorie

Ai miei genitori

Le parole che non vi ho detto

non si sono perse

nel tempo che mi è mancato.

Sono rimaste assetate

nella bocca vuota:

il tempo distratto

ci ha tradito.

Le parole che non vi ho detto

stanno qui ad aspettarvi,

sul bordo dell’anima,

custodite dall’amore.

C’incontreremo

per riannodare i fili spezzati

e per tessere le trame interrotte;

recupereremo le verità taciute,

con le parole rimaste nella bozza,

senza avvizzire.

Cinzia Demi

Bologna, gennaio 2015

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