Ferrara in « Cinque storie ferraresi. Dentro le mura » di Giorgio Bassani.

Rubrica Un libro Una città. Giorgio Bassani (1916-2000) ha vissuto fino al 1943 a Ferrara, città che diventerà per sempre teatro delle sue opere letterarie.

Un libro una città La raccolta delle ‘Cinque storie ferraresi’, pubblicata per la prima volta nel 1956 da Einaudi (premio Strega di quell’anno), tratta sopratutto del fascismo e dell’immediato dopoguerra, e riflette l’attivo impegno antifascista dell’autore in quegli anni.

Il racconto centrale, “Una lapide in via Mazzini”, viene precisamente ambientato nel centro storico della città, in quella strada dove oggi ancora è ubicata la sinagoga di Ferrara al N° 95 di via Mazzini:
“[…] Partendo da piazza delle Erbe e fiancheggiando il quartiere dell’ex ghetto – con l’Oratorio di San Crispino all’inizio, le strette fessure di via Vignatagliata e di via Vittoria a mezzo corso, la facciata di cotto rosso del Tempio israelitico, un poco più avanti, – […] funziona ancora oggi da tramite fra il nucleo più antico e la parte rinascimentale e moderna della città”.

Ferrara in "Cinque storie ferraresi
Ingresso sinagoga e lapide via Mazzini – Ferrara

Il racconto si apre sul protagonista:

Quando, nel agosto del 1945, Geo Josz ricomparve a Ferrara, unico superstite dei  centottantatré membri della Comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato in Germania nell’autunno del ’43, e che i più consideravano finiti tutti da un pezzo nelle camera a gas, nessuno in città da principio lo riconobbe”.

Il primo incontro che farà poi Geo Josz davanti al Tempio israelitico sarà tutt’altro che banale:
Immersa nel fulgore e nel silenzio del primo pomeriggio, un silenzio interrotto a larghi intervalli dagli echi di spari lontani, via Mazzini appariva, vuota, deserta, intatta. E tale era apparsa anche al giovane operaio che dall’una e mezzo, montato sopra una piccola impalcatura con un berretto di carta da giornale in testa, si era messo a trafficare attorno alla lastra di marmo che gli avevano dato da affiggere a due metri d’altezza contro il mattone polveroso della facciata della sinagoga. La sua presenza di contadino costretto a inurbarsi per colpa della guerra e a improvvisarsi muratore si era subito perduta nella luce […].
I primi a fermarsi erano stati due giovanotti, due partigiani barbuti e occhialuti coi pantaloni corti al ginocchio, il fazzoletto rosso al collo, il mitra a bandoliera: studenti, signorini di città – aveva pensato il giovane muratore-contadino, udendogli parlare e voltandosi un attimo a sbirciarli -. Ad essi appena più tardi si era aggiunto […] un borghese, un sessantenne dalla barbetta pepe e sale, l’aria spiritata, la camicia aperta sul petto magrissimo […]. Il quale borghese, dopo aver cominciato a leggere a mezza voce ciò che presumibilmente stava scritto sulla lapide, ed erano nomi e nomi, a un certo punto si era interrotto per esclamare con enfasi: “Centottantatré su quattrocento!”, come se quei nomi e quelle cifre potessero riguardare direttamente anche lui […] che a Ferrara si trovava per caso, non aveva intenzione di fermarsi nemmeno un giorno di più del necessario, e intanto badava al suo lavoro e a niente altro. Ebrei, adesso sentiva dire da un numero crescente di persone. Centottantatré ebrei deportati in Germania, e là morti, nelle solite maniere, su quattrocento che ne vivevano a Ferrara prima della guerra. Tutto chiaro. […] Data l’aria che ancora tirava, meno cose sapeva, di ebrei, di non ebrei, e di tutto, tanto di guadagnato.
Ed era il povero ragazzo così deciso a non volere saper nulla – perché gli bastava lavorare, a lui, non si interessava di altro -, così pieno di diffidenza nei confronti di chechessia, mentre […] volgeva la schiena ostinata contro il sole, che a un certo punto, sentendosi toccare una caviglia (“Geo Josz?”, diceva una voce beffarda), si girò indietro di scatto, incollerito.
Gli stava dinanzi un uomo basso, tarchiato, il capo coperto fin sotto gli orecchi da uno strano beretto di pellicia. Come era grasso! Sembrava gonfio d’acqua, una specie di annegato. Tuttavia non c’era da averne paura, giacché, di certo per guadagnarsi la sua simpatia, rideva.
Divenne serio e indicò la lapide.
“Geo Josz?”, ripeté.
[…]Eh già -sospirò -: la lapide avrebbe dovuto essere rifatta, dato che quel Geo Josz, lassù, cui in parte risultava dedicata non era altri che lui stesso, in carne e ossa”.

In seguito Geo Josz s’imbatte in diverse persone dalle reazioni variabili secondo la loro posizione sociale e/o politica, queste persone offrono un quadro completo del contesto storico di Ferrara a cavallo tra il fascismo e la Repubblica di Salò, la Resistenza, la Liberazione, la guerra civile, fino alle elezioni del 48. Geo Josz diviene per la sua sola presenza insolita un fattore di disturbo, un guastafeste che non permette agli altri di godere di ciò che hanno ottenuto, o di dimenticare gli eccidi a cui hanno preso parte.

Non è un impresa facile riuscire in così poche pagine a scrivere la Storia di una città in un periodo talmente drammatico. Però, nonostante il contesto, Bassani analizza la situazione usando un umorismo sottile, che ne rende la lettura affascinante.
Pertanto abbiamo a che fare con un racconto storico vero, ed è per di più un grande piacere ritrovare nella città attuale di Ferrara tante testimonianze viventi dei luoghi (strade, piazze, palazzi, monumenti e… lapidi) evocati da Bassani, che resta, in questo modo, vivente per tutti noi.

Françoise Lamblin


Cinque storie ferraresi – Dentro le mura, di Giorgio Bassani (Einaudi tascabile)

un libro una città Altritaliani«Le Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, nella letteratura italiana moderna, hanno la medesima importanza delle innumerevoli bottiglie e fruttiere che Giorgio Morandi consegnò alla pittura del Novecento: concludono un mondo e, immediatamente dopo, ne aprono un altro» (Eraldo Affinati)

Lida Mantovani, ragazza madre che sposa un brav’uomo senza riuscire ad amarlo; il medico ebreo Elia Corcos, solitario appassionato di scienza che sceglie una moglie cattolica e di origini contadine; Geo Josz, sopravvissuto ai lager che tutta la città vive come un corpo estraneo; Clelia Trotti, anziana militante socialista morta in carcere durante l’occupazione nazista; il farmacista Pino Barilari, paralitico, testimone nella notte del dicembre ’43 della sanguinosa rappresaglia delle brigate nere contro gli antifascisti.
Cinque storie che raggiungono un valore assoluto e indimenticabile, cinque vicende tragiche che mettono in evidenza gli aspetti piú infami del fascismo e non risparmiano le colpe e le ipocrisie di chi ha accettato la sicurezza del conformismo, della viltà o dell’opportunismo.

Questa edizione delle Cinque storie ferraresi (Premio Strega 1956) è quella proposta nella loro ultima versione, rivista e approvata dall’autore.

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