La cinquina del Premio Strega 2019, dove il libro sembra superfluo

Il Premio Strega è considerato il riconoscimento letterario italiano che gode di maggior prestigio, non solo nel Belpaese, ma anche in Europa e nel resto del mondo. È naturale, quindi, che sui libri selezionati si concentri una giustificata attenzione e non solo da parte dell’editoria. La cinquina del Premio Strega 2019 è stata votata da poco e in lizza per lo sprint finale ci sono le opere che ordiniamo in base ai voti ottenuti:

Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani
Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Mondadori
Marco Missiroli, Fedeltà, Einaudi
Claudia Durastanti, La straniera, La nave di Teseo
Nadia Terranova, Addio Fantasmi, Einaudi

Questo per dovere di cronaca.

Ma l’occasione che mi si offre è troppo ghiotta per non lasciarmi andare ad alcune considerazioni a rischio di apparire prevedibile, se non inutilmente polemico – è lo spirito dei tempi-.

Natalino Fioretto Stranieri Perugia autore Altritaliani

La prima considerazione riguarda i libri in quanto tali che sono, o dovrebbero essere, i protagonisti del Premio. “Dovrebbero” perché  l’attenzione dei mezzi di comunicazione non è posta sui libri, ma sui loro autori, fin dal comunicato stampa ufficiale della cinquina che ne mette in grassetto i nomi a tutto discapito dei titoli che sono in un filologicamente corretto corsivo.
L’ANSA, dal canto suo, titola: «Premio Strega: Scurati guida cinquina, seconda Cibrario» , quasi a enfatizzare la situazione, il catenaccio – o sottotitolo che dir si voglia – dell’ANSA è questo: «Poi Cibrario, Missiroli, Durastanti e Terranova- Cereda prima degli esclusi».
Non è da meno Repubblica che scrive: «Libri, Premio Strega: Antonio Scurati con 312 voti guida la cinquina» e il Corriere segue a ruota: «Premio Strega, ecco la cinquina. In testa Antonio Scurati».
Innegabile la tendenza a preferire l’autore al libro, come dimostra il titolo de Il Secolo XIX: «Strega 2019: Scurati, Cibrario, Missiroli, Durastanti e Terranova nella cinquina».

Si potrebbe obiettare che le testate citate rispondono a esigenze diverse rispetto a quelle di settore. Non è così:  Il Libraio, per fare un esempio,  titola: «Premio Strega 2019, ecco la cinquina: Scurati primo in semifinale».

A leggere questi titoli, viene da pensare  – e l’idea è tutt’altro che peregrina – che del libro, argomento attorno a cui lo Strega ruota, non interessi, o meglio, rivesta un ruolo marginale, di contorno. L’importante è chi l’ha scritto, non cosa abbia o, peggio ancora, come abbia scritto.

Non si può rimanere più che perplessi dinanzi alle case editrici finaliste. Su cinque libri che dovrebbero rappresentare il meglio della produzione narrativa italiana dell’ultimo anno, tre titoli appartengono allo stesso gruppo editoriale – Mondadori – e due allo stesso marchio – Einaudi -. Gli altri titoli sono uno della scuderia di Elisabetta Sgarbi, La nave di Teseo, e l’altro di Bompiani, che a  concorrenza e del mercato ché altrimenti sarebbe stata anch’essa Mondadori.

Chiediamoci allora, come lettori, possibile che nell’anno in corso in Italia nessuna altra casa editrice abbia avuto il fiuto o la ventura di pubblicare nulla di interessante, tanto che  la rosa dei finalisti si è dovuta scegliere là in un paniere così poco variegato? Anche a voler rimanere in ambiti meno ampi, è possibile che solo tra i nomi dei «grandi» editori in Italia alligni la genialità? Francamente  non  riesco a concepire che il meglio della narrativa italiana sia appannaggio dei soliti “notissimi” nomi, sia detto tanto per le case editrici quanto per gli autori.

Sia chiaro, non sto sostenendo che i titoli che compongono la cinquina finalista del Premio Strega 2019 non siano validi, al contrario, ma, da lettore a volte un po’ troppo frenetico, ma sempre attento, non riesco a non notare che ci si limiti ad ammirare estasiati il paniere piuttosto che gettare uno sguardo curioso sul contenuto.  È lo Strega bellezza.

Natale Fioretto
(Università per Stranieri di Perugia)

IIC Paris Altritaliani

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