Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia – Siena 2019

Il cammino della lingua italiana ha fatto tappa a Siena dal 4 al 7 aprile. Ce ne parla Daniela Cundrò, dottoranda presso l’Università per Stranieri di Perugia.

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Si è appena conclusa a Siena la terza edizione di “Parole in Cammino – Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia”, progetto pensato come un itinerario sull’italiano fra passato, presente e futuro, senza trascurare il contributo portato alla storia linguistica, sociale, culturale dell’Italia dalle tante altre “lingue” presenti sul territorio (dialetti, lingue minoritarie, linguaggi giovanili, lingue di contatto, gerghi tecnologici, ecc.), dalle maggiori lingue di cultura (con riferimento alla traduzione letteraria, alle parole “in viaggio”, alle nuove forme di “capitalismo linguistico”, ecc.) e dalla comunicazione non verbale (la lingua dei segni, il linguaggio del corpo).

Il Festival è stato promosso dall’associazione “La parola che non muore”, con la direzione artistica di Massimo Arcangeli e in collaborazione con Comune di Siena, Università di Siena, Università per Stranieri di Siena, Miur (Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione), Accademia dei Rozzi, Comitato di Siena della Società Dante Alighieri, Libreria Palomar, Associazione Culturale “Il Liceone”, Contrada della Chiocciola.

 

Festival dell'italiano e delle lingue italiane recensione

Nel corso dell’inaugurazione, che si è tenuta il 5 aprile a Siena a Palazzo Patrizi alla presenza dei rettori dei due atenei di Siena, proff. Francesco Frati e Pietro Cataldi, sono state affrontate diverse tematiche connesse allo studio e alla promozione della lingua italiana. La prima è relativa alla diffusione della lingua italiana, che può essere facilitata e amplificata dalla collaborazione tra le istituzioni culturali che si occupano di promuoverla in Italia e nel mondo.

«Questo Festival è un importante esempio di collaborazione tra enti che promuovono la crescita intellettuale e professionale del territorio nel quale operano, ricorrendo anche alla trattazione di tematiche profondamente complesse, quale l’evoluzione di una lingua, in una modalità che sia accessibile al grande pubblico e che offra un arricchimento sociale» ha detto il prof. Frati, rettore dell’Università di Siena. Una ricchezza accessibile a tutti, dunque, sulla quale ha concordato anche il rettore Cataldi, evidenziando la necessità di «valorizzare la parola parlata come se fosse un manufatto e di ripartire dall’uso creativo e pratico del linguaggio».

Tali visioni strategiche si sono affiancate all’analisi di tre ulteriori importanti aspetti del panorama linguistico italiano, che sono l’utilizzo dell’italiano nelle scuole, le politiche linguistiche nel mondo e la grammatica dell’italiano adulto.

La prima questione è stata affrontata da una rappresentante del MIUR – Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione -, la quale ha parlato della necessità di ripartire dalla capacità di parlare, raccontare, esprimere emozioni ed esporre il pensiero critico, soprattutto nelle scuole.

«Non si può prescindere da una scuola che promuova le capacità dell’immaginazione e dell’invenzione. Un futuro in cui non si lavori con l’immaginazione e la creatività, che passano soprattutto attraverso un opportuno utilizzo della lingua italiana, è un futuro distopico e noi dobbiamo essere liberi di immaginare un futuro che non lo sia.»

Dante Alighieri Siena 2019La seconda tematica è stata affrontata dal Segretario Generale della Dante Alighieri Alessandro Masi. Nel corso del suo intervento dal titolo “L’italiano fuori d’Italia”, Masi ha parlato dell’importanza di prendere coscienza del fatto che la diffusione della lingua italiana all’estero necessiti di una nuova strategia che riparta dalle logiche di mercato e dalle reali esigenze di coloro che si avvicinano alla lingua italiana, per sviluppare politiche linguistiche adeguate.

«In Italia dobbiamo cominciare a pensare e a capire che vivere in un mondo globalizzato significa essere guardati in maniera differente dagli abitanti che vivono in diverse parti del mondo. La lingua italiana alla quale sono interessati gli abitanti del Qatar è la lingua dei prodotti di alta gamma, dell’Italia del lusso, della moda, delle vacanze e delle grandi eccellenze. Non è di certo l’italiano al quale guardano dall’Argentina e che viene usato dagli abitanti di quel Paese, perché in Argentina l’Italia viene vista e vissuta in maniera differente. In Sud America ci saranno i figli o i nipoti del lombardo, del piemontese, del laziale e quindi nei confronti della lingua prevarrà un aspetto nostalgico. In più, l’Italia in qualche modo chiama gli argentini anche con la realtà universitaria, che garantisce una prosecuzione nello studio. Poi c’è ancora un’altra Italia, quella vista dai Balcani…e così via. Non possiamo, dunque, omologarci in pensieri statici, ma dobbiamo rispondere allo sviluppo della globalizzazione, che per certi versi ci ha ancora di più avvicinato a tutto il mondo, che appare sempre più piccolo e nel quale la competizione si deve giocare a livelli di altissima qualità. Per tali ragioni, sarebbe importante avere una struttura economica a supporto della ricerca scientifica nella glottodidattica e nell’utilizzo delle nuove tecnologie per l’insegnamento. L’Italia ha una responsabilità mondiale sul piano culturale, legata soprattutto agli snodi storici che hanno contribuito alla nascita dell’era moderna, primo tra tutti il Rinascimento. E da questo grande serbatoio bisognerebbe ripartire per offrire al mondo una base solida, soprattutto ai giovani, nell’ambito dello studio.»

Vittorio Coletti ha, infine, parlato della grammatica dell’italiano adulto, trattando un tema che è molto “di moda” sui social – e non solo -, relativo all’uso transitivo di alcuni verbi intransitivi come “sedere” e “salire e scendere”. Coletti ha spiegato l’origine del “problema”, spiegando molto chiaramente perché esistano alcune regioni di Italia e paesi europei, come la Francia, nei quali questi termini alle volte si usano con il complemento diretto.

«La prima osservazione è che una zona di cambiamento che riguarda questi verbi è un’estensione della costruzione intransitiva, cioè verbi che in passato erano prevalentemente intransitivi, via via sono diventati anche transitivi, come il verbo vivere, tipico verbo intransitivo, che si dice che in un solo caso diventi transitivo, come nel caso di “vivere la vita”. In realtà, però, sempre di più si sente dire “vivere la natura” o “vivere la montagna”. Ma questo processo si deve vedere nella sua interezza. Nelle lingue romanze, alcuni verbi come “uscire” hanno normalmente una costruzione transitiva; in francese si dice, ad esempio, “sortir le chien”, che significa “far uscire il cane”. Perché quindi in Francia e in alcune zone d’Italia tali verbi si usano in modo differente rispetto alla tradizione linguistica? La spiegazione si può dare facendo due esempi. Nella nostra lingua possiamo trovare casi in cui si dice “sedete il bambino sul seggiolino”, ma mai casi in cui si dica “sedete il dottore – o l’avvocato – sulla seggiola” perché, a meno che l’avvocato – o il dottore – non si siano sentiti male, non c’è bisogno di metterli su una seggiola, perché normalmente si siedono da soli. E invece quando diciamo “sedete il bambino sul seggiolino” è sottinteso che il bambino non si sieda da solo, ma che qualcuno lo metta sul seggiolino. Così come i meridionali che dicono “esci il cane”, non direbbero mai “esco il dottore – o l’avvocato –”, perché il dottore o l’avvocato escono da soli e soprattutto chi pronuncia la frase non è costretto a uscire con loro. Mentre “esco il cane” sottintende “esco anche io, con il cane”. Questo ci dice che nella sintassi, cioè nel raccordo tra le parole, i cambiamenti e le innovazioni sono spesso legate a percezioni della realtà che la tradizione grammaticale non consente di vedere precisamente. Riprendendo l’esempio di “uscire il cane”,  nei vocabolari francesi di fine Cinquecento si legge che il verbo sortir accetta un complemento diretto se questo complemento è un qualcuno che non ha autonomia di movimento. Per cui non si esce il dottore ma si può uscire il cane. Questo non vuole essere un tentativo per legittimare un costrutto o un altro, ma un modo per spiegare come la lingua produca degli interventi sulla sua stessa struttura, anche piuttosto importanti, cercando di rispondere a delle percezioni della realtà che hanno delle sfumature diverse. Un conto è un bambino, che devo “sedere” io, un conto è una persona autonoma, che si siede per conto proprio. In questo caso, si vede anche come funzioni la dinamica dell’innovazione, che passa molto spesso attraverso l’errore, il quale non è soltanto legato al fatto di aver messo un complemento diretto dove non andava messo, ma soprattutto all’aver costruito un verbo in una forma che, in teoria, dovrebbe ammettere il suo capovolgimento al passivo, perché la regola del verbo che ha un complemento diretto è che se io dico “il bambino mangia la minestra” è accettata anche la frase “la minestra è mangiata dal bambino”. Ma se io accetto la frase “Giorgio esce il cane” non posso dire “il cane è uscito da Giorgio”, anche perché la frase non esiste. Comunque quale sarà l’uso di questi costrutti in futuro lo dirà soltanto il tempo.»

Una chiarissima e importante spiegazione dell’uso di certe forme della lingua italiana, soprattutto a livello regionale e popolare, che non dipende dalla preparazione culturale di un popolo, ma da un utilizzo della lingua, specie quella parlata, che è legato a diversi modi di percepire la realtà, oltre che a ragioni di efficacia e sinteticità.

Daniela Cundrò
Dottoranda in “Processi di internazionalizzazione della comunicazione” presso l’Università per Stranieri di Perugia
www.italianlanguageinthemedia.it

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Daniela Cundrò
Daniela Cundrò, nata in Sicilia, si è laureata in “Scienze della Comunicazione” all'Università di Siena. Giornalista, ha frequentato la “London School of Journalism”. Dopo un’esperienza annuale come "Italian Language Assistant” presso lo “Scripps College” di Claremont (California), all'Università per Stranieri di Siena ha conseguito la certificazione "Ditals II" per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri. Dal 2004 lavora all'Università di Siena, dove svolge attività di informazione e comunicazione online e offline, soprattutto in ambito internazionale. È direttrice della newsletter “EDIC Siena” del Centro Europe Direct Siena. Insegna lingua italiana presso scuole private ed enti pubblici con un approccio didattico che utilizza tecniche giornalistiche per migliorare la conoscenza della lingua italiana e per una formazione professionale nel campo della comunicazione e del giornalismo. Attualmente è dottoranda in “Processi di internazionalizzazione della comunicazione” presso l’Università per Stranieri di Perugia.

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