Duecento anni di infinito

Quest’anno segna il 200esimo anniversario della più celebre poesia di Giacomo Leopardi, «L’Infinito», ammirata non soltanto da poeti e da scrittori, ma anche da filosofi e da scienziati (Evento previsto all’IIC Parigi).

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CANTO XII – L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

*

Sono anch’io tra coloro che si sono inebriati al rapimento dell’Infinito di Leopardi, che ora compie duecento anni.
Un’apparizione certo e soprattutto una musica compagna, una visione salvifica che trova le vie disusate del cuore, ne cura l’aridità, gli dà vigore, corrobora la speranza.

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Il prodigio di tale apparizione nasce da una feconda ed insospettata contraddizione. Nasce dalla cultura illuministica, dalla ragione che esclude la trascendenza ed insieme dispera della sua sparizione, nasce dal fallimento rispetto all’uomo dei lumi e fonda la sua grandezza nella possibilità di accedere all’infinito sia pure in forma provvisoria e precaria.

Non è un caso che l’infinito appaia nella brevissina poesia ripresa poi dagli eredi di Leopardi nel folgorante “M’illumino d’immenso” di Ungaretti, come l’illuminazione degli orientali e molti critici si sono provati a leggerlo in questa direzione.
È l’estasi buddista.

Essa trova nella nostra letteratura  un solo corrispettivo, Dante, che coglie per un attimo, nel processo di elevazione, il senso della divinità e cerca di comunicarlo.

Anche Leopardi dà la dimensione dell’infinito.
Ci sono due determinazione principali: “sedendo e mirando” ed una connotazione spaziale: “di là”, ma sedendo e mirando interminati spazi di là da quella, ossia la siepe.
Del verbo mirare tutti i commentatori hanno speso  concetti per approfondire e spiegare.
Mirare non è solo guardare, ma guardare con incantamento per così dire.

La lezione dei provenzali e del Dolce stile ha permeato la costruzione della lingua poetica leopadiana.
Essa è divenuta lieve e nel contempo profonda: si è arricchita di senso e ha acquisito leggerezza.

Mi sovvien l’eterno. Il nucleo è qui. In modo semplicissimo Leopardi costruisce l’ultra fisicità che dà l’accesso all’infinito con una rapidità pari all’intensità.

Le letture critiche da Francesco De Sanctis, che insiste sulla natura, a Luporini ed alla sua ultra filosofia, dall’accostamento con Baudelaire ad Antonio Prete, hanno esaltato l’elemento straordinario di novità della poesia.

Ma il nucleo centrale è la felicità. Il segreto della felicità è qui espresso chiaramente.

Quello che per l’illuminismo erano le magnifiche sorti e progressive, qui diviene silenzio, immersione in una dimensione di eternità, accesso ad essa.

La felicità è libertà nello spazio e nel tempo.

Infinito Leopardi Altritaliani

Rilke traduce in tedesco L’infinito.
La suggestione del poeta si manifesta in modo profondo nella poesia dell’angelo, dell’invisibile e dell’elemento spirituale che permea la realtà.

Ma da noi con Montale il rapporto con la poesia infinita si rivela profondo.
Lo sguardo, il muro, il male del vivere sono temi infiniti in Montale, evidentemente, potentemente contagiati.
Ma anche Cardarelli e Caproni sono considerati tra gli eredi dell’infinito.

La poesia brevissima ed infinita rivela il suo immenso fascino, il suo potere orfico.

Davvero come Orfeo, dopo duecento anni, Leopardi è in grado di trascinarci fuori dalle pesanti ombre della morte.

Carmelina Sicari

 

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