Dimmi le parolacce che usi e ti diro’ chi sei.

“Anche Francesco le diceva” è il titolo del nuovo libro di Natale Fioretto (editore Graphe.it €. 5,00), esperto di linguistica italiana all’Università per stranieri di Perugia, con il quale si affronta, sotto tutti gli aspetti dal semantico al comunicativo, un tema sempre attuale e scabroso: le “maleparole”. Un piccolo ed intrigante viaggio che ci aiuta a conoscerci un po’ meglio, una riflessione sociolinguistica.

anche-francesco-le-diceva-324854.jpg Anche Francesco le diceva, il Santo non il Papa e forse questo è finanche più scandaloso: “ E giungendo a lui frate Ruffino, egli si gli disse per ordine tutta la tentazione ch’egli avea avuta dal dimonio dentro e di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparso era il dimonio e non Cristo, e che per nessun modo ci dovea acconsentire alle suggestioni: – Ma quando il dimonio ti dicesse più: – Tu sei dannato, si gli rispondi: Apri la bocca; mo’ vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch’egli è il dimonio e non Cristo”.

Anche se da sempre osteggiate a scuola come in tutti luoghi pubblici e sacri e per lungo tempo nella TV come alla radio, le parolacce sono sempre più in diffusione. Finanche alla televisione per non parlare della rete dove conquistano sempre più spazio, diventando tratto identificativo dei vari personaggi.

E se lo si dice in televisione…allora non vi sono regole di comportamento che tengano.

Anche i politici ne fanno un largo uso, un segno della leggerezza o se preferite della liquidità degli odierni messaggi politici.

L’invettiva, le parole grevi, le espressioni corrosive e sarcastiche sembrano coprire le difficoltà di contenuti ideali. Come la grilliana (da Grillo) definizione di psiconano a danno di Berlusconi, o lo stesso cavaliere che durante una campagna elettorale definisce gli elettori che votano a sinistra come dei “coglioni” e che dire della Lega con Bossi che gesticolando freneticamente gridava in un comizio che con la bandiera italiana si sarebbe pulito il culo.

Le parolacce tuttavia sono lievitate nel tempo, forse anche seguendo l’evoluzione della comunicazione e della stessa scrittura che sembrano indulgere sempre più verso l’eclatante, lo “spettacolare”. In un contesto culturale come il nostrano, dove la vis polemica è di casa ed ogni confronto dialettico non tradisce mai impeto e passione.
Ma nel suo pamphlet: “Anche Francesco le diceva” Fioretto va ad approfondire anche sul significato di questi termini, spesso usati ed abusati, andandone a cogliere l’evoluzione linguistica e di uso nel tempo. Carpendone l’essenza scatologica verificando l’uso secondo l’azione, dividendo il tipo di turpiloquio, tra oscenità, imprecazioni, bestemmie, con tanto di esempi, mettendo in evidenza come anche in questi casi, la lingua italiana apprende e trasmette regionalismi che diventano con il tempo veri e propri contributi in scala nazionale (abbondano nel lessico quotidiano espressioni a volte turpi ed altre volte fiorite che hanno origine milanese o romana e spesso napoletana).

Interessante, in tal senso, non è solo il ricorso ai dibattiti mediatici o a quelle forme di racconto televisivo, inaugurate con l’avvento del berlusconismo, come la tv “del pianto” o i talk show politici, ma anche l’evoluzione in chiave letteraria e poi teatrale che il turpiloquio ha conosciuto attraverso i diversi registri linguistici, a cominciare dal politichese dei primi anni settanta (si ricorda in tal senso, il celebre “Porci con le ali” di Lombardo Radice e Lidia Ravera del 1976).

Lungi dal fare valutazioni moralistiche, Natale Fioretto evidenzia come la “cattiva parola” incarta in se il portato dell’azione ed esprime il carattere del dicitore, sia esso un politico o un qualunque mortale dei nostri media. Come diceva Dario Fo: “Dimmi le parolacce che usi (noi aggiungeremmo e come le usi) e ti diro’ chi sei, da dove vieni, da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato”.

La parolaccia, edulcorata dalle censure di un tempo, era già presente anche in canzoni come “Malafemmina” del principe De Curtis in arte Toto’, ma, man mano che queste censure sono state travolte dall’evoluzione del costume e del linguaggio, ecco che il turpiloquio diventa strumento di descrizione e d’interpretazione del pensiero.
Personalmente sono convinto che proprio l’avanzare del soggettivo più che dell’oggettivo nel nostro linguaggio (scritto e orale) abbia favorito la sintesi (spesso efficacissima) delle parolacce:

“Senta, non mi stia a cagare il cazzo. Mi dimostri che questa siepe è stata rovinata dalla mia bicicletta […], ma se la siepe è rovinata in alto […] come cazzo fanno le biciclette a rovinare la siepe in alto?” (Anche Francesco le diceva pag. 24).

Natale Fioretto E’ interessante verificare comunque che la cosiddetta parolaccia alla fine appare, quando usata in modo proprio, intelligente e con creatività, come un arricchimento delle possibilità linguistiche (già infinite) del nostro italiano.

Un pamphlet intelligente, divertente ed anche utile per quegli studiosi dell’italiano che sempre di più avvertono l’esigenza di portare nelle aule delle scuole e delle università, uno studio della lingua che sia sempre più attento alle novità del linguaggio, sempre specchio dell’evoluzione culturale della società.

Forse anche per questo, non è un caso, che questa piccola (per numero di pagine) opera sia il frutto del lavoro di ricerca di Natale Fioretto, un professore che in passato si è molto impegnato nello studio e nella divulgazione dell’italiano neo-standard.

“Andro’ via dall’Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà. Penso di aver diritto a una pausa. Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa |…]. Cazzo ho soltanto ventotto anni!” (Roberto Saviano – lettera a Repubblica dell’ottobre 2008).

Nicola Guarino

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1 COMMENTAIRE

  1. Dimmi le parolacce che usi e ti diro’ chi sei.
    Anzitutto mi scuso se, scrivendo “di getto” (e per giunta ad ora tarda) sono costretto a citazioni imprecise, nel senso di non letterali, fidandomi unicamente della mia incerta memoria. Io credo che, più che di uso o meno di parolacce, debba farsi una distinzione tra linguaggio realmente parlato e linguaggio che taluno tenta (rectius: ha tentato) di imporre a tutto il popolo o, dati per irrecuperabili gli strati popolari, almeno ai ceti più istruiti. Penso che, fin dalla nascita del”volgare”(cioè da quando la lingua del popolo cominciò anche in letteratura a soppiantare una lingua, il latino, ancora idioma dei testi ufficiali, della filosofia, della scienza etc. ma non più parlato), quelle che oggi chiamiamo (o fino a ieri chiamavamo) parolacce sono prepotentemente entrate, fino ad una relativamente recente epoca, anche nei migliori testi. Veramente anche i nostri padri latini, come anche greci, usavano, e con abbondanza le cosiddette “parolacce”, termine che userò, come quello di “turpiloquio”, per mera semplificazione espositiva in quanto non condivido affatto l’uso di questi appellativi utilizzati, in maniera spesso discriminatoria, per una parte notevolissima della terminologia da sempre usata dalla gente comune, coi distinguo di cui parlerò in seguito. Nel momento in cui il latino sopravvisse come lingua ufficiale della burocrazia, della Chiesa, dei testi scientifici etc. ma non era più quasi mai parlato, la lingua dei nostri padri perse il contatto con la creatività popolare e perse l’uso del cd. turpiloquio. Non così il volgare. Dante più volte, nella “Divina Commedia”, soprattutto nello “Inferno”, ricorre alle parolacce, perché nel “volgare”, cioè nella lingua parlata, e che non dovrebbe discostarsi troppo da quella scritta, certi termini erano (e sono) di uso comune. Tutti sui banchi di scuola abbiamo letto Dante appellare Taide come “puttana” e non “donna di malaffare”, e abbiamo riso del diavolo Malebranche che “del cul avea fatto trombetta” e non certo “avea emanato flatulenze da quel posto che non vede il sole”. E quante volte nella Divina Commedia troviamo la parola “merda” anziché “sterco” o “feci”? Certo non bisogna generalizzare; molti poeti del “Dolce stil novo” o cantori della “donna angelicata” si astenevano dall’uso di certi termini. Ma il punto della questione è che l’uso – da parte di molti – di quello che oggi chiamiamo turpiloquio era tutt’altro che bandito dalla letteratura e dalla società perbene, anzi il concetto stesso di turpiloquio e male parole era estraneo alla nostra cultura. Basti pensare, uno per tutti, al successo degli scritti di Petro l’Aretino! Eppure di questi il nostro professore di italiano, al vecchio e glorioso Liceo-ginnasio A. Genovesi di Napoli (alla fine degli anni sessanta), ci diede solo degli accenni, poco più di quanto indicato nel vecchio testo di letteratura italiana; dalle antologie, invece, il grande aretino era scomparso da qualche secolo. Conservo ancora una edizione dei “dubbi amorosi” (stampata in Svizzera!) con la sovra copertina rivoltata per non far capire ai miei genitori di che testo “scandaloso” si trattasse … perché se lo avessero scoperto …
    Umberto Eco, come è noto, inserì tra i suoi brani preferiti i cento modi per pulirsi il culo del famosissimo “Gargantua e Pantagruel”!
    E che dire del “Gracias y desgracias del ojo del culo” di Francisco de Quevedo? E così via turpiloquiando e magari censurando capolavori della letteratura mondiale.
    A cosa è dovuta la successiva involuzione o evoluzione (a seconda dei punti di vista) espressiva dei secoli seguenti a quelli in cui vissero i predetti letterati? La Controriforma cattolica avrà di certo avuto la sua parte. Basti ricordare la copertura delle parti intime in famosissimi dipinti. Come pure la morale vittoriana nell’Inghilterra che era pur stata la patria di Chaucer. Anche un certo ipocrita puritanesimo nordamericano avrà influenzato letteratura e linguaggio delle persone “perbene”. Di certo gli scrittori americani che hanno ri-rivoluzionato il linguaggio o sono di origini ebraiche o del periodo contestatario degli anni sessanta. E non credo si tratti di un caso! La Francia invece, non a caso la patria dell’Illuminismo e della Rivoluzione, è stata indenne da certe artificiose separazioni e determinati termini li vediamo continuamente usati nel “Candide” di Voltaire come in Balzac, Maupassant e Zola. Rousseau è forse stato uno dei primi (molto prima di Ph. Roth o di M. Richter ne “La versione di Barney”) a confessare di abbandonarsi al cd. “vizio di Onan”!
    Di tutto ciò studiosi ben più colti e meno dilettanti del sottoscritto ne avranno analizzato o ne analizzeranno le cause. Ma, tornando alla nostra provincia italiana, una ulteriore causa è stata analizzata da qualche parte (ripeto, cito a memoria) nei “Quaderni dal carcere” di Gramsci (è ancora lecito citarlo)? Il politico e pensatore sardo riteneva che un determinato linguaggio fosse stato (nei fatti, non certo tramite disposizioni governative) imposto dai provinciali salotti della nobiltà piemontese che aveva realizzato l’Unità d’Italia e che così era stato bandito gran parte del linguaggio popolare molto più vivo ed espressivo.
    Il linguaggio, invece, e qui parla il modestissimo sottoscritto, dovrebbe essere unico per tutti, senza distinzioni tra quello parlato e scritto, tra quello delle persone colte e di quelle meno istruite, tra quello del popolo e quello dei ceti medi, tra quello di casa e di strada, di bar e di caserma e quello televisivo (ricordate l’ipocritissima RAI in bianco e nero)? E la parola “merda”, così usata da tutti in Francia, è una parola italianissima che è ridicolo oltre che lungo definire “la parola di Cambronne”!!!
    Scusatemi tutti per la mia logorrea e per qualche probabile imprecisione!

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