Come sta cambiando l’italiano con le nuove tecnologie ? “Alfabit. L’italiano digitale dagli SMS all’IA” è un interessante saggio del linguista Giuseppe Antonelli, professore ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Pavia, edito da il Mulino (2026).
Sulla quarta di copertina leggiamo : « La storia siamo noi: siamo noi che scrivevamo le lettere e oggi digitiamo e-mail, chat, post, note sul telefono; che dettiamo messaggi e mandiamo vocali. Ma quand’è cominciata questa trasformazione del nostro rapporto con la lingua oltre che con le macchine ? Com’è cambiato l’italiano dall’invio dei primi SMS al dialogo con le cosiddette intelligenze artificiali ? »
Con piacere pubblichiamo la recensione di Greta de Walderstein uscita nel numero 131 (settembre 2026) del Ponte rosso, rivista di arte e cultura dei nostri amici di Trieste che potete scaricare gratuitamente QUI, come ogni mese.
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La prima cosa che i professori di linguistica insegnano ai loro studenti è che la lingua è viva e incapace di stare ferma: cresce, si modifica, si deforma, riesuma arcaismi o crea neologismi. Non è mai uguale a sé stessa, perché appartiene all’essere umano e alla società, che cambiano continuamente e in modo irrefrenabile.
Non a caso, una lingua è morta quando non esiste più una comunità di parlanti nativi che la faccia propria e la trasmetta di generazione in generazione.
È proprio questa vitalità che Giuseppe Antonelli – linguista e professore presso l’Università degli Studi di Pavia – ha messo alla prova a settembre, nella conferenza tenuta durante il festival letterario Pordenonelegge, applicandola a una presenza che sta dilagando e infiltrandosi in ogni ambito pensabile: l’intelligenza artificiale.
È difficile ormai trovare qualcuno che non le abbia affidato almeno una faccenda della propria vita: c’è chi le fa tradurre un articolo, chi le domanda una ricetta con gli avanzi del frigorifero, chi persino le chiede un consulto amoroso. Per non parlare di chi ci lavora davvero: professionisti di ogni sorta che l’hanno trasformata in una collega instancabile – almeno finché non finiscono i prompt a disposizione. [ndr. il prompt è la richiesta scritta, il comando che l’utente inserisce per ottenere una risposta da un terminale informatico o da un modello di intelligenza artificiale).
Ripercorrendo l’evoluzione dell’italiano digitale, Antonelli ha passato in rassegna le sue tappe: dall’italiano abbreviato degli SMS all’e-taliano riempito di emoji, dai vocali di WhatsApp e – aggiungo io – i suoi sticker di gattini, fino al più recente ia-taliano, generato dai sistemi di intelligenza artificiale.
Antonelli ha collocato queste varietà nell’evergreen modello dell’architettura dell’italiano contemporaneo del linguista Gaetano Berruto (1987), aggiornandolo: da un lato l’e-taliano, informale e rapido, con la carica emotiva affidata a faccine e punteggiatura espressiva; dall’altro l’ia-taliano, formale e collocato nel cuore dello standard, accanto all’italiano scolastico e giornalistico, addestrato su sterminati corpora di testi ufficiali e per questo neutro, ordinato, grammaticalmente impeccabile e privo di inflessioni regionali.
L’intelligenza artificiale, sotto le spoglie di modelli linguistici come ChatGPT e assistenti vocali come Alexa, sta partorendo una nuova generazione linguistica che Antonelli ha definito alfabit, parola macedonia da «alfabeto» e «bit».
Di tutta la dissertazione di Antonelli, mi ha colpito il riferimento al filosofo Ludwig Wittgenstein: pensare e parlare non sono due processi separati e, nell’atto del parlare, il pensiero prende forma anche attraverso la lingua.
Quando traduciamo un pensiero in parole, non stiamo mettendo un vestito linguistico a qualcosa che esiste già, formato, nella nostra testa. Scegliere con precisione le parole, decidere cosa mettere in primo piano, stabilire il rapporto tra le idee: tutto questo fa parte del processo attraverso cui il pensiero si delinea. Chiedere a un LLM (ndr. Intelligenza Artificiale generativa) di scrivere una mail non ci fa solo risparmiare tempo: permette che sia un algoritmo a decidere, almeno in parte, il ragionamento. Deleghiamo la sostanza stessa del nostro pensiero, che si impigrisce man mano che l’uso di questi strumenti si intensifica. L’ia-italiano è impeccabile, levigato, senza incertezze, rifugio dove stipare le nostre insicurezze, ma è privo di quella componente umana fatta di errori, sfumature, emozioni, slanci vitali.
Se la lingua è viva perché è specchio dell’essere umano, la responsabilità della “generazione alfabit” sarà evitare che la perfezione di un modello predittivo prenda il sopravvento sull’imprevedibilità di chi la lingua la vive davvero.
Greta de Walderstein per Il Ponte rosso
IL LIBRO:
Giuseppe Antonelli
Alfabit. L’italiano digitale dagli SMS all’IA
Il Mulino, Bologna 2026
pp. 224, euro 19,00




































