Diego il calciatore che fece attendere gli angeli.

Più volte la sua salute aveva messo in apprensione, più volte era stato ricoverato negli ultimi anni lasciando tutti col fiato sospeso, mentre gli angeli vanamente si preparavano ad accoglierlo come si conviene.

Puntualmente la loro attesa era stata vanificata dal suo felice attaccamento alla vita.
Quando lui arrivò a Napoli, quell’anno tanti bambini furono battezzati con il suo nome Diego. Tanti altri Diego Armando. Ci fu finanche qualche bambino che fu chiamato Diego Armando Maradona.

Il Mondiale del 1986

No, non ridete, perché certe cose, noi napoletani, le capiamo con il cuore, a pelle, per uno sguardo, un sospiro e non c’è ragione che tenga.
Tutti sentivamo che chi arrivava era uno di noi, era uno che svelava l’anima profonda della città. Un pezzo della nostra anima. Dalle favelas di Buenos Aires ai vicoli fino alle anonime e disperate periferie di Napoli. Chi arrivava ci avrebbe dato per una volta la vittoria, chi arrivava ci avrebbe vendicato.

Con lui “Il Napoli” vinse come mai più (spezzando per una volta lo strapotere del nord, che ha sempre avuto e preteso tutto), ma non è questo che conta, i suoi detrattori, i moralisti (spesso proprio di quel nord che non gli perdonava di aver osato) erano sempre pronti a segnalare, giudicare ogni sua sregolatezza, ogni sua trasgressione. Quei censori non hanno mai capito che quella gioia e rivoluzione, quella sregolatezza fatta di passione e dolore è parte di noi. Di chi vive e convive in una città dove male e bene, regole e trasgressione fluttuano insieme e si fondono in un solo urlo, in un solo enigmatico gesto della mano.
Sul campo il suo pallone era il pennello di un artista che crea traiettorie immaginifiche, soluzioni pittoriche degne di artisti inarrivabili.

Diego Maradona è sacro e profano. Capisco quelli del nord che sorridono ironici dei lumini accesi davanti alla sua immagine come fosse San Gennaro, o degli accostamenti da trattoria della sua immagine a quella di Eduardo, di Totò, di Troisi o Pino Daniele, ma si sbagliano. Quelle immagini sono l’estrema sintesi della nostra anima, fatta di contraddizioni, di sentimenti urlati eppure celati. In quel rivolgersi a loro come dei santi c’è Napoli, ci siamo noi, quell’anima che non si può raccontare, in questo caso le parole non sono pietre ma vento, aria, aria di mare. No, quest’anima nostra non si può raccontare ma solo viverla, Napoli è un sentimento come l’amore, è l’amore che non si può descrivere ma solo vivere.

Napoli è certamente la città con l’identità culturale più forte e più riconoscibile d’Italia, e non si tratta di napoletanità o di napolitudine, si tratta proprio di Napoli, delle sue pietre, della sua polvere, dei suoi uomini e delle sue donne. Napoli non si fa contaminare, Napoli contamina.

Qui da noi i morti non sono morti e i vivi spesso non sono vivi, eppure sono tutti insieme e non c’è d’avere paura, per noi questa è la normalità. Certamente Diego sarà sempre qui nella sua amata Napoli che l’adora.

Maradona, murales negli quartieri spagnoli di Napoli (Vico Lungo)

Il grande De Crescenzo invitava San Gennaro a non inquietarsi e ad avere comprensione per i suoi distratti devoti che a volte santificavano Diego più di lui: “Ma na finta i Maradona squaglia o’ sang rint e vene”. Qui il calcio è letteratura, non è come a Torino o a Milano, perdonateci l’ardire. Qui il calcio è religione e la religione ha i suoi simboli, è conforto, perché qui soffre troppo e i tanti Ciro, Gennaro, Monica, Enzo, Concetta ed altri che sono nati, vissuti combattendo ogni santo giorno per avere un po’ di sole e di luce nella triste oscurità dei vicoli e di un’esistenza senza futuro, sono magari morti pensando che Diego e non lo Stato e non la camorra gli ha reso giustizia.

Ora Diego l’argentino napoletano è partito. Gli angeli hanno finito di attenderlo, sono là con il pallone in mano pronti a deliziarsi del suo gioco, della sua arte, del suo estro. Pelé, l’eterno rivale ed amico, ha promesso che quando lo raggiungerà giocheranno insieme. Intanto alla partita degli angeli sono pronti Di Stefano, Puskas, Meazza, Garrincha e tanti altri campioni a giocare con lui con gioia e creazione, parleranno e rideranno con quel magnifico linguaggio universale che è il pallone.

Nicola Guarino

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