Rentrée: il tempo delle cartolerie

Settembre è il mese della rentrée. Quello in cui si rinnova il miracolo di un luogo del cielo chiamato cartolerie (papeteries), dove si comprano les fournitures, come si dice in Francia: quaderni, righelli, penne, matite…
A Parigi ce ne sono di meravigliose, che resistono miracolosamente all’invadenza dell’informatica. Sono quasi sempre troppo belle per me: raffinate, eleganti, con i «prodotti» giusti, di marca. I bellissimi quaderni, ideali per i libri che non ho scritto. Le penne di classe. Queste cartolerie sono, purtroppo, quasi del tutto prive di odori. Alle persone «di un certo livello» (come dice qualcuno, ammiccando e lasciando intendere di farne parte) gli odori non interessano. Preferiscono i profumi. E così le cartolerie più chic ormai sembrano la Rinascente o le Galeries Lafayette, sanno di profumi da signore borghesi, «guarda, io metto proprio una goccia di Chanel e basta», o da dopobarba per uomini fatti, soddisfatti del loro niente.

In una di queste cartolerie, vedo due ragazze. Alte, vestite come studentesse. Si intuisce il tipo di famiglia da cui vengono: genitori benestanti, professioni medio-alte. Guardano gli scaffali pieni di raccoglitori, matite, blocchi di fogli. L´una accanto all´altra, si sfiorano con sguardi annoiati. Ogni tanto si baciano, distrattamente. Sul collo, in bocca. Poco più in là, una donna sulla quarantina, bella come sanno essere belle le francesi, di una bellezza magra e androgina, vede un uomo con qualche capello grigio. Gli si piazza davanti, vicinissima, alzandosi leggermente sui tacchi. Si conoscono: seguono convenevoli, banalità. Le vacanze. La rentrée. Restano così, l´uno davanti all´altra, a un centimetro. Per parecchio tempo. È facile immaginare (e lui certamente in cuor suo già lo sta facendo) lei spogliata, il suo corpo lungo, chiaro, con l’abbronzatura delle vacanze appena trascorse. È lì, in queste cartolerie chic, che vedo che il mondo non ha bisogno di me per esistere. Dopo la mia morte, che per me sarà la fine dell’universo, tutto continuerà così, tra ragazze di buona famiglia che si baciano e coppie in piedi, a un centimetro l’uno dall’altra. Ognuno troverà in un altro quel mondo che, per me, ormai non esisterà più.

Ma finché sono vivo, e forse anche dopo, io sempre preferirò le cartolerie un po’ scarse. Quelle con molte cose ammucchiate, per mancanza di spazio, per precipitazione, approssimazione, come si trovano ancora nelle città italiane. Le penne biro, con il tappo di plastica che presto sarà rosicchiato. Quelle multicolore, e che piacere il rumore dello scatto, quella lieve indicibile vibrazione, quando si seleziona un colore!  Penne nuove perfettamente funzionanti: per poco, si intende. Blu, nere. Che dilemma, scegliere: ogni colore ha le sue ragioni. E cosa dire delle matite? Dei temperini? Chi dirà la poesia dei temperini? (E la tenerezza delle matite non temperate, dalla punta rotta o scomparsa, inservibili. Non amo che le rose che non colsi, dice il poeta. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state. Non amo che le matite non temperate).

E poi, ovviamente, l’odore della carta e quello della colla. La poetessa Saffo chiede: qual è la cosa più bella sopra la terra bruna? Ecco, io la risposta ce l’ho: l’odore della carta e della colla. In queste cartolerie, di solito al banco c’è un signore di mezza età (non ho mai capito quale sia, la mezza età). Ha ereditato il negozio dai genitori; prima pensava di fare dell’altro, chissà, ma poi sai com’è. Ha un maglioncino verde, a volte la cravatta sotto il maglione. Un po’ di pancia, la barba curata. Gli piacerebbe viaggiare (“ah, lei abita a Parigi? Che meraviglia!”) ma sai com’è: c’è il negozio da tirare avanti. Ti inviterebbe anche a casa, a bere qualcosa, ma sai com’è. La vita è tutta un sai com’è. Odora di colla, il negozio (forse anche l’uomo), ed è bellissimo perdersi in quell’incantesimo. Io apro i quaderni e cercando di non farmi vedere (sai com’è) sento l’odore. Carta e colla, promessa di un mondo che non tornerà. È come l’odore delle ragazze che guardavi di nascosto, o a cui pensavi poi a casa, da solo (perché ognuno ha il suo corpo, a cui sa cosa chiedere). Chi non si interessa agli odori, non si interessa a niente. È una vertigine erotica, quella in cui affogo, heureux comme avec une femme, scrive Rimbaud.

La cosa più bella sopra la terra bruna è ciò che si ama, è la risposta di Saffo alla sua domanda. E certamente lo sapete anche voi: nell’intero universo, nulla può competere con le gomme. Il loro odore. Le bricioline prodotte da quel loro progressivo, lieve sfaldamento. E le gomme bicolori: una parte per la matita, una per cancellare i tratti di penna, diceva qualcuno. Ci abbiamo creduto un po’ tutti. Sbagliato. La parte blu dovrebbe servire per certi tipi di carta, più rigidi. Ma l’utilità pratica, nel materiale di cartoleria, non conta nulla. La gomma, mono o bicolore che sia, va amata per il semplice fatto di esistere. Finché esistono le gomme, nulla è perduto. Perché una gomma serve a cancellare. Ad esempio, cancellare la mia vita e ritrovare un foglio bianco. Quello che avevo, nel tempo che fu, e che non sono riuscito a usare.

.                                                                                                      Maurizio Puppo

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo è editorialista del sito Altritaliani.net di Parigi dal 2013 (Le pillole di Puppo). Nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni.

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