A partire dalla rilettura di Cenere nell’elegante riedizione di Utopia Editore, una riflessione sul valore della scrittura deleddiana. Tra l’eco visiva delle tele di Turner e la forza della prosa di Grazia Deledda, il paesaggio sardo si trasfigura in uno spazio sacro. La grande letteratura si rivela così non solo memoria, ma primo e fondamentale atto di custodia a difesa del territorio.
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Sarà che i classici non smettono mai di rivelarsi o forse è rileggerli da adulti a permettere di “intenderli” diversamente grazie al proprio vissuto e poter, pertanto, muoversi a compassione per la tragedia che i personaggi vivono, accoglierli, quasi abbracciandoli e abbandonando i giudizi feroci dell’adolescente che li aveva letti la prima volta.
Sarà che la Casa Editrice Utopia ha avviato dal 2021 un progetto editoriale volto a riproporre le opere di Grazia Deledda che si distingue per la cura grafica: le loro copertine sono già un’ode al paesaggio sardo narrato dalla premio Nobel, acceso in colori sulfurei e drammatici dalla bellezza assoluta e selvaggia.

Non solo l’adulta che è in me abbandona i pregiudizi dell’adolescente che tutti siamo stati, ma anche l’Utopia rilegge i testi della Deledda in una prospettiva contemporanea, puntando a restituire all’autrice nuorese la centralità e il valore modernissimo che spesso la critica scolastica e tradizionale le ha negato, sottraendola agli stereotipi del “regionalismo” o del folklore e affermare la sua dimensione universale.
Attualmente sono quattro i volumi pubblicati dalla Utopia, ho appena riletto il primo della serie, “Cenere”: «Sì, tutto era cenere: la vita, la morte, l’uomo; il destino stesso che la produceva».
La madre, Olì, prima di abbandonare il piccolo Anania davanti alla casa del padre naturale, gli mette al collo un sacchetto di tela, un amuleto. Lo porterà per tutta la vita, convincendosi che contenga una sacra protezione. Alla fine, quando apre il talismano, vi troverà soltanto un pugno di cenere, ciò che credeva essere un legame di salvezza si rivela un’illusione.
La cenere diventa allora metafora di ciò che resta dopo che la passione ha bruciato ogni cosa: l’amore giovanile e proibito tra Olì e Anania padre consuma e distrugge la vita della donna, riducendola alla solitudine e all’emarginazione, ma anche il figlio Anania brucia e si consuma nel desiderio ossessivo di riscattare la madre e trovare una propria dignità. Eppure, la cenere non è soltanto simbolo di morte o distruzione: sotto la cenere si conserva il calore, sotto sotto, cova spesso una scintilla capace di riaccendere la vita e la speranza.
Ma più di tutto, ed è questo che personalmente ho visto in “Cenere”, il paesaggio brucia, si accende continuamente di bagliori incendiari da pagina a pagina.
I paesaggi montani attorno a Nuoro sono dominati da boschi dalla natura aspra, teatro di incontri segreti, culla del peccato originale tra Olì e Anania padre. E le cime e i sentieri solitari esprimono il senso di isolamento e l’ineluttabile destino dei personaggi. E ancora Fonni, il paese più alto della Sardegna, descritto nella sua freddezza di neve, sferzato dal vento. E Cagliari, il fortissimo contrasto cromatico e spaziale rispetto alle montagne Barbaricine: il mare aperto, la luce intensa, il porto brulicante ci raccontano di un giovane Anania alla ricerca della modernità e di emancipazione sociale. E infine, Roma, la metropoli moderna e alienante: città frenetica e impersonale, è qui che si sviluppa l’ossessione e piuttosto che rappresentare il luogo del definitivo affrancamento, ne determina la frattura identitaria: Anania incapace di far sintesi tra futuro e passato.

Non semplicemente luoghi, ma altrettanti personaggi, diramazione dei personaggi, elementi costitutivi della loro personalità. Così folgoranti e belli da ricordarmi i quadri di William Turner: durante tutta la lettura non ho potuto fare a meno di pensare al maestro del Romanticismo inglese e dell’estetica del Sublime.
Nella Deledda, come per Turner, la natura non è mai una veduta passiva: è un elemento dinamico, colossale, spesso ostile (tempeste, nebbie, forze primordiali); nelle tele di Turner, la luce accecante o il vapore denso riflettono il tumulto emotivo e spirituale e così nella prosa di Deledda, la vegetazione riarsa, la polvere o i cieli plumbei specchiano la colpa di Olì, l’ossessione e la solitudine di Anania. La natura sarda “sente” e soffre insieme ai protagonisti: le descrizioni deleddiane sfumano in atmosfere liriche e l’elemento materiale trapassa nel metafisico.
Ora, questi paesaggi li ho sempre conosciuti, ci ho vissuto, ci sono nata, eppure, mi domando, li ho visti davvero? O li ho forse banalizzati, perché parte del mio quotidiano? Integrati nel mio panorama esistenziale come cosa ovvia e scontata? Relegati a semplice sfondo?
È probabile, credo capiti un po’ a tutti, ma è certo che da ora mi sarà impossibile guardare quei luoghi con sguardo cieco.
In Cenere, Grazia Deledda compie proprio questa operazione: sacralizza il paesaggio. I luoghi non sono semplice sfondo, ma cattedrali a cielo aperto, culla in cui l’umano e il naturale si fondono, dando un “plusvalore letterario” che permette allo spazio fisico di trasfigurare in spazio dello spirito.

E allora, mi domando, può la letteratura contribuire attivamente a preservare il territorio e incutere rispetto?
Prima che un luogo venga protetto dalle leggi o dalle riserve naturali, deve essere “visto”. Autori come Deledda (o Proust per la Normandia, Hardy per il Wessex) insegnano a leggere la grammatica di un paesaggio, quando un territorio entra nel canone letterario, smette di essere percepito come risorsa economica sfruttabile e diventa patrimonio culturale.
Gli incendi devastanti, che piagano periodicamente la vegetazione e l’ecosistema, nascono spesso da uno sguardo che riduce il bosco a “macchia priva di valore”: la grande letteratura combatte proprio questo analfabetismo emotivo.
La letteratura preserva la memoria, ricorda a chi vive il presente cosa quel luogo ha rappresentato per generazioni e quale responsabilità ci lega ad esso: difendere un territorio richiede prima di tutto un atto di riconoscimento, capire che la terra sotto i piedi è densa di storie, linguaggi e stratificazioni narrative.
In questo senso, « Cenere » di Deledda fa scuola: caricando il paesaggio di sacralità e pathos, ci costringe ad abbandonare la miopia del consumo immediato per adottare uno sguardo lungo, vigile e, in ultima analisi, custode.
Carla Cristofoli

GRAZIA DELEDDA nacque a Nuoro nel 1871. Cresciuta in Sardegna, esordì giovanissima pubblicando i suoi primi lavori su riviste e giornali. Nel 1900 si trasferì a Roma, città d’elezione in cui presto si affermò come una delle voci più autorevoli sulla scena letteraria. La critica la avvicinò ad autori del calibro di Hugo, Dostoevskij e Verga.
Fu autrice prolifica di romanzi e racconti, tra i quali si annoverano “Elias Portolu”, “L’edera” e “Canne al vento”. Dall’opera “Cenere” fu tratto l’omonimo film interpretato da Eleonora Duse. Negli anni venti e trenta la sua fama si consolidò anche all’estero. Seconda donna al mondo e unica autrice italiana nella storia, nel 1926 le fu conferito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Roma nel 1936.
Grazia Deledda nel catalogo di UTOPIA – Il progetto è nato con il coinvolgimento diretto di Michela Murgia, a cui la casa editrice ha affidato la curatela e le introduzioni della serie per valorizzare la modernità e il valore universale della scrittura della Nobel sarda. Il primo volume inaugurale della serie con la sua introduzione firmata è stato proprio « Cenere », rimasto l’unico.
Nel catalogo di Utopia Editore (collana Letteraria Europea), i volumi di Grazia Deledda pubblicati finora sono: Cenere (con introduzione di Michela Murgia), Elias Portolu, Il vecchio e i fanciulli, Annalena Bilsini.
La scelta dei titoli risponde a una precisa visione critica e a un intento di riscoperta editoriale: nell’immaginario comune Grazia Deledda viene spesso identificata quasi esclusivamente con « Canne al vento » o « La madre », la selezione avviata con Michela Murgia ha puntato a mostrare la complessità e la varietà della sua produzione.
L’operazione risponde all’esigenza di sottrare questi testi all’oblio dei cataloghi puramente scolastici o delle edizioni prive di contestualizzazione, restituendo loro una veste editoriale di pregio e un’interpretazione critica attuale.


































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