I Giardini botanici Hanbury sono uno degli angoli più sorprendenti della Liguria di Ponente, a pochi chilometri dal confine francese.
Sembrano un ultimo, lussureggiante saluto che la Riviera rivolge ai viaggiatori diretti verso la Francia: un commiato fatto di profumi, silenzi antichi e luce mediterranea.
Allo stesso modo, per chi arriva dall’altra parte del confine, i Giardini rappresentano un ingresso incantato in Italia, una soglia sospesa tra paesaggio e memoria.
Questo luogo conserva ancora oggi il fascino di una Liguria inglese di fine Ottocento: un romanticismo puro, filtrato dalla distanza di oltre centocinquant’anni, che si intreccia con specie botaniche rare e inattese a queste latitudini.
Per questo abbiamo immaginato di chiedere, attraverso amici comuni, un’intervista a Sir Thomas Hanbury, l’uomo che questi giardini straordinari concepì e realizzò alla fine del XIX secolo.
Ed eccolo qui, davanti al mare.

A gin on the beach
È spuntato dall’ombra della sera con due bicchieri in mano, ghiaccio e limone.
La piccola spiaggia dei Giardini è deserta; la risacca scandisce lentamente il ritmo del mare e del tempo.
Sir Thomas estrae dalla tasca una piccola borraccia d’argento che scintilla nella luce morbida del tramonto.
— «Vuole assaggiare il nostro gin?» chiede. «È fatto con le erbe dei Giardini.»
— «Con molto piacere» rispondo, mentre versa il liquido trasparente nei bicchieri.
Sorride guardando il mare.
— «Ho viaggiato molto,» dice, «ma mi sento davvero a casa soltanto quando vedo la Tête de Chien alla mia destra e Capo Sant’Ampelio alla mia sinistra.»
Poi alza il bicchiere.
— «Come dicono in Cina: ch’ing ch’ing.»
Lo sussurra con un sorriso lieve.
Alla nostra intervista!
1- Come è stato scoprire questo luogo, lei era a Mentone in quel momento per curare l’asma su suggerimento di suo fratello Daniel…
Nel 1866, dopo aver trascorso quindici anni in Cina dove mi ero occupato di tè, seta, di cotone e di mercato immobiliare, ero tornato per qualche mese in Europa.
Dopo aver letto «Mentone, the Riviera, Corsica and Biarritz as a winter climates” del mio compatriota J. Henry Bennet, mi reco a Mentone, che era diventata un apprezzato winter resort, al fine di combattere le mie crisi d’asma. Il posto mi piace molto e decido di acquistare un’abitazione in cui passare i mesi invernali.
Ne parlo con lo stesso Bennet che sta costruendo un giardino d’acclimatazione (il suo “Eden tra le rocce”, come lo definisce) a Grimaldi, in Italia, ma a pochi passi dalla frontiera francese.
Mi dice che nei pressi di Ventimiglia, alla Mortola (un paese il cui nome non viene da “morte” ma da “mirto”, come tiene a precisare), vicino alla torre rinascimentale in cui abita, si vende un intero promontorio.
È brullo, ma in una posizione ideale. Sono 18 ettari con al centro una villa, tra l’Aurelia e il mare.
Ho solo 34 anni, ma grazie alla Cina, i soldi non mi mancano.
Lo acquisto subito.
2- Cosa ha visto in queste rocce sul mare?
La possibilità di creare, come Bennet, il mio Eden tra le rocce in un luogo in cui l’inverno era mite e la nebbia sconosciuta.
Quando effettuai la prima visita, passeggiando sui sentieri scoscesi, guardando verso sud-est, scorsi una montagna galleggiante dalle cime innevate. Chiesi a Bennet che mi accompagnava se fosse una fatamorgana.
“No è la Corsica. Come una bella signora si mostra quando ne ha voglia” mi rispose.
Credo che questa visione abbia fatto scattare il colpo di fulmine.

3- E l’idea del parco come le è venuta?
Era nell’aria!
In quel periodo – la Belle Époque – gli inglesi che potevano permetterselo realizzavano il Sogno Babilonese: creare ville e giardini a strapiombo sul mare che facessero pensare ai giardini pensili di Semiramide.
Un sogno che non manca di essere alimentato dagli scritti del botanico tedesco A. von Humboldt che incoraggiavano «il puro sentimento della natura» e la scoperta delle «terre lontane in cui crescono le palme».
Il promontorio è trasformato radicalmente.
Il gigantesco lavoro viene effettuato sotto la guida di mio fratello Daniel, farmacista ma appassionato botanico: si risana il terreno, si costruiscono canali di irrigazione, si fanno pervenire specie da ogni parte del Mediterraneo, ma soprattutto dall’emisfero australe.
In questo caso, bisogna «ingannare» le piante che, per continuare a fiorire nei mesi abituali (dicembre, gennaio, ecc.) non devono immaginare di essere state strappate al loro calore invernale.
Una profusione di fiori di ogni tipo e di ogni colore viene garantita tutto l’anno.
Io mi appassiono e finisco per adottare il motto: «It is my mission in life to distribute seeds and plants and to help to increase the love of them» (“la missione della mia vita è quella di distribuire semi e piante ed alimentare l’amore per esse”).
Abel Rendu, un viaggiatore francese che era passato da queste parti prima che io vi arrivassi, era stato colpito dal contrasto offerto dalle due valli contigue, quella del rio Sorba, dove si trova La Mortola, e quella del rio Latte. «Si passa dal deserto della prima alla Terra Promessa della seconda» aveva scritto.
Alcuni decenni dopo, quando il parco sarà ultimato, un simile raffronto non verrà in mente a nessuno, al contrario…
4- Il suo giardiniere era Lodovico Winter, ci racconti di lui…
All’inizio, i lavori procedevano con lentezza e, col senno del poi, si potrebbe dire in maniera piuttosto dilettantesca.
Quando tornai in Cina per chiudere definitivamente le mie numerose attività, mio fratello Daniel pensò di assumere un orticoltore tedesco appena ventenne, particolarmente portato al giardinaggio paesaggistico: Winter. Le cose cambiarono da così a così.
Alla Mortola, il giovane giardiniere sposò la più bella ragazza del paese, un’analfabeta che lo idolatrava.
Rifiutava le ottime proposte di lavoro che gli venivano fatte in continuazione, a causa della gratitudine che lo legava a mio fratello. Quando Daniel passò a miglior vita, Winter andò a vivere a Bordighera.
Non fu facile sostituirlo.
Dopo qualche tentativo, trovai la soluzione insperata: Alwin Berger, anche lui tedesco. Il nuovo giardiniere divenne presto un’autorità nel campo delle piante succulente.
I generi Bergerocactus e Bergeranthus sono così denominati in suo onore. A me dedicò la splendida Aloe hanburiana.
Un lavoratore instancabile e di grande onestà. Sposò la raffinata Elise che io le feci conoscere.
Posso affermare che diventammo amici, pur mantenendo le dovute distanze.

5- Il suo angolo preferito nel giardino
Tutti, soprattutto quelli in cui si soffermano maggiormente i turisti.
Mi piace ascoltare i loro commenti e magari intervenire per spiegare o rispondere alle loro curiosità.
Il mio giardino conta numerosissimi visitatori che acquistano il biglietto d’ingresso.
Con il ricavato, pago le maestre delle scuole elementari che ho creato alla Mortola e a Latte, la frazione vicina, e rimpolpo le casse dell’ospedale e dell’orfanatrofio di Ventimiglia.
Un giorno noto un signore che ammira una Cantua bicolor, un arbusto dai magnifici fiori rossi.
– “Vedo che questa pianta le interessa, è un esemplare molto raro”. – “Sì la conosco”.
– “Strano, ce n’è solo un altro esemplare in Europa, nel giardino imperiale di Schönbrunn”.
– “Esatto, proprio nel mio giardino”.
Avevo parlato con l’imperatore Francesco Giuseppe, venuto a far visita alla moglie Sissi che in quei giorni soggiornava nella vicina Cap Martin.
Un’altra volta, vedo un gruppo di inglesi che si interrogava senza successo sul nome di una pianta. Intervengo io:
– “È la Quillaja saponaria. La sua corteccia in Cile funge da ottimo sapone”.
– “Cosa, niente sapone?” esclama indignato uno dei visitatori.
Era Mister Pears produttore del “Pears Soap” la cui pubblicità appariva in ogni stazione ferroviaria del Regno Unito.
6- Lei è di famiglia di quaccheri. Quanto ha influito la sua religione nelle sue scelte di vita?
Sì, appartengo al movimento fondato da George Fox due secoli fa, un movimento che mi impone di condurre una vita semplice e di tremare, metaforicamente parlando, al cospetto della parola dell’Onnipotente. Ho sposato una consorella, Katharine, dalla quale ho avuto quattro splendidi figli.
Ho anche un’altra religione, se così si può dire, quella della Natura. Contrariamente al mio amico Clarence Bicknell, illustre personalità della colonia inglese di Bordighera, che ha abbracciato con entusiasmo questa seconda religione, io non ho abbandonato la prima.
In quanto quacchero, non consumo alcool.

Ho fatto costruire sulla via Aurelia delle belle fontane per indurre la popolazione a bere acqua, ma senza un gran successo.
Il mio cocchiere viene chiamato Baro, non perché abbia dimestichezza con le carte da gioco, ma perché ha sempre con sé una bottiglia di Barolo.
Sapendo che lei ama il gin, ho brindato con questa bevanda, ma, come forse avrà notato, mi sono appena bagnato le labbra.
7- Chi vuole ricordare dei suoi ospiti?
Sicuramente la regina-imperatrice Vittoria che effettuò due visite nella primavera del 1882. Fu Bennet, che era anche il suo ginecologo, a suggerirle l’opportunità di un suo soggiorno a Mentone. Avrebbe voluto viaggiare in incognito, adottando lo pseudonimo di contessa di Balmoral. Il Times, però, svelò il segreto ed eccola, con il suo vero nome e con il suo numeroso seguito, allo Chalet des Rosiers, a ridosso della frontiera.
Noi quaccheri non ci togliamo il cappello davanti ai nobili (tutti gli uomini siamo uguali al cospetto di Dio), ma come non invitarla nella mia tenuta? Tanto più che mia moglie non cessava di chiedermelo poichè, a causa di un comprensibile peccato di umanità, ambiva ad essere nominata Marchesa della Mortola.
Ambedue le volte, la regina giunse accompagnata dal maggiordomo scozzese in gonnella e da quattro guardie del corpo sikh con tanto di turbante, suscitando lo stupore dei mortolesi.
Passeggiando per i viali del giardino, mi chiese informazioni su alcune piante che l’avevano particolarmente affascinata, non senza accarezzare l’idea di metterle a dimora nella sua residenza sull’isola di Wight.
Mi colpì la cordiale semplicità con cui si intrattenne con i miei familiari e con me.
Affermò di essere rimasta colpita dai modi simpatici ed educati dei miei figli.
È stato un grande piacere (oltre che un grande onore) riceverla nella mia tenuta, pensai quando vidi la sua carrozza dileguarsi sulla via di Mentone.
8- Un ricordo, un fatto particolare
Una volta dissi alla vecchia custode Angiolina, che il giorno successivo non avrebbe dovuto fare entrare nessuno poiché aspettavo la visita dell’Imperatrice di Germania.
– “Nessuno?” – “Proprio nessuno. Mi sembra giusto che non ci siano altri visitatori”.
– “Come comandate voi, Eccellenza”.
L’indomani, una signora dimessa, suonò la campanella.
Parlando in italiano, disse al nostro Cerbero che desiderava entrare.
– “Mi dispiace, ma non può entrare nessuno”.
– “Ma il proprietario mi attende!”
– “E a me ha detto che non deve entrare nessuno!”.
Il tempo passava ed io, avendo un brutto presentimento, mi avviai verso l’ingresso. Quando arrivai, scoprii che Angiolina aveva sbattuto in faccia la porta all’Imperatrice!
Talvolta si attribuisce questa disavventura alla Regina madre italiana che soggiornava a Bordighera.
No, con lei andò diversamente. Angiolina, dopo averle fatto firmare il registro, la fece entrare.
Non la riconobbe e, essendo analfabeta, non ne riconobbe la firma. Fu la nipotina che, dopo aver letto il nome sul registro, si fiondò – credo che usiate questo verbo nel vostro italiano popolare – verso di me strillando: “Eccellenza, c’è la Regina Margherita!”.
Senza esitare, presi a correre trafelato verso Sua Maestà.

9- Una serata indimenticabile
Non mi viene in mente nulla di mondano.
Sono una persona semplice, come avrà capito.
Penso piuttosto alla “Festa di Maggio” che ogni anno offro alla popolazione della Mortola.
In giardino si forma un corteo. In testa, la banda municipale di Ventimiglia, poi una ragazza del paese, la “regina di maggio” vestita di bianco con il seguito di sei altre ragazze con una corona di fiori sul capo e un ramo di bambù in mano e, infine, la popolazione.
Io li aspetto in alto, nella piazza del paese accanto a un may pole addobbato da numerosi nastri multicolori. Quando il gruppo festante arriva, io incorono la regina e la vera festa comincia. Sotto gli ulivi c’è tanta buona roba da mangiare e molto da bere! Tutti restiamo lì felici, fino a notte fonda.
10- La pianta che proprio preferisce tra le sue 6000 specie botaniche
Difficile scegliere. Forse, l‘Eucalyptus amygdalina l’albero più alto del mondo.
Trentacinque anni fa, ne ho piantato uno che aveva la dimensione di un bastone da passeggio.
Oggi è un albero imponente; è alto 80 piedi ed ha una circonferenza alla base di 15 piedi!
Quando lo ammiro, mi vengono in mente i versi di Lord Byron: “There is a pleasure in the pathless woods…” (“C’è un piacere nei boschi che non hanno sentieri…”)
11- “Inveni portum. Spes et fortuna valete! Sat me lusistis, ludite nunc alios” («Ho trovato infine il mio approdo. Vi dico addio Speranza e Fortuna! Abbastanza mi avete ingannato; ora prendetevi gioco di altri!»)
Fino a quando non mi sono stabilito alla Mortola, sono stato in preda alle passioni che nel mondo degli affari agitano l’umanità. Qui ho trovato la pace.
Non a caso, ho fatto incidere sul portale d’ingresso l’ideogramma cinese che vuol dire “felicità” e cioè il sentimento che io ho provato nel piantare il mio giardino ed accudirlo.

*
Il mio gin, eccellente, è finito da un pezzo.
Il ghiaccio si è sciolto lentamente nei bicchieri, mentre il mare continua il suo respiro quieto sulla piccola spiaggia dei Giardini.
Sir Thomas mastica distrattamente la fetta di limone e si alza senza fretta.
Si dilegua dietro lo scoglio alto, così come era apparso, emergendo dall’ombra della sera.
Prima di sparire si volta appena, accenna un sorriso e mi saluta con un lieve cenno della mano.
— «Thanks to you… and see you soon.»
— «See you soon, Sir Thomas.»
Il tramonto ormai è quasi spento. Rimane nell’aria il profumo delle erbe del gin e quello, più sottile, dei giardini sospesi tra Inghilterra, Liguria e Oriente.
GALLERIA FOTOGRAFICA DELL’UNIVERSITÀ DI GENOVA CHE ORA GESTISCE I GIARDINI HANBURY – CLICCA SUL LINK
Eraldo Mussa
P.s. Un grazie riconoscente a Enzo Barnabà, autore de Il sogno babilonese, che ha sapientemente accettato di vestire i panni di Sir Thomas Hanbury in questa intervista immaginaria (Altre opere di Enzo Barnabà QUI)
Le foto sono di Jean-Claude Lafaye, che ringraziamo.
Informazioni pratiche sui Giardini per chi vuole visitarli:
https://giardinihanbury.com/fr/giardino/info-visitatori/orari-tariffe



































