Un lavoro come Au pair e una valigia piena di sogni.

Lavorare “Au pair” è per molti giovani la possibilità di fare un’esperienza all’estero, aprire nuovi orizzonti, cercare opportunità, soprattutto muoversi, cambiare, evolvere. Un’esperienza certamente ricca di significato, ma che può avere risvolti negativi, quale ad esempio lo sfruttamento lavorativo a basso costo. Al di là di alcuni casi particolari, l’esperienza “Au pair” resta ancora oggi sentita come un momento di emancipazione interna e di trasformazione personale.

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Partono con una valigia piena di sogni e, anche se poi quando arrivano quello che trovano è spesso molto diverso da come se l’aspettavano, difficilmente tornano indietro, piuttosto insistono nel cercare qualcosa di prezioso da riportare.

Stiamo parlando di coloro che partono per intraprendere un lavoro come Au pair, le cosiddette ‘ragazze alla pari’, ovvero una delle scelte più diffuse tra coloro che vogliono fare “un’esperienza abroad”. Ma a partire ultimamente non sono solo ragazze, ci raccontano infatti di questa esperienza anche alcuni ragazzi. Il lavoro, a detta di coloro che hanno accettato di raccontarci nel dettaglio questa esperienza, non è molto impegnativo. Per lo più si dà una mano nella gestione delle faccende domestiche, in particolare con i bambini, li si accompagna a scuola, al parco, si fa loro da mangiare. Nella maggior parte dei casi si lavora 5 giorni su 7, dalle 25 alle 35 ore settimanali, in cambio di vitto, alloggio e un piccolo stipendio di 100 euro a settimana in media. Tuttavia, la percezione del lavoro cambia molto a prescindere dall’ambiente umano che si incontra.

In molti infatti hanno raccontato come quest’esperienza venga interpretata dalle famiglie come una sorta di nuova ‘schiavitù’ in chiave post-moderna. Cercano ragazze – o ragazzi – come Au pair nella speranza di avere dentro casa uno ‘schiavo’ a poco prezzo da poter sfruttare a proprio piacimento. In molti hanno raccontato come si siano trovati in situazioni di disagio, senza sapere come uscirne, sentendo addosso il ricatto silenzioso del padrone di casa che potrebbe cacciarti da casa sua da un momento all’altro. Alcuni studiosi hanno parlato, proprio a proposito del lavoro come Au pair, di ‘Shadow work’, ovvero un lavoro non ufficialmente riconosciuto se non da un accordo tra famiglia e Au pair.
In questo tacito accordo, possono concorrere diverse varianti contrattuali che vanno a determinare il vissuto del lavoratore come positivo, o negativo. Detta in altri termini, dipende dalla famiglia dove si capita, si può essere fortunati o meno, ma resta il fatto che la maggioranza dei ragazzi intervistati, anche tra coloro che non hanno riportato un vissuto positivo, rifarebbero questa scelta senza esitazioni.

Di là dai casi particolari, infatti, rimane interessante la percezione globale che tutti conservano di questa esperienza, vissuta dai ragazzi intervistati come un’occasione per costruirsi una strada, per approfondire la conoscenza della lingua e, soprattutto, per mettersi alla prova in una paese straniero, all’interno di una nuova famiglia, per sapere che da soli ce la si può fare. Alcuni raccontano di quanto il lavoro come Au pair sia stato utile nell’allargare gli orizzonti di pensiero che possono ostruirsi nel restare fissi nello stesso posto in cui si nasce.

«La realtà dinamica e variopinta della capitale britannica mi sta aiutando ad abbattere tutti quei limiti e quelle barriere che la mentalità e le tradizioni del Mediterraneo avevano costruito intorno a me», racconta un ragazzo.

Altri invece sono stati spinti da motivazioni più personali, nella speranza di proiettare su altri spazi le proprie aspettative, umane e professionali: «Sicuramente ha migliorato la mia personalità», ci racconta un’altra ragazza, «Il mio modo di vedere le amicizie e la vita». Altri ancora sono stati colti semplicemente dall’esigenza di prendersi del tempo. «I treni qui a Londra sono diversi», racconta un’altra ragazza, «Quando sono in treno mi sembra di essere in una bolla, di potermi isolare dal mondo che lì fuori continua a girare. È come se fermassi il tempo e la mia mente continuasse ad elaborare continui pensieri concatenati.»
Vien da chiedersi, ascoltando le loro storie, se quanto infastidisce dei movimenti migratori non sia proprio quel fattore di libertà che muove tutti coloro che scelgono di partire senza alcuna certezza, nelle tasche poco più che qualche documento insieme alla capacità di adattarsi ad ogni situazione, così come ci scrive un’altra ragazza: «perché quando la musica cambia, bisogna adattarsi al ritmo».

La migrazione allora oggi sembra essere diventata, in alcuni casi come quello rappresentato dal lavoro come Au pair, più che una necessità economica, un momento di emancipazione interna, di trasformazione personale, la ricerca di una vita diversa, sciolta dai vincoli che spesso la tradizione mediterranea impone sulle nuove generazioni, dove alla mancanza di lavoro si alterna l’obbligo di sottostare a vecchi modelli di realizzazione professionale.

Ilaria Paluzzi

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Ilaria Paluzzi
Ilaria Paluzzi è nata in un piccolo paese vicino al mare, in Abruzzo. Verso i 18 anni si trasferisce a Roma dove consegue la laurea in studi umanistici. Attualmente vive tra l'Abruzzo e il Lazio, tra ilmare e la città. Per diverso tempo ha collaborato con varie testate giornalistiche. Attualmente ha deciso di dedicarsi unicamente alla narrativa. Recentemente è uscito il suo primo romanzo, 'Riva', edizioni Bookabook. Collabora come autrice per la collana Dafni&Cloe, mentre lavora ai prossimi progetti. Nel 2016 ha ideato e curato 'Gente di mare', progetto editoriale itinerante. Oggi il mare continua a scorrere in tutte le sue storie, in un modo o nell'altro, come l'estate che mantiene vivo col suo profumo il più lungo inverno.

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