Ovidio, il poeta in esilio, riabilitato a Roma

Tomi, un nome peregrino in riferimento ad una realtà geografica sperduta nel mar Nero. Che ci fa un poeta chic, a Roma all’apice del successo come Ovidio, lì, dove muore, nonostante i continui appelli alla clemenza rivolti ad Augusto, nel 18 a.C. ?

Ovidio in esilio, di Ion Theodorescu-Sion (1915)

All’esilio del poeta (nato a Sulmona nel 43 a.C.) ed al bimillennario della sua morte è dedicata a Roma, nelle Scuderie del Quirinale, dal 17 ottobre fino al 20 gennaio 2019, la notevole mostra Ovidio. Amori, miti e altre storie, curata da Francesca Ghedini che ha anche pubblicato per l’occasione, presso Carocci, il libro: Il Poeta del mito. Ovidio e il suo tempo (collana Frecce).

Protagonista è la Musa del poeta sia nella poesia d’amore della giovinezza che della maturità, ma variamente atteggiata, ora con sentimenti di gaudio e speranza, ora di assorta pensosità, ora con malinconia. Egli non si pone domande, ma vuole solo creare diversivi di piacere. Così nella prima fase della sua produzione escogita nuove tecniche e svolge sempre nuovi temi per cantar la donna, strumento di piacere.

Particolare della Venere Callipigia, metà del II secolo d.C., Museo Archeologico Napoli

Duecento opere sono presenti e collocate su due piani: affreschi, sculture antiche, vasi, preziosissimi manoscrittti medievali e dipinti d’età moderna, che accompagnano il racconto della vita del poeta e dei temi al centro delle sue opere: l’amore, la seduzione, il rapporto con il potere. Al secondo piano sono dedicate le Metamorfosi, la sua opera mitologica più celebre: storie di divinità, eroi, comuni mortali spesso infelici: Dafne e Apollo, Diana ed Atteone, Giove ed Europa, Eco e Narciso, Piramo e Tisbe e così via.

Il poeta è come se fosse rientrato per così dire dall’esilio, almeno così lo celebrano i titoli commemorativi, come quello di Lettura che ha anche un titolo paradossale: Il poeta libertino che mise in versi la bibbia pagana.

È grande poeta infatti, perchè ha ricostruito ne Le Metamorfosi la cosmologia e la cosmogonia del mondo antico attraverso l’ermeneutica, cioè attraverso il mito universale. Campbell lo studioso più illustre dell’ermeneutica classica, ha messo in luce la forza del mito che racchiude le origini, quelle che, secondo Eraclito, sono sapientemente nascoste.
La grandezza delle Metamorfosi, sotto questo profilo, è indubbia.

Mostra Ovidio Scuderie Roma

Io ho fatto la mia tesi di laurea sugli Amores che era un testo appartenente alla più sofisticata tradizione elegiaca, allora costituita e che collocava il poeta sì sul versante salottiero della capitale, tra i coetus vicini a Giulia, figlia di Augusto ma anche lungo la tradizione dell’Antologia Palatina.

Poeta greco e latino dunque.

Ma qui sta il primo mistero, proprio in relazione a qualcosa accaduto nel circolo di Giulia Minore, la chiacchierata nipote di Augusto. Ad Ovidio è stato comminato l’esilio da un Augusto senza clemenza, inflessibile quale neppure Antonio nelle guerre civili aveva sperimentato. Il poeta ammette che si è trattato di culpa et error e poiche’ i due termini costituiscono un’endiadi, si trattava di una colpa dovuta ad un errore di valutazione. Forse la motivazione della condanna era riposta nell’efficacia corruttrice dei costumi delle opere ovidiane di didascalia amorosa. Mistero sul cuore del problema. Che colpa e che error?

Il poeta non torna più a Roma, ma ha raggiunto i posteri soprattutto con le Metamorfosi dicevamo. In esse con una grande operazione di dinamismo e velocità espressive il poeta rappresenta l’evoluzione, il movimento incessante attraverso i mutamemti della natura e dell’universo.

Il poeta si congiunge alla grande tradizione orientale dei mutamenti ed a quella occidentale dell’evoluzione. Un orizzonte amplissimo in cui la forza magica della parola evoca in maniera illusoria e concreta la vicenda dell’umanità nei suoi punti fondamentali. Ecco Castore e Polluce che nascono da Leda e dal mito di Leda ed il cigno. Ecco Apollo che viene eluso dalla ninfa che si trasforma in pianta: Dafne l’eterna. Ecco Narciso che cade nella trappola dello specchio.

Particolare di Leda e il cigno

E così nel mito si innesta un’altra verità, la vita della natura, la sua compartecipazione alla vita umana. Un bel balzo in avanti rispetto alla poesia dei Medicamina faciei e degli stessi Amores. Di esso forse il poeta stesso non è del tutto consapevole, anche se ha consegnato la sua dolente umanità ai Tristia.
Tracce di questo dolore umano si ritrovano in storie per così dire private, nelle Metamorfosi, come in  quella di Filemone e Bauci che ottengono dalla sorte di morire insieme, così come sono vissuti.

Ma il peso della morte non si avverte nel testo poetico che è vorticoso e gioioso, perchè la morte serve all’evoluzione ed al cambiamento.
C’è come l’eco francescana perchè Ovidio è la radice dell’arte che alla natura si ispira.

Apollo e Daphne, Bernini, Villa Borghese

Nessun poeta ha influenzato, come lui, artisti scultori ed altri poeti. In Bernini, gli occhi vitrei di Dafne esprimono in modo mirabile il momento del passaggio, quando la creatura non è più donna e non ancora pianta. Lì siamo al sublime.

Carmelina Sicari

[n.d.r. Per i nostri lettori di Francia ricordiamo la nuova traduzione francese: « Les Métamorphoses » d’Ovide, traduit du latin, présenté et annoté par Danièle Robert, Editions Actes-Sud, septembre 2018]

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