Lo spirito del Natale e le frontiere della fiaba

Perchè il Natale porta con sé insieme ai giochi di luci, a quelli pirotecnici, ai giocattoli, il senso della favola? Si dirà che è il ritorno all’infanzia, come un’improvvisa regressione ad un tempo in genere immaginato felice.

Ecco ci è nato un pargolo, recita la tradizione cristiana del Manzoni.
Nel bimbo che nasce il tempo ciclico, quello della ripetizione di eventi negativi, sembra arrestarsi e avere un nuovo inizio.
Incipit vita nova, diceva Dante.

Particolare del presepe del maestro lucano Mondino

È la grande utopia, la possibilità di in ritorno all’Eden da cui siamo stati cacciati, l’apparizione del regno. Il regno di pace e di giustizia è il nucleo segreto di ogni utopia ma anche della religione stessa.
Venga il tuo regno.

Puntualmente anche le fiabe rappresentano la lotta per la conquista del regno, la possibilità di un suo ritorno o meglio di un suo avvento.

Il reuccio lotta contro forze potentissime aiutato da mezzi strani, ora stivali dalle cento leghe, ora da aiutanti straordinari per riconquistare ciò che gli spetta di diritto.
Ecco la frase chiave: gli spetta di diritto.

C’è qualcosa di originario che gli è stato dato e che è andato perduto e che deve essere riconquistato.
È la grande utopia religiosa. È lo spirito del Natale.

Dickens, nel bellissimo Conto di Natale, rappresenta questo spirito come ultima riconquista di un uomo precipitato nella avarizia, nella durezza ed aridità di cuore, malattia mortale.

L’attesa della renovatio si è fatta spasmodica nei secoli, dalla terza età di Gioacchino da Fiore, a Campanella e in nome di essa, che il filolosofo  calabrese considerava imminente, egli sopportò trenta anni di carcere duro, fatto di tortura oltre che di segregazione.
Sicché se da un lato le fiabe, come afferma Propp, rappresentano le radici popolari, dall’altro esse sono espressione di questa suprema religiosa attesa.

Certo, le  fiabe di Grimm hanno chiaramente un aspetto naturalistico. Più propriamente  esaltano il ritorno alla natura come naturalezza del vivere e come memoria dei poteri magici che pullulano nella natura stessa.
I boschi, le querce viventi, nella bellissima fiaba di Michael Ende, gli elfi che popolano il mondo del Signore degli anelli, sono espressione di questo anelito ad una naturalezza del vivere che ci è stata tolta e soprattutto che è caduta in oblio.

Un mondo misterioso esplorato da Bruno Bettelheim ne Il mondo incantato.

Vi sono poi gli archetipi e sopratttuo il dualismo drammatico, vita / morte.
Così ne La bella addormentata il lungo sonno è l’equivalente della morte, e Biancaneve anch’essa precipitata nel sonno con il morso della mela.

Le fiabe poi hanno una caratterizzazione secondo i popoli e le latitudini.
Così quelle calabresi sono forti e si conducono nel duello contro il male insidiatore, come ad esempio Il contadino e la coppola.

Tra gli archetipi: i giganti. Le fiabe recenti dei Giganti di Roald Dahl esprimono il ritorno alla torre di Babele ed a quegli altri giganti che pretesero di dare la scalata al cielo.
I giganti sono la distopia, l’antiutopia che pure è inclusa nel Natale. I giganti sono la materialità, l’arroganza che poggia sulla forza e sulla violenza, l’inintelligenza dell’elemento alto, spirituale e quindi la visione di una realtà divisa, dimezzata, asfittica, bestiale.

E che altro è Erode che fa uccidere tutti i bambini per catturarne uno solo ?

Certo le fiabe dicono la verità quella che negava Pilato che per questo condannò il giusto liberando il ladrone.

Facciomone il pieno per Natale.

Carmelina Sicari

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