Leggere i tempi, per capire l’Italia di oggi.

«La fantasia priva della ragione genera impossibili mostri», diceva il pittore spagnolo Francisco Goya. Aggiungerei, senza scoprire nulla di sensazionale, che l’oblio risulti altrettanto nefasto.
Da qualche anno sono stato incaricato di tenere per gli studenti dei livelli avanzati dei corsi dell’università per stranieri di Perugia delle lezioni di storia d’Italia. Il disorientamento, per mia fortuna, si è ben presto trasformato in scoperta e viva curiosità. Ho sempre detto ai miei studenti di essere un linguista prestato alla storia. So che questo mi accomuna al percorso di molti colleghi che, pur se specializzati in una disciplina, si trovano a doverne insegnare un’altra. È invalsa la consuetudine di definire “sfide” questo tipo di esperienze. E sia!

Non è mia intenzione indossare gli scomodi panni del profeta, tanto meno “in patria”, una patria che, stando ai dati del 58° rapporto del Censis si è impoverita, incattivita, ripiegata su se stessa, senza mostrare altro interesse se non la feroce difesa dei minimi privilegi personalistici che dovrebbero essere, al contrario, modulati dal vivere comune.
È proprio questa dimensione comune che sta orientando il nostro Paese verso una prospettiva solipsistica di, pare, inevitabile declino. Tutto ciò che è utile nell’immediato assume ex se valore e, dunque, ha qualche merito pratico la disciplina delle date e delle battaglie?

Una lettura attenta dello scorrere dei secoli e dei decenni a noi più vicini non può non far nascere l’idea della pluralità dell’essere italiani, della nostra più intima forza e risorsa. Gli italiani sono plurali e si ostinano a volersi ridurre a un singolare presente.

A questo riguardo, per riflettere su dei trascorsi che per il respiro della storia sono poco meno che recenti, proporrei la lettura di Caporetto di Alessandro Barbero, noto storico e scrittore raffinato. La famosa disfatta ha avuto una tale eco da essere entrata a pieno titolo fra i modi di dire per rappresentare una sconfitta totale, quale, in realtà, essa fu, un crollo atteso, ma inimmaginabile nelle sue reali dimensioni per le truppe italiane, consistenti e armate adeguatamente, ma comandate da giovani ufficiali senza esperienza.

La débâcle, dunque, non fu solo militare, ma di un intero modo di intendere la gestione del potere che, ahimè, si riproporrà pedissequamente, negli anni a venire, fino ad approdare come metodo consolidato al nuovo millennio.
Un’organizzazione posticcia in cui le decisioni importanti sono prese in modo intempestivo, in cui la professionalità latita e domina il deleterio timore di assumere delle responsabilità a cui si aggiunge il pernicioso divario fra cittadini e casta che, allora, ai tempi della catastrofe di Caporetto era rappresentata dagli ufficiali e, oggi, dall’amministrazione lato sensu.

Allora la stanchezza era giunta a un punto tale da far preferire ai soldati la resa, quando non apertamente la diserzione. Oggi l’esasperazione si è trasformata in risentimento e malanimo.
Mi si potrebbe obiettare che dopo Caporetto c’è stato il Piave, ed è vero, ma non bisogna dimenticare, per coerenza, che la vittoria è stata possibile per il venir meno dell’Austria-Ungheria più che per una vera riscossa italiana.
Quante pagine di storia ci parlano di occasioni mancate, di tentativi fatti in nome di un mito che può chiamarsi Patria, che può essere flesso in espressioni di sicura presa come “prima gli italiani”, discutibile e forse non sbagliato a priori, ma il mito è protologico, mentre noi dovremmo invece avere una visione escatologica, e quindi rivolta al futuro, non al passato.

Natale Fioretto
Docente di Lingua e Cultura Italiana – Università per Stranieri di Perugia

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Alessandro Barbero
Caporetto
Edizioni Laterza
con ill.
– disponibile anche in ebook
Edizione: 2018
Collana: Cultura storica
Pagine 656 – 24€

Il celebre storico Alessandro Barbero suggerisce un’interessante lettura delle ragioni che portarono alla disfatta di Caporetto. L’autore guarda all’esercito di allora come a uno specchio dell’Italia intera. Un Paese arretrato, principalmente contadino, con distanze sociali enormi tra fanti e ufficiali. Il comando dei reparti era affidato a giovani borghesi letteralmente alle prime armi e non a caporali o sergenti (operai e braccianti) che avevano fatto gavetta sul campo. Nel nostro esercito erano in pochi ad avere il coraggio di prendersi responsabilità: l’iniziativa individuale sembrava inesistente, in attesa che dall’alto arrivasse il miracolo.
In questo libro Alessandro Barbero ci offre una nuova ricostruzione della battaglia e il racconto appassionante di un fatto storico che ancora ci interroga sul nostro essere una nazione.

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