Libri: Una bicicletta contro la barbarie nazista per ricordare Bartali.

Finalmente grazie ad Alberto Toscano, un libro che racconta per filo e per segno l’uomo Gino Bartali, evocandone il suo destino di campione ma anche di cattolico che ha salvato decine e decine di ebrei da una morte sicura. 

Per capire e bene chi fosse l’uomo Gino Bartali, si sono dovuti attendere diversi anni dopo la sua morte avvenuta nel 2000. Di lui, tanti ricordavano le vittorie, le imprese e le sfide epiche – perché il ciclismo è epica -, avvenute a cavallo della seconda guerra mondiale, tra fascismo e democrazia, tra monarchia e repubblica. Imprese sulle cime nostrane come il Pordoi o sul proibitivo pavé delle vette francesi del Tour, innevate finanche in estate, de l’Izoard o del Tourmalet. Tutti, anche chi non ha vissuto quegli anni, ricordano il dualismo Coppi/Bartali, evocato anche con note canzoni dedicate ai due a riprova della grande popolarità che, ieri come oggi, il ciclismo, agonistico e no, mantiene nelle popolazioni, specie quelle italiane e francesi, ma anche tra i belgi, i tedeschi, gli olandesi. Uno sport che non muore mai, neanche oggi che i trasporti sono ultraveloci. Forse il ciclismo, più di qualsiasi altro sport, dà il senso di una cultura comune europea. Cosi anche da noi, solo il ciclismo e forse il calcio, consentono ai nostri compatrioti di esprimere appieno tutte le proprie divisioni e quello spirito polemico e di competizione che tanto ci caratterizza.

Un véloIl Giro d’Italia è partito quest’anno da Gerusalemme in Israele. Da sempre questo “rito” non è solo un evento sportivo, è un fenomeno di massa che al pari del Tour de France, coinvolge il popolo, la società. Tra i tornanti alpini e sui traguardi di villaggi e città si snoda il racconto del paese, si dipinge il quadro nazionale, una volta attraverso le voci dei cronisti e le grandi firme sui giornali (alcune davvero celebri come Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini, Orio Vergani) e poi, in tempi più recenti, con le immagini sfocate, in bianco e nero e infine a colori e ad alta definizione, un evoluzione comunicativa che si lega alla evoluzione e talvolta involuzione dei nostri paesaggi, da impervi e polverosi a moderni e sicuri. Questo inizio a Gerusalemme ha una dedica precisa, quella a Gino Bartali, che nel 2013 è stato incluso dalle autorità di Tel Aviv tra i “Giusti” delle nazioni, il massimo riconoscimento che Israele dà a chi ha aiutato e salvato ebrei (si dice più di mille nel caso di Bartali) dalla persecuzione delle leggi razziali, dalla vergogna della Shoa. Un riconoscimento concesso solo dopo la scomparsa del grande campione toscano.

Ricordo ancora l’eco del dualismo Bartali contro Coppi, che negli anni del dopoguerra in piena divisione tra bianchi e rossi portava, con la solita smania ideologica delle nostre genti, a dividersi anche sullo stile di vita dei due assi. Ricordo che molti di sinistra mi dicevano che parteggiavano per il trasgressivo Coppi, la cui vita era stata segnata dallo scandalo della “dama bianca”, una scelta un po’ ipocrita, specie per quei comunisti che avevano ostinatamente e moralisticamente occultato la relazione adulterina tra Togliatti ed una giovane Nilde Iotti. Va da se che il cattolico Bartali rappresentasse la sponda avversa, coloro che votavano democristiano e che avevano nel cuore Dio, la famiglia e il lavoro.

Cosi è stato ingiustamente per molti anni. Poi finalmente, prima dei sussurri, qualcuno che sapeva ha iniziato a farsi avanti, ma la storia dei tanti ebrei salvati da Bartali è emersa in tutta la sua chiarezza solo anni dopo la sua scomparsa.
Il generoso e burbero Bartali, per anni aveva continuato a tacere, anche dopo la caduta della dittatura fascista, della sua delicatissima e sensibilissima opera di salvataggio di ebrei a partire sin dal 1938, quando Mussolini, ingraziandosi il Reich tedesco, aveva promulgato, con la complicità della monarchia, e nella timidezza della Chiesa, le infami leggi razziali.

Nel 1938 Bartali era già un mito. Aveva vinto il Tour de France portando i colori italiani e il prestigio fascista tra i boulevards e le piazze di Paris.
Solo ora, in modo chiaro e con un racconto documentato, appassionato ed appassionante, questa storia eroica, questo esempio di generosità autentica, viena alla luce in tutti i suoi risvolti attraverso il libro di Alberto Toscano: “Un vélo contre la barbarie nazie. L’incroyable destin du champion Gino Bartali (ed. Armand Colin – €. 17,90), che pubblicato in francese, dovrebbe presto uscire (ce lo auguriamo) nell’edizione italiana ed israeliana.

Come Toscano ricorda, per molti anni l’attività di Bartali, che sfruttò il suo prestigio, per salvare segretamente moltissimi ebrei e per favorire attività atte alla loro fuga (nascondendo o trasportando documenti falsi) è stata tenuta nascosta, messa sotto oblio.

La sua fu un’impresa che avrebbe potuto costargli carissimo, specie considerando che, come ricorda il libro, la polizia segreta fascista teneva il campione sotto stretto controllo.
Il perché era evidente: in un tempo in cui la paura induceva una moltitudine di intellettuali ed eminenti docenti universitari ad abiurare alle proprie convinzioni ideologiche ed a tesserarsi per il partito fascista indossando magari prontamente la camicia nera, il “contadino” Bartali, rifiutava l’iscrizione al partito e finanche di prodursi, come invece avrebbero fatto i campioni del calcio ai mondiali del 1934 e poi del 1938, nel saluto fascista.
Tanto fu sufficiente, come ricorda Toscano, affinché la censura imponesse alla stampa e ai film Luce di limitarsi al racconto dei suoi successi sportivi senza nulla aggiungere sull’uomo, sul personaggio.

E l’uomo, il personaggio, aveva tanto di esemplare nella sua commovente modestia. Un cattolico, ricorda nelle sue pagine Toscano, che aveva sulla bici la medaglietta della Madonna, devotissimo a Santa Teresa del bambin Gesù, una fede che lo induceva ad un amore verso il prossimo che direi francescano o forse meglio carmelitano (era quello l’ordine a cui era più devoto), una cosa che non poteva che scontrarsi con l’arroganza e la prepotenza del fascismo. Prima di occuparsi degli ebrei, cosa che avverrà a partire dall’entrata in vigore delle leggi razziali, Bartali aveva già agito per salvare un suo amico comunista, trovandogli ricovero in Francia, presso dei cattolici di Lione, questo mentre l’Ovra a Parigi faceva ammazzare, da suoi emissari, gli esuli fratelli Carlo e Nello Rosselli.
Le sua attività, per quanto svolte con discrezione e nella massima segretezza, destarono sospetti nella polizia di regime; tanto che un dossier aperto dalla stessa Ovra su di lui è ancora conservato negli archivi del Ministero degli interni.

Toscano
Alberto Toscano

Toscano racconta con dovizia di particolari ed una documentazione puntuale (certamente aiutata anche dalla sua cospicua emeroteca, raccolta e conservata in tanti anni) e con una passione che gli va riconosciuta, tra una scalata e una vittoria sportiva, le imprese umane di un personaggio che fu molto più che lo straordinario campione che tutti ricordano.

Questo libro rende giustizia ad una figura le cui imprese, a difesa della vita e dei più deboli contro il regime, non furono mai, nemmeno dopo la guerra e a liberazione avvenuta, pienamente riconosciute. Un po’ perché la Chiesa e il suo Papa Pio XII mantennero una posizione, rispetto alla questione ebraica, non netta ed inequivocabile, anche se è giusto ricordare l’opera di tanti preti e di semplici cattolici che, in quegli anni di barbarie, salvarono tante vite umane dagli aguzzini nazi-fascisti, e poi perché parlare di un cattolico che aveva a cuore gli ebrei, nell’Italia del dopo-guerra e degli anni della cortina di ferro, non era impresa facile.

Questo libro dalla scrittura calda, prende il lettore che puo’, attraverso le vicende umane e sportive di Bartali, ripercorre le emozioni di un paese intero, in una delle epoche più esaltanti della nostra storia. Come si ricorda a proposito del Giro d’Italia del ’46, episodio evocato anche nel recente incontro di presentazione del libro all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Davvero quel giro tra palazzi sventrati, terreni abbandonati, ponti crollati, fu il primo e fondamentale segnale della rinascita italiana e a quel giro, Bartali volle, con tutta la forza del suo fisico eccezionale, dare il suo sigillo. Il ciclismo si dice che sia sofferenza ma è anche costruzione, realizzazione di un percorso che alla fine va portato a termine. Quella fatica, quei nervi tesi allo spasimo, in un contesto in pieno disfacimento fu il più grande simbolo della volontà di ricostruzione italiana che da lì ad un decennio ci avrebbe portati al boom economico.

Ancora nel 48 la grande storia e il grande ciclismo si incontrano. Sono i terribili giorni dell’attentato a Togliatti, l’Italia appena uscita dalla guerra e che va perdendo la sua unità politica antifascista, ora che finanche l’obiettivo repubblica è stato raggiunto, ha vissuto allo spasimo le tensioni di una divisione che contrapponeva cattolici popolari al Fronte Popolare che univa socialisti e comunisti. Ancora sono molti i partigiani che conservano le armi pronti per una rivoluzione che porti il paese sotto le ali dell’Unione Sovietica di Stalin. Quei tremendi giorni dell’attentato a Togliatti, furono ben ricordati da Walter Tobagi in un libro del Il Saggiatore dal nome: “La rivoluzione impossibile”. E bene, quando gli scontri nelle piazze si susseguivano a spezzare quell’insostenibile tensione arrivò la notizia del successo, inatteso, di Gino Bartali al Tour de France. Una notizia che distrasse le popolazioni e che affianco all’invito alla calma dello stesso Togliatti dal letto dell’ospedale ebbe l’effetto di fermare il paese che ormai era sull’orlo di una nuova guerra civile.

Bartali e Coppi
Gino Bartali e Fausto Coppi dopo la gara

Come si ricorda nelle sue prime pagine del libro: Ci sono, a volte personaggi sportivi che con un loro gesto, il loro esempio segnano un’epoca. Cosi fu Jessie Owens che da nero osò battere i campioni tedeschi sotto lo sguardo di un ostile Adolf Hitler e potrei aggiungere il pugno chiuso di sfida di Tommie Smith e John Carlos a Citta del Messico nel ’68 che gli costerà la squalifica e il ritiro della medaglia, ma che così vollero testimoniare la difesa dei diritti dei neri d’America. Cosi Bartali, che nel silenzio e senza dimostrazioni eclatanti, da severo e arcigno toscano badò al sodo, alla vita di bambini, donne e uomini ebrei, arrivando a nasconderli anche nella propria cantina, in nome di quella banalità del bene, che a volte ci sfugge ma che se sappiamo coglierla ci rende unici, eroici.

Questo libro andrebbe letto in Francia come in Italia, ma io direi ovunque. Perché è ricco di storie, narrate come in un romanzo, con una lettura che richiede solo passione ma non sforzo, andrebbe letto perché il nostro è un tempo che non ha più bisogno di chiacchiere, ma di esempi da raccontare, emulare e ricordare, e lui, Gino Bartali a Gerusalemme è un giusto tra i giusti ed il 101esimo Giro d’Italia non poteva dimenticarlo.

P.S. 

Le livre sera présenté par Alberto Toscano, en présence d’Eric Fottorino, directeur du journal le 1,  à la mairie du 9, Salon Aguado, 6 rue Drouot, 75009 Paris, lundi 14 mai à 19h (01 71 37 76 00 ou sur reservationsma09@paris.fr). Une rencontre suivra à La Libreria (89 Rue du Faubourg Poissonière, 75009 Paris), le 28 mai à 19h. Ce jour-là ce sera le Prof. Alessandre Giacone qui dialoguera avec l’auteur. Bienvenue à tous!

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