Le facce delle sardine le ho già viste.

Le Sardine, dici? La mobilitazione, l’uscir di casa e far casino, vanno benissimo. Altroché. Sacrosanto reagire alla lugubre retorica salviniana, all’aggressivo vittimismo meloniano. Ci mancherebbe. Ma le facce delle sardine le ho già viste. E (posso dirlo? Lo dico) sono facce da figli di papà. Pulite, sorridenti. Perfette. Fatte per piacere. Non solo giovani (quello sarebbe il meno, ci siamo passati tutti). Ma “cool”. Studiosi. Sportivi. Informatizzati. Informati. Me li immagino così. Capelli lunghi perché «sto bene così”, capelli corti per le stesse ragioni. Ragazzi perfetti. Che si danno da fare. Che leggono Isabel Allende. Hanno viaggiato. Parlano bene inglese. Vite pulite, aperte. Esemplari. “Italia migliore”. Sempre dalla parte della ragione.

Tutte cose belle sante e giuste, ragazze mie, ragazzi miei. Un po’ troppo, almeno per me. In quelle facce (ragazze mie, ragazzi miei) non trovo quel che, negli esseri umani, mi interessa e mi attira: un briciolo, un bruciore (la parola me la suggerisce il correttore: grazie, è perfetta), anche nascosto, di piccola disperazione. Di vuoto, malinconia, incertezza, interrogazione. Di non sapere dove andare. Nelle vostre facce (ragazze mie, ragazzi miei) non c’è traccia dell’angoscia delle brutte periferie piene di niente. Non c’è qualcuno che, come in Anna e Marco di Lucio Dalla, ha trovato una moto, si può andare in città. Non c’è il pomeriggio vuoto, lo sguardo perso nelle vetrine del centro, il ragazzo che ha da fare il compito e nessuno lo sa aiutare, perché la mamma, perché il papà. Non c’è la fabbrica bella e sporca (Vincenzina vuol bene alla fabbrica), il tornare presto a casa tanto oggi è come ieri, un giorno dopo l’altro, domani sarà un giorno uguale a ieri. Non c’è quello che non c’è. C’è invece il pieno di una vita laboriosa e studiosa e in pace con se stessa. “La mattina economista”, poi “atletica ai bambini, il frisbee agli universitari e il basket con i disabili”, scrivono estasiati i giornali. In testa, ovviamente, Repubblica che (un tempo bel giornale libertino, agro, imprevedibile, di borghese assalto) sempre più si candida a Gazzetta dei Buoni, Breviario di vite dei Santi laici. Dimenticando che c’è sempre molto più bisogno di elogiare (o almeno cercare, trovare) Franti che quel noioso pedante di Derossi. Non solo, non tanto per gusto del paradosso intellettuale. Ma perché in Franti (nel cattivo, nel perfido, nello sgradevole Franti) c’è, in controluce, l’essere umano, con viltà e spavalderie, con la sua aggressiva fragilità. In Derossi, solo il conformismo sociale dell’élite che, come per il sociologo Bourdieu, riproduce se stessa in esemplari identici. Come le sardine, appunto.

Ragazze mie, ragazzi miei. Le vostre facce da sardina sono la fototessera del figlio ideale del «ceto medio riflessivo». Blocco sociale entusiasta di sé. Che vede se stesso come unico mondo possibile. Al punto da non volersi più identificare in partiti (che per definizione o almeno etimologia rappresentano una «parte») o in bandiere («nessuna bandiera in piazza, solo sardine disegnate!». Che sciocchezza. Sono belle, le bandiere).
E sono anche le facce di quella sinistra che considera la destra non un avversario con cui confrontarsi, litigare, misurarsi, e da battere (se ci si riesce) in campo aperto; ma un malinteso, un errore della storia, un branco di persone che seguono gli istinti invece della ragione (come ha detto Corrado Augias pochi giorni fa), e che “in un paese normale” (come si sente dire spesso, e che frase orribile è questa) nemmeno dovrebbero esistere. La sinistra che, persa nel sogno di chi vuole redimere il mondo e farlo identico a sé, invece di capirlo e interpretarlo, scava un solco sempre più profondo con gli altri e si condanna ancora una volta a una vocazione minoritaria. Le facce delle sardine – ecco – le ho già viste: e sono facce (come diceva, in altri tempi, il povero Pier Paolo) “piccolo-borghesi, cari”.

Maurizio Puppo

3 Commentaires

  1. Condivido in parte la sua opinione, ma di più quella di Carmela.
    Forse saranno « piccoli borghesi » ma almeno esprimono la voglia di esserci, di far capire che ci sono anche quelli che non dormono.
    Le assicuro anche che i « piccoli borghesi » (quelli veri e quelli che lo vogliono diventare) non vanno alle manifestazioni politiche, specie nelle città di periferia… tutti zitti con il loro bravo smartphone da digitare.
    Quelli abbandonati dalla sinistra nelle periferie si trovano benissimo abbandonati nella leggera superficialità e semplificazione del pensiero salviniano.

    • Certo, il problema (della sinistra) è proprio quello. E forse occorrerebbe capire il perché, senza paternalismi, e senza pregiudizi. Invece di scavare un solco sempre più profondo. Almeno, questo è il mio parere. Grazie per il suo commento, Maurizio Puppo

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