L’Appunto mensile di Alberto Toscano – ottobre 2020

Alberto – disegno di Plantu

Nel quadriennio della presidenza Trump, l’Atlantico è diventato più largo e più profondo. Non c’è bisogno di scomodare i cambiamenti climatici per constatare che l’atmosfera delle relazioni euro-americane è mutata in peggio. Il processo d’integrazione europea è stato visto con sistematico sospetto dall’alleato d’oltre-oceano. Mentre la Cina si rafforzava, mentre la Russia di Putin si rilanciava, mentre la Turchia ci minacciava e mentre la pandemia ci lacerava, l’amico americano faceva i salti di gioia ogniqualvolta che ci vedeva litigare tra noi europei. Comunque ci poniamo di fronte al mondo di domani, noi Ventisette abbiamo bisogno sia di unirci sia di creare con gli Stati Uniti un rapporto molto più costruttivo di quello esistito negli ultimi anni. Il voto americano del 3 novembre conterà moltissimo anche per noi. Vista l’influenza dello zio Sam sul nostro futuro, il primo martedì di novembre varrà la pena di passare una notte in bianco. A casa, perché c’è il coprifuoco.

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A proposito di futuro, sono in tanti a giocare con le previsioni sul post-pandemia. Certo non bisogna essere il profeta Isaia (rima con pandemia) per dire che lo Stato peserà di più in economia (idem), aggiungendo che aumenterà il « lavoro a casa » o che alcune attività produttive – per esempio in campo farmaceutico – faranno una parziale marcia indietro verso i paesi occidentali da cui erano state delocalizzate. E non bisogna essere Einstein per augurarsi che i nostri governi facciano più attenzione che negli ultimi decenni prima di tagliare risorse alla sanità pubblica.

Ma c’è una cosa di cui si parla poco : la divergenza di interessi tra generazioni. La parola « conflitto » è forse impropria, visto che è difficile immaginare una sorta di battaglia campale « giovani contro vecchi ». Quando parliamo di un contrasto tra generazioni siamo piuttosto portati a immaginare una situazione alla buona, sul modello delle partite di calcio « padri contro figli », che si giocavano un tempo all’oratorio. Ma c’è poco da ridere perché la divergenza d’interessi tra le generazioni è un problema reale, che rischia davvero di diventare drammatico.
Da questa crisi stiamo cercando di uscire aumentando il nostro debito pubblico e il fatto che i tassi d’interesse siano (oggi) minimi non sminuisce l’entità complessiva di un « rosso » in aumento giorno dopo giorno. A subire le conseguenze di questa situazione saranno più gli attuali trentenni dei miei coetanei settantenni. A questo stavo pensando l’altro ieri, quando davanti ai miei occhi si è materializzata una nota del centro studi del gruppo bancario Natixis dal titolo insolitamente categorico : « Vers un violent conflit intergénérationnel ». Un testo scritto come se quel conflitto fosse ormai inevitabile. Secondo questa analisi, la crisi del Covid accentua e drammatizza in vari modi l’oggettivo contrasto d’interessi tra generazioni.

Il testo dice : « La crise devrait entraîner un recul de la croissance potentielle, donc un conflit entre actifs et retraités pour le partage du revenu global dans un contexte de vieillissement. La crise devrait exacerber la différence entre les jeunes – qui ont souvent des contrats de travail temporaires et donc sont fortement affectés par la crise, ou qui cherchent à rentrer sur le marché du travail – et les «vieux», qui sont nettement mieux protégés ».
E ancora : « Avec la politique monétaire très expansionniste, la crise doit faire apparaître des bulles sur les prix des actifs financiers et immobiliers, ce qui est une forme de taxation des jeunes, qui doivent acheter des actifs, au profit des vieux, qui détiennent les patrimoines. Avec la forte augmentation des taux d’endettement public, existe la menace d’une politique budgétaire plus restrictive dans l’avenir, affectant les générations futures ».

Non so quanto di vero ci sia in questa inquietante profezia, ma penso che poche volte come oggi le giovani generazioni abbiano avuto da difendere precisi « interessi di categoria ». Ovviamente dipende da loro rendersene conto e agire di conseguenza. Si dice che le colpe dei padri non ricadano sui figli. Le colpe magari no ; ma i debiti sì.

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Ci sono cose che preoccupano e cose che danno fastidio. Il Covid preoccupa, la Covid mi dà un fastidio terribile. Mi domando come sia possibile che certuni non abbiano niente di meglio da fare che imporre l’uso del termine « Covid » al femminile invece che al maschile (come tutti facevano e come tantissimi continuano a fare in barba al grottesco Diktat dell’Académie française). Gli augusti Soloni pensano che il termine sia femminile trattandosi di una malattia. Ma allora perché dicono « le Sida » e non « la Sida »? Evidentemente in questi casi si è sempre parlato al maschile facendo allusione al virus. Detto questo non val la pena di scomodare le risorse della logica rispetto a decisioni prese sulla base del puro protagonismo, magari con una scorza d’arroganza. Il bello è che i media francesi sono oggetto di pressioni perché si adeguino alla volontà dei custodi della lingua di Molière (il quale Molière non solo si sarebbe fatto quattro risate, ma ci avrebbe forse scritto sopra un testo da farci a nostra volta scompisciare). Il sito di France Culture ci spiega che l’Académie française, ou plutôt son Secrétaire perpétuel, en l’absence de vote, a tranché pour un usage au féminin: « la » Covid; alors même que l’usage courant est d’utiliser ce terme au masculin. Un signore morto esattamente 700 anni fa diceva: “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare!”. Io non dimando un bel niente, ma cerco di riflettere su un punto: oggi l’Europa è piena di persone molto intelligenti; purtroppo una parte sono asintomatiche. Resta il fatto che la lingua francese è molto più bella, più utile e più viva di quanto i suoi bacchettoni custodi si sforzino talvolta di renderla.

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A proposito di lingue, la Settimana dell’italiano nel mondo si svolge anche qui in Francia dal 19 al 25 ottobre. Se da un lato l’istruzione ufficiale si dimostra troppo spesso esitante nell’aprire ai giovani le porte della lingua italiana, dall’altro noi tutti constatiamo la presenza di tante persone che cercano in ogni modo – dai corsi privati alla lettura di testi in lingua originale – di arrangiarsi per migliorare la loro conoscenza dell’italiano. Per molti di loro – soprattutto qui in Francia – è anche in gioco la riscoperta delle radici. C’è stata un’epoca in cui il desiderio di integrarsi presto e bene spingeva le famiglie dei migranti a cancellare le tracce della propria cultura d’origine. Come se nel tricolore dei cromosomi si potesse sostituire di colpo il verde col blù. Adesso i figli, i nipoti e i pronipoti di quei migranti hanno voglia di riscoprire, anche studiando l’italiano, le radici della propria famiglia. E’ una bella storia che si rinnova ogni giorno e oggi di belle storie abbiamo una gran bisogno.

Alberto Toscano

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