L’Appunto mensile di Alberto Toscano – marzo 2021

C’è una ragione (una sola) per cui mi spiace che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non abbia sciolto il Parlamento italiano, convocando elezioni anticipate. Come sempre, le urne sarebbero state poste nelle aule delle elementari e degli altri istituti scolastici. Dunque, portando con sé i propri figli al momento di esercitare il dovere civico del voto, i genitori avrebbero avuto un’occasione d’oro per ricordare ai bambini « in DAD » (« didattica a distanza ») che cos’è una scuola. Sarebbe stata una sorta di rivincita contro le ripetute misure di confinamento. « Stai attento, Pierino, perché per chissà quanto tempo non avrai un’altra occasione d’entrare in questo palazzo ! In un anno sei venuto a scuola solo pochi mesi e adesso sei di nuovo in DAD. Ti spiego. La maestra dovrebbe star seduta proprio là, dove c’è adesso quello scatolone con un buco sopra. Però, al posto delle schede votate, la maestra raccoglie i quaderni. Cosa sono i quaderni ? Una roba straordinaria : uno strano tipo di tablet che non ha neanche bisogno di essere ricaricato con un filo elettrico. E poi se cadono per terra non rischiano di rompersi. Pensa che sono fatti di carta. Li hanno inventati i cinesi, proprio insieme alla carta. Forse ce li consegneranno con i loro vaccini. Possiamo stare tranquilli ! ».

Tranquilli non lo siamo affatto, ma tiriamo avanti lo stesso. « Tiremm innanz ! », come nell’agosto 1851 disse in milanese ai cattivissimi austriaci (l’abbiamo imparato a scuola, quando eravamo piccoli senza essere in DAD) il patriota Amatore Sciesa, poi fucilato per affissione clandestina di manifesti sovversivi. Dunque tiriamo avanti, pensando alla campagna vaccinale piuttosto che a quella elettorale (che tra l’altro ci avrebbe spinti ad affiggere chissà quanti manifesti, magari clandestinamente).
Immagino cosa avrebbero scritto i giornali di tutto il mondo se gli italiani si fossero scannati tra loro per un pugno di voti, proprio nel momento in cui veniva seppellito il centomillesimo connazionale morto di Covid. Le elezioni anticipate sarebbero state una dimostrazione d’impotenza ben più che di democrazia. La democrazia non può essere impotente e questo lo si capisce soprattutto nei momenti difficili. La democrazia vuole che i rappresentanti del popolo siano capaci di riunirsi quando è in gioco il bene comune. Altrimenti la politica è solo una rissa stucchevole, inconcludente e alla lunga pericolosa.

Adesso tocca a Mario Draghi investire al meglio il capitale di consenso a sua disposizione. Di capitali se ne intende e di investimenti pure. Il timone è nelle sue mani. La sua maggioranza è ampia quasi quanto il suo prestigio. Almeno in teoria, il suo governo è all’altezza della situazione, ma la compattezza di una compagine ministeriale tanto eterogenea va costruita e verificata giorno dopo giorno. Talleyrand, che per Draghi sarebbe stato un eccellente ministro, può elargire i propri consigli solo attraverso le sue opere e i suoi detti. Come quello che recita : « Le meilleur moyen de renverser un gouvernement, c’est d’en faire partie ».

Supermario è avvisato. Tra le prime mosse del nuovo presidente del consiglio c’è stata la nomina di uno stimato ufficiale – il generale degli Alpini, Francesco Paolo Figliulolo – alla testa del dispositivo nazionale anti-Covid. Gli italiani – che nella pubblica amministrazione hanno istintivamente meno fiducia dei francesi (e forse anche dei bengalesi) – hanno la tendenza a « militarizzare » il dispositivo dell’intervento statale quando occorre far rispettare davvero le regole. I militari danno un senso di disciplina a chi è volentieri indisciplinato. A sua volta la disciplina ispira rispetto, avvolgendo tutto in un’atmosfera di rigore. Il militare « esperto » appare come doppiamente rigoroso. In Francia sarebbe inconcepibile affidare il meteo tv a un ufficiale in divisa, cosa che in Italia è invece normale. Il colonnello Bernacca, dell’aeronautica militare, è divenuto un guru quotidiano per gli italiani di tanti anni fa ; un autentico mito del teleschermo RAI in bianco e nero. Il caso più significativo – su cui vale davvero la pena di riflettere – è quello del controllo fiscale, che in Italia vede in prima linea un corpo militare ad hoc : la Guardia di Finanza, le cui origini (anche se con una denominazione diversa) risalgono al 1862 e quindi all’epoca in cui fu realizzato il sogno del nostro amico Amatore Sciesa : l’unità politica della Penisola.

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Proprio in questo mese di marzo (per l’esattezza il giorno 17) sono stati celebrati i 160 anni dalla proclamazione dell’unità italiana. La macchina del tempo e dei ricordi mi porta automaticamente all’aria che ho respirato nel marzo 1961, durante le indimenticabili celebrazioni del centenario. C’era un grande e generale entusiasmo. Mi torna in mente quel giorno della primavera 1961 in cui la mia classe della Scuola media statale di Galliate lasciò le risaie accanto al Ticino per recarsi in autobus a Torino, dove passammo una giornata immersi nella « meraviglia delle meraviglie » : l’esposizione « Italia 61 », realizzata appunto nel centenario dell’unità. Tornano a galla le immagini che più colpirono il tredicenne di allora. Cinque in particolare: le hostess carinissime che accoglievano i visitatori ; un laghetto artificiale ; la macchina (bisnonna del computer) che sputava schede perforate ; una sala cinematografica panoramica a 360 gradi ; il trenino che danzava a cavallo di una lingua di cemento armato sospesa a qualche metro dal suolo. Quest’ultimo gioiello tecnologico, celebrato come « la monorotaia », ha simboleggiato la fierezza nazionale di un’Italia in pieno miracolo economico. L’Italia che qualche mese prima aveva ospitato a Roma le sue uniche Olimpiadi (nel senso di Olimpiadi estive) del XX secolo e che guardava l’avvenire con sfacciato ottimismo.
La seducente monorotaia torinese, lunga meno di due chilometri e vissuta meno di tre anni, è diventata l’emblema della breve durata (« Sic transit gloria mundi ! ») di quella stagione di sviluppo e d’entusiasmo.

La gloria era ben meritata perché gli italiani erano riusciti a rialzarsi dal disastro della guerra e dall’umiliante eredità del fascismo. Popolavano un Paese in piena crescita, dinamico e rispettato nell’economia mondiale e nelle relazioni internazionali. Ma questa crescita era fragile, squilibrata e disordinata. Un po’ come quella dei nuovi quartieri di palazzine, sorti alla rifusa nella periferia romana e presenti in tanti film di quell’epoca. Mi viene in mente il personaggio del palazzinaro rozzo e spregiudicato Romolo Catenacci, interpretato da Aldo Fabrizi nell’indimenticabile C’eravamo tanto amati di Ettore Scola.

Uno dei protagonisti di quello stesso film, Nino Manfredi, compirebbe cent’anni proprio in questi giorni del 2021 e questa è una bella occasione per ricordare la sua opera. In C’eravamo tanto amati, Manfredi interpreta il personaggio di un infermiere-portantino umile e ostinato, coerente e coraggioso. Scola lo ha scelto come emblema positivo dell’Italia popolare. Parlare adesso di quel personaggio è anche un modo per sottolineare – dopo un anno di Covid – il debito che noi tutti abbiamo con gli infermieri e in generale col personale ospedaliero. Penso che Manfredi cercherebbe in questo momento di alleggerire, grazie alle sue battute – il grande peso che ci portiamo sulle spalle. Me lo immagino ripetere – a proposito dell’attesissima fine della pandemia, a seguito dei vaccini – la frase che lo rese celeberrimo alla tv italiana di tanto tempo fa. Una frase, pronunciata nel dialetto delle campagne laziali, che per la sua assoluta naïveté sembra sorgere candida e spontanea dall’animo della gente comune. La frase dice «Fusse che fusse la volta bbona !», che – traducendo dal frusinate al francese – potrebbe suonare come « Espérons que cette fois tout aille bien ! ». Questo ripeteva ad ogni occasione il simpatico contadino reso popolare da Manfredi nell’Italia di oltre mezzo secolo fa. Un personaggio, che come tanti cari a Manfredi, parlava il dialetto perché l’Italia di un tempo non si vergognava delle proprie origini contadine. Era un’Italia spontanea e simpatica, che poteva parlare bene sia il dialetto sia il latino, ma che certo non avrebbe detto lockdown per indicare l’obbligo di confinarsi in casa.

Pensare a Nino Manfredi – nato il 22 marzo 1921 in provincia di Frosinone, a Castro dei Volsci, e morto a Roma il 4 giugno 2004 – significa tornare quasi d’istinto alla saga straordinaria della « commedia all’italiana » e a film che ci fecero spesso ridere e sempre riflettere. Ciascuno di noi ne ha in mente diversi. Per me la lista delle interpretazioni di Manfredi include (tra l’altro) un film del 1962 diretto da Luigi Zampa : Gli anni ruggenti, girato in luoghi straordinari come Matera e Ostuni. Trovo sempre attuale l’ironia di quell’opera di Zampa, tratta in realtà da Gogol, a proposito dell’atteggiamento che tanta « gente perbene » ha nei confronti del potere. Nel 1966 Nino è Dudù di Operazione San Gennaro e due anni dopo è Marino in Straziami ma di baci saziami, due film di Dino Risi. Nel 1969 interpreta in Nell’anno del Signore, di Luigi Magni il personaggio del calzolaio Cornacchia, che dalla statua di Pasquino ironizza sull’autoritarismo papale all’epoca in cui i carbonari finiscono sulla ghigliottina. Una lapide, collocata nel 1909 in Piazza del Popolo a Roma, ricorda proprio i due carbonari giustiziati nel 1825 durante il pontificato di Leone XII (nello Stato della Chiesa, la ghigliottina sopravvisse alla partenza delle truppe di Napoleone I). Quei due personaggi sono Leonida Montanari e Angeolo Targhini, la cui storia s’incrocia nel film di Magni con l’uomo e la donna interpretati da Manfredi e Claudia Cardinale.

Se vado avanti a parlare di Nino non la finisco più. Lasciatemi citare almeno Brutti, sporchi e cattivi (Affreux, sales et méchants) del 1976 e soprattutto un film del 1974, la cui storia ci ha commossi tutti quanti al pari della straordinaria interpretazione di Manfredi: Pane e cioccolata. Proprio grazie a Nino, il regista Franco Brusati ci fa rivivere i problemi dell’emigrazione italiana in un’epoca che non è poi tanto lontana dalla nostra. E infine lasciatemi citare una vecchia canzone romana, che Nino ha reso popolare con la sua interpretazione. Si chiama Tanto pe cantà (« Juste pour chanter ») e dice in dialetto romano : « Basta ‘a salute / Quanno c’è ‘a salute c’è tutto / Basta ‘a salute e un par de scarpe nove / Poi girà tutto er monno » (« La santé suffit ; si t’as la santé, t’as tout ; si t’as la santé et des nouvelles chaussures tu peux faire le tour du monde »).
Vedi il video qui: https://www.youtube.com/watch?v=_ZCV2x0Wvo8
Le scarpe le abbiamo. Per la salute incrociamo le dita.

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Dunque siamo alla terza ondata di Covid-19, ormai rinvigorito dalle varianti del 2021. Viene in mente la storiella di quel tizio che fa i salti di gioia nel vedere una luce in fondo al tunnel, senza accorgersi che si tratta del faro di un treno. Speriamo nello sciopero delle ferrovie. Speriamo soprattutto nei vaccini, che la luce in fondo al tunnel – quella della salvezza – ce la mostrano davvero.

Quando tutto sarà passato, rifletteremo sulle esperienze del periodo cominciato nel febbraio 2020, all’epoca in cui una piccola parte dell’Italia sembrava avere il triste monopolio europeo della malattia. Il professor Gilles Pialoux, che dirige il servizio malattie infettive e tropicali all’ospedale Tenon di Parigi, trae una lezione di quel momento dicendo che nessun Paese potrà mai credersi immune dalla tempesta a casa del vicino. Ricordando certi atteggiamenti di allora, il professore afferma che la Francia deve evitare per sempre « ce qu’on a fait il y a un an avec l’Italie, c’est à dire de regarder de loin, avec un peu de condescendance ». Una delle più evidenti lezioni dell’esperienza Covid è che nel mondo attuale – e soprattutto nell’Europa attuale – siamo costretti a condividere gli stessi problemi. Possiamo anche far finta di non vedere la realtà, ma non per questo riusciremo a esorcizzarla.

La pandemia ha mostrato al tempo stesso l’esistenza di un mondo globalizzato (il virus e poi le sue varianti si sono estesi con grande rapidità sull’insieme del pianeta Terra) e la crescente importanza delle sfere geopolitiche in cui quella globalizzazione si articola. Russi, cinesi, americani ed europei hanno ciascuno i propri vaccini o comunque gestiscono ciascuno determinati vaccini facendo leva sulla loro forza industriale, commerciale, organizzativa. Avvertiamo più di prima il bisogno di sicurezza e di protezione, ma pensiamo che non possano essere cercate da un’apertura indiscriminata al resto del mondo. Noi Paesi europei ci rendiamo conto di essere troppo piccoli se siamo isolati e troppo esposti se ci apriamo indiscriminatamente al resto del mondo. La soluzione è chiara : consolidare la nostra unità europea.

Quando ci siamo accorti di non avere le mascherine, abbiamo capito che non sarebbero stati certo i cinesi a spedircele in massa prima di aver ampiamente soddisfatto il proprio mercato interno. In settori di rilievo strategico – dai farmaci alle nuove tecnologie –  non possiamo mettere il nostro avvenire nelle mani di Paesi che privilegiano (cosa ovvia) i propri interessi e che sono talvolta animati da logiche e da valori ben diversi dai nostri. Sarebbe davvero triste se i membri dell’Unione europea non uscissero da questa crisi con la convinzione di essere tutti sulla stessa barca e di dover moltiplicare gli sforzi per la comune sicurezza anche sul piano di tutto ciò che riguarda, da vicino o da lontano, la salute dei cittadini. A cominciare dalla ricerca scientifica.

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Il Covid ha anche cambiato la vita politica dei nostri Paesi. Certo non possiamo dire che cosa, senza pandemia, sarebbe accaduto – ad esempio – negli USA, in Francia e in Italia, ma è possibile immaginare sensibili differenze rispetto a ciò che si è effettivamente verificato. Quanto ha pesato il Covid nella sconfitta di Donald Trump alle presidenziali statunitensi dello scorso novembre ? Forse non poco, visto che l’emergenza sanitaria ha sottratto attenzione ai temi preferiti del presidente uscente, come la crescita economica e il rifiuto dell’immigrazione. Ricordiamo tutti quella notte bianca, trascorsa a vedere quali stati americani sarebbero diventati rossi (ossia repubblicani) o blu (democratici). Ricordiamo le incertezze dei giorni successivi così come ricordiamo i ricorsi del presidente uscente e lo choc dell’incredibile assalto di gennaio al palazzo del Congresso, a Washington. Non sapremo mai come sarebbero andate le cose se il tavolo della partita elettorale non fosse stato sconvolto dalla bufera della pandemia e anche dalle sparate di Trump, con quella sua surreale esortazione a ingurgitare disinfettanti e clorochina come fosse un tonificante vodka-Martini. Agitato, non mescolato.

Uscito senza troppe ammaccature da una lunghissima stagione di contestazioni, Emmanuel Macron era impegnato all’inizio del 2020 nella realizzazione di almeno alcune importanti riforme presenti nel suo programma elettorale del 2017 ; compresa quella pensionistica, che sembrava ormai al termine di un travagliato itinerario di confronti parlamentari e scontri sociali. Quando è esploso il Covid, l’inquilino dell’Eliseo aveva ancora oltre due anni per completare il bilancio su cui cercare la propria rielezione. Poi tutto è cambiato e molto di quella rielezione dipenderà proprio dal bilancio della politica francese di fronte all’emergenza sanitaria. Le riforme sono di fatto rinviate alla prossima presidenza e alla prossima legislatura. Il sistema pensionistico non cambierà e persino la promessa di instillare una quota proporzionale nel sistema elettorale maggioritario (promessa a cui una parte della stessa maggioranza governativa, il Modem, teneva in modo particolare) non verrà realizzata. In Francia (almeno per ora) il Covid non ha scosso il sistema politico, ma ha cambiato i connotati del dibattito politico. Le istituzioni della Quinta Repubblica hanno retto bene al Covid, ma la stagione elettorale del 2022 è piena d’incognite.

In Italia, dove il sistema politico è agitato per sua stessa natura, la pandemia è sbarcata nella Penisola quando il governo Conte II, basato su una maggioranza completamente diversa da quella del Conte I, era ancora in rodaggio avendo ottenuto la fiducia parlamentare solo pochi mesi prima. Forse, senza il Covid, quel governo sarebbe direttamente passato dal rodaggio alla rottamazione, col risultato che i giochi politici si sarebbero rimescolati già nella primavera 2020. Questo non possiamo saperlo ed è inutile ipotizzare scenari più o meno plausibili. Sappiamo però che la crisi sanitaria ha contribuito a proteggere per alcuni mesi l’allora presidente del consiglio Giuseppe Conte dagli attacchi d’ogni natura. Le critiche ci sono state, ma per tutto il 2020 la priorità nazionale della lotta al Covid ha moderato lo scontro politico e le sue conseguenze istituzionali. Lo scontro è poi riesploso quest’anno, portando – dopo settimane di polemiche, talvolta molto accese, e in presenza di un reale rischio di elezioni anticipate – a una soluzione gradita alla maggioranza degli italiani : la nascita del governo di sostanziale unità nazionale, guidato da Mario Draghi. Probabilmente il corso degli eventi sarebbe stato diverso senza il Covid. L’emergenza sanitaria ha spinto la quasi totalità dei partiti ad accettare un compromesso imperniato su una persona in cui tutti o quasi hanno fiducia (Mario Draghi) e favorito dall’altro italiano (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) capace di ispirare tra i connazionali un senso di tranquillità e di relativa sicurezza. Ma le sfide dei prossimi mesi sono molto complicate. Draghi è arrivato a Palazzo Chigi sull’onda dell’emergenza sanitaria e ha poco tempo per ottenere risultati nella lotta a quest’ultima. Questo vuol dire vaccinare tanto e vaccinare presto. Vaccini o non vaccini, questo è il problema.

Alberto Toscano

Link interno ai precedenti “appunti” di Alberto Toscano:
https://altritaliani.net/category/editoriali/appunto-di-alberto-toscano/
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1 COMMENTAIRE

  1. Caro Alberto, sono un utente assai distratto del telefonino e solo stamattina mi sono letto i tuoi post. Si leggono d’un fiato e sono, senza illusioni, rasserenanti, forse proprio perché senza illusioni, ma non senza speranza.

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