La Costituzione della Repubblica italiana deve tanto alla Francia, scopriamo perché.

Il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella terminerà il proprio incarico nel gennaio 2022, essendo stato eletto nel gennaio del 2015 è al termine dei sette anni, previsti per il mandato presidenziale, dalla Costituzione italiana.
Questo è noto a tutti.
Ma chi sa esattamente in Italia perché la nostra Costituzione ha previsto questa durata di sette anni? Perché non cinque o sei?  Da dove viene quel sette?

Per conoscere la risposta occorre fare un salto indietro nel tempo, un salto nella Storia e in particolare nella Storia francese.

Siamo alla fine della guerra franco-prussiana (1870), la Francia era stata sconfitta, il regime di Napoleone III era caduto, lo stesso Imperatore era stato fatto prigioniero, la Francia era in subbuglio. Non solo il Paese era prostrato ma occorreva anche risolvere il problema istituzionale, cioè scegliere il nuovo regime. Monarchia o Repubblica? Venne eletta una maggioranza monarchica che subito manifestò l’intenzione di instaurare nuovamente la monarchia dei Borbone, il cui erede si chiamava Enrico, Conte di Chambord.

Sembrava tutto semplice ma sorse un ostacolo inaspettato. L’erede al trono si impuntò su un aspetto, per lui fondamentale. Non voleva saperne nulla del tricolore francese, la bandiera, blu, rossa e bianca; pretendeva che il simbolo della Nazione fosse nuovamente la bandiera bianca, la bandiera dei Borbone. Si poteva anche capirlo. Suo padre era stato assassinato, era cresciuto in un ambiente familiare che vedeva nella rivoluzione francese il male assoluto, e non voleva assolutamente accettare l’emblema principe di quella rivoluzione da lui così odiata.

A questo punto si poneva davvero un bel problema per i monarchici francesi. Questi sapevano che la loro posizione nel Paese era precaria e allo stesso tempo sapevano bene quanto il popolo fosse sentimentalmente legato a quel tricolore che aveva accompagnato così tante vicende e così clamorosi trionfi. Provarono in tutti i modi a convincere Enrico, si mosse persino il Papa, ma non ci fu nulla da fare. Allora adottarono una soluzione-ponte. Enrico era piuttosto in avanti con gli anni e non aveva figli, e alla sua morte l’erede al trono sarebbe stato il Conte di Parigi, Luigi Filippo d’Orléans, (nipote del Luigi Filippo che aveva regnato in Francia dal 1830 al 1848) il quale non avrebbe avuto problemi nell’accettare la bandiera tricolore. Pensarono allora di eleggere un Capo dello Stato per un tempo sufficientemente lungo per dare a Enrico il tempo di spegnere definitivamente gli occhi e passare a miglior vita e così elessero un Presidente della Repubblica per sette anni. Poi, dal momento che non tutte le ciambelle riescono col buco, con il passare del tempo le circostanze politiche cambiarono, la Repubblica si consolidò e la Monarchia non fu più restaurata.

Questa è l’origine del settennato presidenziale, che passò dalla Costituzione della Terza Repubblica francese alla Quarta e da lì nella Costituzione della Repubblica italiana.

Questo è solo un esempio, ma ce ne sono altri, di come vicende particolari di un certo momento della Storia di Francia abbiano determinato la nascita di un istituto, o di un principio che poi è stato adottato dalla Costituzione italiana.

In altri casi le vicende della Storia di Francia hanno determinato la nascita di istituti che sono stati adottati dalla gran parte delle Costituzioni contemporanee o da molte di queste.

L’Abate Sieyès

Prendiamo ad esempio il caso del mandato parlamentare. Il principio del mandato libero, secondo cui il parlamentare rappresenta la Nazione e non è vincolato a istruzioni ricevute dai suoi elettori ma è libero di determinarsi, fu adottato per la prima volta l’8 luglio del 1789 ad opera dei rappresentati del Terzo Stato che si erano proclamati Assemblea Nazionale e votarono la mozione presentata dall’Abate Sieyès. Questo principio (oggi contestato in Italia da coloro a cui non piacciono i cambi di schieramento da un gruppo parlamentare all’altro) è adesso presente nella quasi totalità delle Costituzioni con poche eccezioni.

Sieyès oggi è poco citato; non ha avuto la fortuna di Rousseau, ma sono state le idee di Sieyès a prevalere, non quelle di Rousseau; ha prevalso la democrazia rappresentativa, non quella diretta.

Sieyès concepì tante altre idee, tra cui quella di una Corte Costituzionale ante litteram per controllare gli atti del legislatore, una Corte che lui chiamò “Jury Constitutionnaire”. La sua proposta non passò ma nessuno può negarne l’importanza. Altre proposte ebbero più fortuna come la creazione del Consiglio di Stato, che spesso nei libri è attribuita a Napoleone Bonaparte.

Ma come mai un cervello così brillante come quello di Sieyès è stato condannato quasi all’oblio? Diciamo che Sieyès ci ha messo molto del suo. Purtroppo per lui, infatti, tra i tanti talenti che possedeva non aveva certo quello del comunicatore.

Era dotato di una voce flebile e per di più rauca e, consapevole di ciò, saliva malvolentieri alla tribuna. Questo avrebbe potuto anche non costituire un problema per un uomo di scienza come lui, che avrebbe potuto avvalersi della parola scritta. Ma era proprio qui, nella scrittura, che faceva speciali danni una caratteristica peculiare del carattere di Sieyès, una meticolosità così spinta, una scrupolosità così accentuata, da sfiorare la paranoia. Non era mai soddisfatto dei propri scritti. Rivedeva, correggeva, rifaceva in un gioco che raramente vedeva la fine. Talvolta, con uno sforzo sovrumano, terminava l’opera e la consegnava alla stampa, ma poi, dopo pochissimo, assalito da rimorsi indicibili, da pensieri che divenivano incubi, correva a riprendersi il frutto della propria opera per rimettervi nuovamente mano.

E così uno dei pensatori più influenti nella Storia delle Istituzioni non ha avuto il riconoscimento che meritava. Di Sieyès, come di Enrico, il Conte di Chambord, e di tanti altri personaggi della Storia francese, come, per citarne alcuni, Talleyrand, Thiers, Gambetta, Luigi XVIII, Chateaubriand, parlo nella mia opera “Genealogia della Costituzione, personaggi ed istituti(ed. Passigli, prefazione Mario Segni) in cui racconto come tanti istituti presenti nella nostra Costituzione trovino la propria origine in vicende storiche particolari, come quella del Conte di Chambord.

Non tutti i personaggi richiamati nell’opera sono francesi; sono anche italiani, tedeschi, inglesi, così come le vicende che li riguardano. Ma il libro mostra come l’influenza della Francia, delle sue vicende e figure storiche, in relazione alla Costituzione italiana, faccia la parte del leone.

Stefano Emanuele Pizzorno

IL LIBRO:

Genealogia della Costituzione. Personaggi e istituti
di Stefano Emanuele Pizzorno
Biblioteca Passigli
Bagno a Ripoli, 2020; br., pp. 168., 19,50€
Scheda del libro

Riassunto: Dal « voto di fiducia » che lega Governo e Parlamento, al « divieto di mandato imperativo » che garantisce l’indipendenza del singolo parlamentare ma favorisce il trasformismo; dal potere del Capo dello Stato, all’autonomia della magistratura: le origini dei principali istituti della nostra democrazia sono esaminate in questo volume dovuto a uno dei più brillanti esponenti dell’Avvocatura dello Stato. All’analisi dell’odierno ruolo dei vari istituti, e della loro origine storica, si accompagna il racconto delle grandi figure che hanno dato loro vita: da Napoleone a Cavour, da Talleyrand a Thiers, da Giorgio IV a Chateaubriand, da Kelsen a Spaventa. Prefazione di Mario Segni.

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Stefano Emanuele Pizzorno
Nato il 2 ottobre 1963 a Genova, Stefano Emanuele Pizzorno, è un civil servant, avendo svolto la propria attività sempre al servizio delle Istituzioni. Attualmente è un Avvocato dello Stato, una delle carriere pubbliche più importanti del nostro Paese. Prima di divenire Avvocato dello Stato, aveva fatto parte della carriera prefettizia. Ha al suo attivo decine di pubblicazioni nel settore giuridico, soprattutto pubblicistico, apparse nelle più importanti Riviste giuridiche italiane. È stato impegnato sul fronte delle riforme istituzionali, promuovendo il referendum Segni-Guzzetta del 2009 nonché il referendum diretto alla reintroduzione della cd legge Mattarella. È stato anche tra i 184 giuristi firmatari dell’appello a sostegno della riforma costituzionale che poi non passò a seguito del voto negativo nel referendum del 4 dicembre 2016.

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