Il Traditore, diretto da Marco Bellocchio. Chissà se lo apprezzeranno anche in America.

Ora esce anche in Francia, il 30 ottobre (vedi QUI), e rappresenterà l’Italia agli Oscar 2020.

recensione Altritaliani
Marco Bellocchio e Pierfrancesco Favino a Cannes

Più di 50 anni di cinema d’autore, molti i premi e i riconoscimenti per una filmografia che lascia spesso il segno: Marco Bellocchio, che da quei suoi Pugni in tasca in poi anticipa una nouvelle vague italiana alla vigilia del 1968; sa raccontare la contemporaneità secondo canoni asciutti e pregnanti al tempo stesso, spesso per sottrazione e mai per esaltazione e protagonismo. Con La Cina è vicina (1967) si aggiudica il Leone d’argento a Venezia, dove nel 2011 gli è stato conferito il Leone d’oro alla Carriera. Nel 1991 ha vinto l’Orso d’argento per La condanna. In Buongiorno, notte del 2003 aveva raccontato con un finale surreale il rapimento del segretario della D.C. Aldo Moro, da parte delle Brigate Rosse; era il 1978. In La Bella addormentata  ha affrontato la vicenda dell’eutanasia di Eluana Englaro. Tematiche di avvincente profondità, umana e sociale.

Con Il traditore, presentato con successo all’ultimo Festival di Cannes (unico film italiano in concorso, come anche accadde per Vincere nel 2009), Bellocchio ci conduce con un linguaggio risoluto ancora sulla cronaca, ma soprattutto sull’aspetto psicologico del mafioso poi pentito Tommaso Buscetta. E con questo film è candidato agli Oscar 2020.

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Adesso esce in Francia: la critica lo aveva ben supportato al Festival di Cannes, evidenziando in particolare una interpretazione prodigiosa di Pierfrancesco Favino nei panni del criminale di Cosa nostra. Buscetta veniva definito il “Boss dei due mondi” (morì in America di malattia 19 anni fa) dopo lunghi periodi trascorsi in Brasile. La storia si apre proprio con l’esponente di Cosa Nostra seguito dai corleonesi del sanguinario Totò Riina. Bellocchio, con un fare documentarista, attraversa le diverse fasi della vita, il passaggio a collaboratore di giustizia, il rapporto con Giovanni Falcone e la testimonianza al maxiprocesso che mise sotto accusa l’organizzazione malavitosa, per crimini tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa. La sceneggiatura sa appropriarsi di una realtà drammatica e spinge verso un assoluto coinvolgimento; è scritta con il regista da Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo, Valia Santella, Francesco La Licata, mentre la fotografia è di Vlodan Radovic che conferisce all’insieme una circospetta luce noir.

“Poi si muore, e basta”, dice « Masino” Buscetta nel finale del film: ed è proprio quel senso di fine annunciata il filo conduttore che fa vibrare questa lugubre storia. E con la morte, anche quel potere nefasto poteva dichiararsi concluso. “Non sono un pentito, credo negli ideali di Cosa nostra, distrutti da Totò Riina” dichiara Buscetta al giudice Falcone. Siamo nel 1984, e quel “traditore” crede in una sorta di redenzione, la fine di un ciclo, chissà quanto illusoria.

Bellocchio esalta l’aspetto drammaturgico in particolare in una scena straziante quanto radicale: l’azione si svolge nell’aula bunker del tribunale. Qui il Pippo Calò (Fabrizio Ferracane) ed il Totuccio Contorno (è l’eccellente Luigi Lo Cascio) prendono per mano la scena e allo spettatore sembra di essere lì presente, come in un documentario sconvolgente: l’accento siciliano è terribilmente vero, funesto, con le ripetizioni le balbuzie e i silenzi. La regia fa leva sulla platealità della situazione, una sorta di drammaturgia degli ultimi sconfitti, che però un tempo vantavano potere di vita e di morte. Vige un mistero che proprio non si riesce a valutare: uomini così ignobili che hanno determinato le sorti sociali e politiche di una nazione, dell’economia mondiale, addirittura. Il tradimento sarebbe quindi solo un espediente narrativo che Bellocchio usa come linea esterna, un opportuno quanto legittimo pretesto: unicità filologica seppur frammentata da flashback che guardano ad una personalità non del tutto chiarissima. La sceneggiatura infatti non approfondisce fino a che punto l’ex-boss abbia scelto quella linea solo per ricavarsi un po’ di vita (blindata) in più che diversamente gli sarebbe stata sottratta, o per  giungere alla definitiva resa di quella Cosa Nostra che ormai non gli apparteneva più, né forse lo è mai stata davvero, a prescindere dai crimini di cui si è macchiato.

Controverso quanto marcato dunque, il film di Bellocchio sa esaminare l’estremo conguaglio con sagacia e circospezione, senza sottrarsi (con un ritmo talvolta da gang-movie) alla cronaca di sangue dei decenni a noi vicini. Chissà se lo apprezzeranno anche in America.

Armando Lostaglio

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